Settimo lungometraggio per il grande schermo per Béla Tarr, Le armonie di Werckmeister rappresenta il centro dell’esplorazione metafisica della condizione umana portata avanti dal cineasta ungherese. Una balena arriva sulla piazza di una gelida cittadina della pianura ungherese e tutto cambia; la danza cosmica iniziale, l’omologazione del sistema tonale della musica a opera dell’organista tedesco Andreas Werckmeister: sono i nuclei in cui si dipana la riflessione del regista sulle armonie e disarmonie del cosmo e della natura, sulla storia umana come alternanza di civiltà e barbarie, sull’Europa dell’Est della seconda metà del Novecento, tra socialismo e capitalismo. Un film sul vibrare del mondo, fatto di mesmeriche immagini in bianco e nero, ipnotici e lenti piani sequenza, Le armonie di Werckmeister cristallizza la cifra stilistica dell’autore e della sua squadra consolidata: il soggetto e la sceneggiatura dello scrittore László Krasznahorkai, tratta da una parte del suo romanzo Melancolia della resistenza; le musiche di Mihály Vig, la co-regia di fatto di Ágnes Hranitzky. Si può annoverare Le armonie di Werckmeister tra i grandi capolavori della settima arte.Nella balenaLa popolazione di una piccola città di provincia della pianura ungherese, dove ci sono venti gradi sottozero, attende l’arrivo della carcassa imbalsamata di una balena, esibita in un camion che staziona nella piazza principale. Il giovane János Valuska percorre in lungo e in largo la città, consegnando giornali. L’anziano musicologo Ezster espone la sua teoria che mira a ritrovare un’armonia superiore precedente all’impostazione impresa in epoca barocca da Andreas Werckmeister. Nel camion che contiene il cetaceo si nasconde anche il Principe, un personaggio misterioso di cui si vede solo l’ombra inquietante. In una lingua sconosciuta, predice l’imminente apocalisse. [sinossi]

Il grande scrittore di fantascienza, nonché fisico e matematico, Arthur C. Clarke definiva le eclissi come un mistero del primo tipo. Nonostante siano fenomeni spiegabilissimi in termini scientifici, come l’occultazione parziale o totale di una sorgente di luce da parte di un corpo celeste, non hanno esaurito il loro portato di magia e ancestrale arcano. Dall’antica Cina alla mitologia induista, dai miti nordici alle credenze delle civiltà precolombiane, dalle antiche culture africane e polinesiane, questo evento astronomico raro ha generato credenze, come quella di un drago che sta divorando il Sole o la Luna. L’eclissi rappresenta un’improvvisa, quanto temporanea rottura, di un ordine mentale precostituito, una rivincita dell’empirismo sul razionalismo. Con la rappresentazione di un’eclissi di Sole inizia Le armonie di Werckmeister (Werckmeister Hármoniák), settimo lungometraggio per il cinema di Béla Tarr, il suo terzo con la collaborazione dello scrittore, recente Premio Nobel, László Krasznahorkai, dopo Perdizione e Satantango, che qui ha curato soggetto e sceneggiatura traendoli da una parte del suo stesso romanzo Melancolia della resistenza. L’eclissi è una messa in scena delle meccaniche celesti fatta dagli avventori di un bar di povera gente, di quelli che ricorrono nel cinema del Maestro ungherese, una danza – altro elemento costante nelle opere di Tarr – cosmica, ognuno dei quali è chiamato a rappresentare un astro, coordinati dal protagonista del film, János Valuska. Sono i beoni, gli avvinazzati, gli ultimi cari al regista, che tornano. A rappresentare il Sole, con un buffo movimento delle mani che simboleggia l’irradiazione, ci sta l’attore che in Satantango interpretava il buffone al caffè, mentre la Terra è incarnata dal fisarmonicista del film precedente. L’eclissi è un fenomeno che genera sgomento tra gli animali che scappano o si nascondono, come a prefigurare un senso dell’apocalisse, il mistero di cui sopra. La solennità drammaturgica di Valuska nel raccontare quell’evento cosmico, che si ripercuote sulla Terra, ricorda il celebre monologo escatologico di Nina del Gabbiano di Čechov sull’angoscia di una cosmica fine del mondo.

C’è già tutto in quel prologo che inizia con un’inquadratura che non sembra memorabile come le immagini del cinema di Tarr. È la stufa che genera il calore in quel locale, mentre all’esterno la temperatura può arrivare a meno venti. Il motore propulsore, l’innesco di energia per un film che indaga sull’entropia, sull’oscillazione tra ordine e caos, armonie e loro rotture, che governano i sistemi naturali come quelli umani. Propulsore di energia, anche luminosa, è il Sole. Nella fotografia in bianco e nero tonale, con una continuità luminosa, della seconda parte della filmografia del regista ungherese, abbiamo il corrispettivo visivo dei principi che illuminano o oscurano nella sua visione del mondo. In una scena successiva, che precede l’enunciazione delle teorie di Werckmeister, Valuska, passeggiando, occulta con la testa il Sole, reso come un fascio di raggi tagliente con la fotografia del film, frapponendosi tra questa fonte interna (che in una visione in sala rappresenta come uno specchio rispetto al fascio della proiezione) e lo spettatore, generando agli occhi del quale un effetto analogo a quello di un’eclissi. In un’eclissi totale di sole succede che il buio piomba all’improvviso solo quando il disco lunare arriva a combaciare perfettamente con quello solare, per poi ridare spazio alla luce appena dopo. Questo è proprio quello che succede al passaggio di Valuska, che muta così ruolo dalla messa in scena iniziale, in cui giocava la parte del regista, scegliendo gli attori e gli facendo loro interpretare le parti. Dopo quel prologo è ormai calato nei panni di uno dei personaggi. Il prologo finisce con l’oste, altro viso ricorrente nel cinema del regista, che scaccia quelli che considera dei semplici ubriaconi. Valuska si oppone invano, protestando perché non avevano ancora finito. Valuska, il postino che consegna giornali di quel villaggio nella pianura ungherese, è l’idiota dostoevskijano, l’uomo radicalmente buono, compreso soltanto dai derelitti della società, capace di vedere istintivamente oltre, come se fosse una figura sciamanica. Di nome fa János, richiamando alla figura biblica del profeta Giona che visse nel ventre del grande pesce. Il volto di Valuska, con quegli occhi infossati, con quell’espressione di ingenuità, è quello dell’eroe belatarriano che contempla il mondo e la sua bellezza.

