Non so pronunciarmi sulle conseguenze politiche a lungo termine del sequestro americano delle due petroliere russo-venezuelane, parte della famigerata flotta ombra con cui Mosca da anni aggira le sanzioni, ma sentire i portavoce del Cremlino indignarsi per l’inaccettabile violazione del diritto internazionale è un piacere tanto raro quanto intenso. Sebbene, va detto, nessuno di loro si sia spinto fino a denunciare il rischio di «effetti imprevedibili sul già stagnante “processo di pace” per l’Ucraina», come fa Lucio Caracciolo su Repubblica, perché alla fin fine anche loro hanno il senso della misura.
E sono i primi a rendersi conto di come l’affronto americano sia l’ennesima dimostrazione di un inarrestabile declino del potere e della capacità di influenza di Mosca, ormai espulsa dalla Siria, spazzata via dal Venezuela e impantanata da quattro anni in Ucraina. Al bluff dell’invincibile potenza del regime putiniano, cui dovremmo tutti inchinarci per evitare guai peggiori, non sembrano credere più nemmeno i blogger militari russi, ma solo giornali e talk show italiani.