Il file allegato al promo annuncia a caratteri cubitali “Thrash Metal masterpiece!”, che è come uscire per la prima volta con una figliola e, appena sbuca dal portone, guardarla dritto negli occhi ed esclamare “Ho trenta centimetri di fava!”. Certe volte è meglio tenere un profilo un po’ più basso. Poi, se la musica parla da sé, e in questo caso parla da sé, tanto meglio.

I Deathraiser sono brasiliani, di Minas Gerais, e tornano all’album quindici anni dopo Violent Aggression del 2011. Che altro non era che un gran rimescolone dei titoli Extreme Aggression e Violent Revolution, con liriche aventi lo scopo di inveire contro la politica e la società, e più che qualche semplice richiamo ai Kreator. Messa così sembrerebbe che io li voglia sputtanare nel minor numero di righe possibile.

E invece no, carissimi. L’album di ritorno dei Deathraiser, Forged in Hatred, è davvero buono. Parlare di thrash metal masterpiece nel 2026 è complicato, presuntuoso, una cazzatona, e parlare di concreto discostamento dai Kreator lo è solamente in parte. Però i brasiliani spingono come dei dannati, come da tradizione verdeoro in tema di thrash metal. Sfornano canzoni una più buona dell’altra. La componente brasiliana c’è tutta e si sente, mista a quella innata capacità di Mille Petrozza di aizzare folle di thrasher contro un qualcosa di imprecisato, che si tratti di Mani pulite e l’annessa Tangentopoli o di dinamiche calcistiche da bar. 

La produzione, innanzitutto: hanno prodotto un album thrash metal come un album thrash metal merita di essere prodotto nel 2026. Gli strumenti si sentono tutti, basso incluso, con assolo di Junior Gaetho in conclusione di Everything Dies. Che non ha a che fare con i Type 0 Negative. Le concessioni alla melodia, leggasi il riffone alla Coma of Souls di Corporation Parasite, sono sporadiche e perfettamente funzionali. Il finale di Primitive Medicine è perfettamente in contrasto con ciò, metal estremo di scuola primissimi Sepultura, eseguito a regola d’arte.

Signori, è difficilissimo per il sottoscritto recensire un album come questo, perché, mentre l’ascolto e ne ne scrivo, sono ai limiti delle lacrime agli occhi. Non perché sia un thrash metal masterpiece, ma perché è davvero tutto quanto al suo posto. Direi un crocevia fra i Kreator più maturi, ma non ancora svenduti in culo, e i Sepultura di Beneath the Remains. A due terzi di Corporation Parasite risentirete i passaggi più elaborati presenti in quell’album, quelli di Lobotomy per la precisione, quelli che i recensori si sforzavano a definire con termini tipo muscolare.

C’è pure una strumentale chiamata Symphony of Violence e sono sicuro che non l’avrebbero mai intitolata così in assenza di Inquisition Symphony, la strumentale dei Sepultura. Splendida anche Empire of Ignorance e nessun calo anche in coda all’album: l’urlo delle due parole presenti nel titolo in Toxic Legacy è da antologia. Thiago Rocha al microfono è incazzato nero, e non sbaglia un passaggio nell’impostazione e nell’attitudine. L’impostazione e l’attitudine sono tutto nel thrash metal, come montare le gomme termiche per salire all’Abetone a gennaio dopo una settimana di tempo di merda. Nelle foto promozionali questi tipi qua hanno pure la scarpa giusta, e chi è thrasher, o chi come me è stato thrasher, ha un’idea precisa di cosa significhi avere la scarpa giusta nelle foto promozionali dell’album giusto.

Dead Generation appena accelera è una furia, pare la Primitive Future che butta giù tutto al termine di un album che aveva già buttato giù tutto. Insomma, i Deathraiser hanno un deciso problema con i titoli ma, finché assesteranno colpi del genere, non credo che qualcuno avrà da ridire. (Marco Belardi)