Per un attimo ci abbiamo sperato, anche se in pochi ci hanno davvero creduto. Abbiamo visto in meno di una settimana decine di video con spiegazioni estremamente convincenti che quel che ci sembrava il finale di Stranger Things in realtà era solo una simulazione, un’illusione di Vecna fatta di toghe arancioni, sguardi in camera, numeri cabalistici e, ovviamente, buchi di trama troppo grandi per essere accettabili. Sarebbe dovuto uscire nella giornata del 7 gennaio, stando ai calcoli di fan e analisti, l’esito di quello che in brevissimo tempo è stato battezzato il Conformity Gate, ovvero l’idea che troppe cose strane tornassero tutte insieme perché fossero coincidenze e ci fosse pronto per noi un vero finale di Stranger Things, più coerente e meno edificante.

conformity-gateE quel cartellone giallo senza nulla scritto? E quella posa così identica di tutti?

Il lavoro dei fan è stato certosino: si dava già per certo che lo speciale sarebbe iniziato dalla caduta di Steve dall’antenna – ricordate? Il momento per cui ho urlato – rivelando che quei sette secondi di nero in realtà nascondevano la morte effettiva del personaggio e l’inizio di una grande illusione orchestrata da Vecna. Tanti i dettagli numerici che avrebbero avvallato la teoria – il mio preferito è quello degli undici colpi di ascia di Joyce, equivalenti a un tiro di dado mancato come decretava Eddie all’inizio della quarta stagione -, e non solo: in una sorta di allucinazione collettiva, anche interviste e contenuti degli attori protagonisti hanno per giorni convinto che qualcosa di inaspettato stesse per arrivare. Che fosse una mossa di marketing ben orchestrata o una pura casualità, il Conformity Gate è stato uno strepitoso esempio di funzionamento allargato della Cultura Convergente nella serialità, come non si vedeva da parecchio tempo.

Posso tirare un sospiro di sollievo

Badate bene, Netflix può sempre sorprenderci. Può rompere le regole della teoria stessa e rilasciare comunque questo fantomatico vero finale, magari il primo luglio invertendo i numeri. Ma, per il momento, sembra si sia dato ai Duffer Brothers e al loro entourage autoriale più credito del dovuto. Purtroppo, molto spesso, nelle produzioni audiovisive le sviste editoriali – maniglie nella posizione sbagliata, colori delle pareti che cambiano, date di compleanno dimenticate – sono soltanto sviste editoriali (per dire, ce n’è una gigantesca in Spider-Man: Homecoming); la bravura di chi gestisce i franchise mediali è il trasformare queste sviste in appigli di trama, rendendole diramazioni narrative, magari ascoltando le proposte e le teorie dei fan, come spesso accaduto, ad esempio, in Doctor Who. Ma non sembra questo il caso di Stranger Things, dove le sviste editoriali sono state presenti già ben prima di questa quinta stagione e dove molte boutade narrative sono state lasciate cadere nel nulla.

conformity-gateQualunque Dungeon Master sa che 11 è un tiro bassino…

Chiariamo: non è sempre un male. Un prodotto può tranquillamente nutrirsi della propria incoerenza, lasciando spazio di elaborazione ai fan, soprattutto se il franchise resta aperto all’espansione. Inoltre, come nel caso del Conformity Gate, tutto questo può aprire finestre di inaspettata ricchezza promozionale. Non sappiamo se i rumor siano stati generati dall’alto – quindi da Netflix stesso – o si siano creati autonomamente attraverso le misteriose e velocissime vie della creatività online, ma sicuramente la componente produttiva ha fatto benissimo a cavalcare a alimentare, più o meno consapevolmente, la possibilità che fossero veri. Una sorta di guerilla marketing che poggia sul trasformare lo scontento dei fan nella promessa di qualcosa di diverso e di nuovo, stimolandone la voglia di tornare a fruire la serie daccapo – per trovare gli ipotetici indizi nascosti – e moltiplicandone la discorsività generale, magari con la speranza di guadagnare nuovi adepti.

