C’è un pezzo di Italia in uno dei titoli più chiacchierati del 2026! È Michele Morrone. È famoso. Talmente famoso che ogni articolo italiano che lo riguarda deve specificare che è famoso. Voi direste “in sala in questi giorni Buen Camino con la famosa star Checco Zalone”? Vabbè, poco importa, non devo spiegare a voi che Michele Morrone è famoso, perché ve l’avevamo già presentato nella recensione di (copiaincolla) Subservience. Chi non ricorda Subservience?

La famosa star Michele Morrone

A questo giro, la presenza del famoso Michele Morrone impreziosisce e aumenta le prospettive commerciali di un thriller domestico che ha per protagonista una domestica (da cui il nome: se la protagonista fosse stata una psicologa si sarebbe chiamato thriller psicologico).
È molto importante a questo punto specificare che questo Una di famiglia, col suo bel titolo da sceneggiato di Rai1, ha origini letterarie: è tratto non da un libro, ma da un franchise di romanzi (al momento tre più una storia breve) firmati da Freida McFadden, nome d’arte di Federica Esposito – che no, non è parente del talento più splendente del calcio mondiale Francesco Pio Esposito, e a dirla tutta risulta cresciuta a New York e residente a Boston, per cui non assumo altro. Freida è piuttosto prolifica: da dieci anni scrive in media tre romanzi all’anno, e The Housemaid (2022) è il suo grande successo internazionale.
A questo punto vi dividete in due: chi conosce il libro, sa già dove stiamo per infilarci.
Chi non lo conosce, come me, ha discrete possibilità di non aver capito una sega dal trailer: di sicuro Amanda Seyfried non sembra stare proprio benissimo, e anche Sydney Sweeney sembra metterci del suo.
La faccenda è in realtà più semplice di quel che sembra, ma comunque piena di “colpi di scena”, o svolte “impreviste”. Lo scheletro minimale: Sydney viene assunta come domestica nella lussuosa villa di Amanda Seyfried, la quale dimostra diciamo una “salute mentale fragile” dal minuto 1, e un comportamento decisamente molesto. A sua volta però, Sydney nasconde un passato losco.

La famosa star Michele Morrone in “Una di famiglia”, 2026, di Paul Feig

Prima di entrare negli spoiler – e ci entrerò con gioia perché sono la parte più interessante – fatemi dire un po’ di cose generiche per farvi capire l’aria che tira.
The Housemaid è quello che in gergo si definisce un “crowd-pleaser”: una robetta costruita per offrire un giro nella giostra delle emozioni al suo target di riferimento, e mandare tutti a casa contenti e divertiti a spararsi le storie di Instagram con le reaction. Non è una cosa intrinsecamente negativa, anzi: in questo caso è abbastanza onesta. Paul Feig, stordito fatalmente dal colpo duro del famigerato Ghostbusters 2016, negli ultimi tempi ha girato un paio di thrillerini di riscaldamento, ridotto le ambizioni e affinato il mestiere: sa come va raccontata questa roba. E per una buona mezzora regge pure con insospettabile dignità, costruendo l’escalation psicologica con gusto.
Il piatto principale è Amanda Seyfried: è uno di quei ruoli pieni di scene grosse in cui divertirsi un mondo a trovare un incrocio tra la Meryl Streep di Il diavolo veste Prada e la Faye Dunaway di Mammina cara. È il suo show. Sydney non è scarsa, ma ha tutt’altra energia e zero speranze di competere.
Poi però scade tutto in semplificazioni, forzature e stereotipi da cartone animato, ed è chiaramente colpa del goffo materiale di partenza: a quel punto, il gradimento dipende da quanto vi fate intenerire dalle ambizioni di puro escapismo liberatorio. Sarebbe da 10 e lode se esagerasse in follia in stile Orphan, e un paio di idee matte tutto sommato ce le ha, ma alla fine si limita a cercare il tifo facile del suo ampio pubblico, e le ambizioni rimangono comunque troppo basse per farsi voler male. Il livello di violenza invece, è più alto di quanto normalmente ci si aspetterebbe da un prodotto del genere.
E Michele Morrone? Lui fa il giardiniere sexy e misterioso come nelle migliori copertine di Harmony, che osserva e chissà quante cose hanno visto quegli occhi magnetici, ma è pronto a diventare una comodità funzionale di sceneggiatura al primo accenno di bisogno, e ci rende tutti quanti orgogliosi. Come italiano sexy e misterioso, mi sento degnamente rappresentato.
Ma ora passiamo alla parte divertente.
Chi non si fa scrupoli a imparare come finisce il film mi segua qui sotto.