Non a caso il regista, che già aveva iniziato a lavorare con lo scrittore Krasznahorkai, ha deciso di adattare Melancolia della resistenza solo dopo aver incrociato per caso alla Berlinale l’attore giusto per quel ruolo, ovvero il tedesco Lars Rudolph. L’immagine iconica del film è quello dello sguardo reciproco del giovane uomo con il grande occhio del cetaceo, che lo guarda con la sua purezza arcaica, che arriva dopo un lungo piano sequenza che esplora la superficie rugosa, coriacea di quell’animale gigantesco. Il protagonista è l’unico del villaggio a provare empatia per quella creatura ancestrale che vive nella profondità degli abissi. L’uomo che guarda, che scruta il mondo, figura tipica di Tarr, qui si sdoppia in uno sguardo reciproco. L’altra figura messianica del villaggio, l’uomo che guarda, contempla e capisce, del film, è quella del musicologo anziano Ezster, che Valuska aiuta in casa. Lui è il contraltare intellettuale. Il suo anelito a una purezza primigenia è una riflessione sulle armonie di Andreas Werckmeister, il teorico della musica che, a fine Seicento, ideò il buon temperamento, ripreso poi da Bach dando il via alla concezione musicale in vigore ancora oggi, più piacevole all’orecchio, piegata dalla dittatura del pianoforte che impone un compromesso, quello strumento musicale falso che dovrebbe avere due tasti neri tra due bianchi e invece ne ha uno solo. Un’arroganza dell’uomo volta a impossessarsi dell’armonia divina delle ottave semplicemente dividendole in dodici parti uguali. Ezster teorizza la necessità di un ritorno all’accordatura naturale e a un sistema musicale primigenio, religioso, divino. A differenza di Valuska, lui non capisce l’importanza dell’apparizione di quella balena, fino a che non è troppo tardi. L’amico e aiutante gli aveva consigliato di andare a vedere quella misteriosa creatura marina arrivata da oceani lontani. Dimostrazione di quanto imperscrutabile sia il volere del Signore, capace di creare quel leviatano. Associato alla balena però c’è anche il Principe, che scatena la furia umana, l’impazzimento, la devastazione, la barbarie. Elementi connaturati all’umanità che possono sgorgare all’improvviso e scatenare morte e distruzione. La guerra è una regressione infantile come rappresentata dai bambini che saltano sul letto sbattendo a ritmo coperchi di pentole, sulle note della Marcia di Radetzky di Johann Strauss padre. Oppure è un gioco di potere, intrighi shakespeariani e tradimenti verso il più forte come nella scena del ballo della moglie di Ezster e il capitano suo amante, per il quale ha ormai lasciato il marito. C’è un’eco delle tragedie dell’Europa in quelle scene di guerra con i carri armati, dove a far le spese sono sempre i poveri. Ricordano le guerre nella ex-Jugoslavia, o la repressione sovietica della primavera ungherese del 1956. Si crea un’orda barbarica che mette a ferro e fuoco l’ospedale, devastando le stanze da letto e picchiando gli inermi degenti. Una scena terribile che si dipana in un altro magistrale piano sequenza. La furia devastatrice si arresta alla visione di un uomo anziano nudo, rachitico. Sembra un’immagine dei campi di sterminio nazisti. C’è la storia dell’Europa, della cultura occidentale in quel piano sequenza, capace di generare Bach e Beethoven come i fascismi, per poi vergognarsene. La folla defluisce lentamente, nell’acquisita consapevolezza dell’orrore che stava perpetrando. Il piano sequenza arriva sul volto di Valuska che, di nascosto, aveva visto tutta la scena. Ancora l’eroe di Béla Tarr che osserva, impotente, in questo caso l’orrore. Valuska sarà l’obiettivo da eliminare di questo sistema militare, dispotico, fascista che si è instaurato. Rimane fuori campo la sua cattura mentre è in fuga, inseguito da un elicottero. Si presume sia stato sottoposto a tortura, come si vede nella penultima scena, ricoverato in ospedale e raggiunto dall’amico Ezster che gli racconta di avere riaccordato il pianoforte, così da guadagnare qualche soldo. Il film si chiude con il fallimento delle utopie, degli ideali e dei sogni, piegati al sistema capitalista.

Info
Le armonie di Werckmeister, un trailer.

Le armonie di Werckmeister was last modified: Gennaio 8th, 2026 by Raffaele Meale