Qualsiasi cifra Netflix abbia pagato Brett Gelman è troppo poco, visto quanto è stato efficace coi suoi video

Questo fenomeno ha dei precedenti illustri: si può andare indietro fino al famigerato caso PID – Paul Is Dead, dove i fan dei Beatles da decenni si arrovellano nel tentare di dimostrare la presunta morte o meno del baronetto McCartney, tra simboli, frasi nascoste nelle canzoni e tanta tanta complicità dei coinvolti; restando nell’audiovisivo, un caso esemplare è Community, l’amatissima sitcom che per tutte le sue sei stagioni ha teaserato un ipotetico film finale – sempre promesso, ma ancora di là da venire – attraverso il ricorrente ritornello «Six seasons and a movie». Ci sono casi di rimontaggi di finali – Mythic Quest -, finali nascosti nell’home video – Lost, con The New Man in Charge -, leggende legate a cavilli contrattuali come la mancata quinta stagione di Sherlock per BBC, ecc., tanto che il Conformity Gate appare in realtà molto meno rivoluzionario di quel che può sembrare.

conformity-gateXALIE – It’s a lie

La verità è che di fronte a un finale deludente di un prodotto dal portato generazionale, la speranza che non sia tutto qui resta fortissima. Sono rari i casi in cui franchise così amati e duraturi arrivano a una conclusione pienamente soddisfacente – per quanto mi riguarda, solo i due episodi conclusivi dell’ottava stagione di Scrubs possono vantare un simile risultato – e sono ancor più rari oggi titoli che accettano di giungere a una fine effettiva. Come si è già detto – e confermato – Stranger Things avrà spin-off audiovisivi, come già ne ha fumettistici e letterari, quindi l’universo narrativo dei Duffer è ben lungi dall’essere chiuso. Tutto resta possibile, contratti permettendo e a pubblico piacendo.

Chiediamo uno spin-off sulle ferie dei Demogorgoni mentre avveniva l’attacco a Vecna

Il Conformity Gate apre però alcune interessanti questioni su Netflix, il proprio pubblico e il materiale narrativo che veicola. Agganciare la discorsività social e diffusa è oggi per Netflix un’urgenza estrema: il difficile processo di acquisizione di Warner, con la mossa ostile di Paramount, ha fatto perdere quasi il 25% di valore azionistico alla piattaforma di Los Gatos, marchiando di nero proprio il periodo di uscita del finale del suo asset narrativo più prezioso. Stimolare il discorso dei fan in questo momento non fa che ribadire le potenzialità – spesso dimenticate, in questi tempi di intersezione mediale – della fruizione streaming: Netflix, potenzialmente, potrebbe senza problemi rilasciare titoli a sorpresa, giocare col proprio catalogo e con l’interfaccia, sfidare l’utente tra titoli e raccomandazioni, affermando nuovamente la sua possibilità di slegarsi dalle logiche di rilascio periodico, programmatico e parcellizzato.

conformity-gateL’Elder Brain, lo stadio finale del Mind Flayer in D&D, comparso nel gioco proprio nel 1989

Insomma, il Conformity Gate di Stranger Things sembra per lo più un grido d’aiuto da parte dei fan nei confronti della piattaforma, una richiesta un po’ disperata e un po’ giocosa che ha al suo centro la volontà di poter essere nuovamente sorpresi, presi alla sprovvista, ritenuti giustamente più intelligenti di quanto la pigra scrittura da second-screen ritenga gli spettatori. Forse non avremo un nuovo finale di Stranger Things, con il suo Elder Brain e le promesse morti celebri ecumenicamente mancate, ma abbiamo riscoperto il piacere di giocare con i nostri universi narrativi preferiti. La speranza è che anche Netflix e co. abbiano imparato la lezione e diano il via a una rinnovata ondata di prodotti più consapevoli di sé, delle proprie potenzialità e di quelle del proprio pubblico.