di
Greta Privitera

L’ente di controllo online Netblocks segnala un blackout di Internet a Teheran e in molte città dell’Iran. L’influencer di estrema destra Laura Loomer: «Martedì il principe Reza Pahlavi a Mar-a-Lago»

Non è più un rumore,  è un boato che si propaga di quartiere in quartiere, che sfida la notte e le sirene della repressione. Al dodicesimo giorno, dilaga la protesta degli iraniani contro il regime degli ayatollah: decine di migliaia di donne e uomini, con il pugno alzato, invadono le strade di Teheran e urlano la loro rabbia contro i custodi della rivoluzione. 

La rivolta è così virale che terrorizza le autorità. Spaventati, gli uomini di Ali Khamenei spengono internet sperando che il mondo non veda quel fiume  insorgere contro di loro. La ong di monitoraggio della cybersicurezza, Netblocks, racconta che il Paese si trova «in preda a un blackout su scala nazionale». «Questo incidente segue una serie di misure di censura digitale sempre più rigide mirate alle manifestazioni, e ostacola il diritto del pubblico a comunicare in un momento critico», scrivono su X.



















































Dall’inizio delle manifestazioni, partite il 28 dicembre dai bazar di Teheran, ci sono state proteste in oltre 100 città, soprattutto nell’ovest del Paese. Ma quella di questa sera è gigantesca: «Non ci fermano più, è arrivata la loro fine», scrive Ali. Si protesta anche a Tabriz, Mashhad, Lomar. 
«Hanno colpito mia cugina sul volto e sulle gambe, non può andare in ospedale, è troppo pericoloso» ci sono le guardie. Lo racconta Mina, da Rasht. Arrivano video di un edificio governativo di Teheran che va a fuoco,  video di barricate, video di scontri, video di statue abbattute.  Più gli iraniani dissentono e più  la repressione si fa brutale. L’agenzia di stampa vicina al Corpo delle guardie della rivoluzione, Tasnim, ha pubblicato un filmato minaccioso dove annuncia  «l’identificazione, l’avvertimento e l’arresto di coloro che scandiscono slogan». Non sopportano quei cori che rimbombano per le strade: «Morte al dittatore», «Non abbiamo più paura», «Lunga vita allo Scià».

Dagli Stati Uniti, torna a parlare Donald Trump: «Non toccate i manifestantisi». E si viene a sapere che il principe ereditario Reza Pahlavi – il figlio dello scià, cacciato dalla rivoluzione islamica nel 1979 – «sarà a Mar a Lago martedì prossimo, in mezzo alle crescenti proteste contro la Repubblica Islamica dell’Iran e alle richieste di un cambio di regime. Interverrà al Jerusalem Prayer Brekfast (JPb)». Lo scrive su X Laura Loomer, politica e influencer di estrema destra, aggiungendo che «non si sa ancora se» il principe «incontrerà il presidente». In questi giorni, il nome di Pahlavi è argomento di discussione. C’è chi crede che in un’era post-Khamenei potrebbe tornare in Iran e fare da traghettatore verso elezioni libere e democratiche e c’è chi pensa sia solo propaganda. 

Sui cellulari degli iraniani, intanto, arrivano messaggi con testi-minaccia: «L’adesione a pagine di gruppi ostili che promuovono e incoraggiano persone a turbare l’ordine e la sicurezza della società costituisce un atto criminale ed è perseguibile penalmente. Per preservare la pace e la sicurezza del caro Iran, astenetevi dal promuovere o partecipare a raduni illegali». Non sanno più come arginare 

Poi ci sono i numeri: oltre 45 i morti tra i manifestanti, centinaia i feriti, oltre duemila gli arrestati.

8 gennaio 2026 ( modifica il 8 gennaio 2026 | 23:18)