La famosa star Michele Morrone vi controlla mentre leggete la parte con gli spoiler

Ci siete?
Bene: ora ho bisogno di rivelarvi tutto quanto per filo e per segno perché è quello che mi ha provocato le riflessioni più frizzanti.
Al minuto 2, impariamo che Sydney ha bisogno disperato del lavoro da domestica perché dorme in automobile, e ha falsificato brutalmente il suo CV pur di ottenere il colloquio – tutte cose che, lo dice subito lei stessa, sono facili da sgamare con un minimo di ricerca.
Scopriamo poi che è in libertà vigilata dopo essersi fatta dieci anni di galera.
Il twist lo indovinate probabilmente prestissimo: il vero villain è il marito di Amanda, sexy, comprensivo e praticamente perfetto fino appunto all’istante del twist. È Brandon Sklenar, che faceva già l’uomo perfetto in Drop. C’ha quella fazza lì evidentemente.
Dopodichè sarebbe tecnicamente sufficiente per il film raccontare che Amanda era pazza perché lui la trattava segretamente male, ma che divertimento ci sarebbe? Qui, con sottigliezze degne di un episodio del Batman del ‘66, si scopre direttamente che era tipo Saw l’enigmista, che torturava letteralmente Amanda (e chissà quante prima di lei) per ragioni estremamente superficiali (tipo che non si è ritinta la ricrescita – giuro – il che forse svela il fatto che l’autrice del libro sia femmina): non potendo scappare, Amanda aveva assunto Sydney con il piano poi di iniziare apposta a fare la difficile e fare in modo che lui si stancasse e la mollasse per lei.
Simpatico, e anche molto furbo: è tutto costruito con precisione per partire da una situazione deprimente e trasformarla gradualmente in una fomentatissima rivincita delle donne contro i mariti molesti. È anche abbastanza pensato per non infastidire troppo i mariti: quello era Saw l’enigmista porcamiseria! State tranquilli! Non ce la stiamo prendendo con quelli che tengono la tavoletta del cesso alzata o che pretendono che la moglie stia sempre zitta e a casa a cucinare e a farvi sapere dove va quando esce: non siete voi! È un cazzo di Saw l’enigmista torturatore seriale! È un mega-estremo cartoonesco, ed è costruito tale per far godere il pubblico quando scatta la vendetta tremenda vendetta. Donne, portate i mariti e poi sono cazzi vostri se quei sensibili fiocchi di neve si offendono lo stesso, noi vi abbiamo dato una via d’uscita.

La famosa star Michele Morrone, intervistato all’anteprima di The Housemaid perché è famoso

E qui scatta il ruolo di Sydney.
Sydney è stata dieci anni in galera.
A metà film si scopre che è stata in galera per – signora mia si tenga stretta – omicidio.
È molto divertente, perché in effetti tiene alta la tensione su quanto potrebbe succedere da un momento all’altro: persino la protagonista potrebbe dare imprevedibilmente di matto rivelando chissà quali intenzioni losche.
E invece a che serve l’informazione della galera per omicidio?
Beh, gentile pubblico dei 400 Calci, nessuno meglio di voi può capire la seguente rivelazione: è, come nei migliori film di Jason Statham / Liam Neeson, puramente il background necessario per costruire il proverbiale secret badass.
L’omicidio – avvenuto rigorosamente per motivi moralmente impeccabili di slancio di altruismo per applicare la giustizia là dove le istituzioni non sembrano arrivare – è come il morso del ragno radioattivo: una volta che è avvenuto, hai il superpotere del Giustiziere della Notte e devi solo preoccuparti di applicarlo dove eticamente comprensibile.
The Housemaid è, insomma, Una donna promettente per chi aveva pensato che Una donna promettente facesse riflettere troppo e non fantasticare abbastanza, e in ultimo facesse venire troppa depressione.
È davvero, finalmente, Charles Bronson per il pubblico a cui fino a ieri l’altro si proponevano i film di Julia Roberts, e che oggi si è evoluto e, come ogni americano che si rispetti, è in grado di fomentarsi con qualche bella colluttazione violenta piazzata al momento giusto.
L’ultima scena del film è quella che pone le basi per l’intero franchise, che sembra avere intenzione di proseguire in maniera del tutto verticale e potenzialmente infinita: Sydney che viaggia di famiglia in famiglia a vendicare mogli oppresse da mariti grossolanamente tossici, come quando in Arma letale si fa l’escalation da mercenari che trafficano droga a diplomatici che riciclano denaro sporco a poliziotti corrotti che contrabbandano armi.
È quella roba lì, raga.
Si può storcere il naso vedendosela contestualizzata dove meno la si aspettava, ma sono le stesse regoline dei nostri film preferiti: sarà pure scemo (ed è un po’ meno scemo del Chuck Norris medio), ma mi ha conquistato.
E il famoso Michele Morrone tornerà, insieme a Sydney Sweeney, nel già annunciato sequel.

La famosa star Michele Morrone, molto professionalmente, studia e approfondisce le origini del suo ruolo

Poster-quote:

“They came for someone else’s family. Now she’s coming for them.”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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