Le “aquile urlanti” di Trump starebbero dando la caccia a Khamenei. La 101ª Brigata aviotrasportata statunitense e la Delta Force è segnalata in operazioni al confine iraniano. Da alcuni giorni aerei e rifornitori Usa sono in movimento. Un’intensa attività logistica tra Stati Uniti, Europa e Medio Oriente si registra al confine tra Iran e Iraq con decine di aerocisterne per il rifornimento in volo e aerei da trasporto strategico. Dopo la cattura di Maduro e i chiari moniti di Trump con la minaccia di un intervento contro il regime iraniano se dovesse continuare ad usare violenza contro i manifestanti, Washington sta rafforzando la propria postura militare nella regione.

Numerosi velivoli della United States Air Force, inclusi aerei da trasporto pesante C-5 e C-17, sarebbero decollati sia dagli Stati Uniti che da una base americana nel Regno Unito, dirigendosi in Iraq al confine con l’Iran. Questo trasferimento in corso di forze e mezzi in un’area già ad altissima tensione, fa pensare seriamente a preparativi per possibili imminenti attacchi contro l’Iran oppure ad un modo per tenere sotto minaccia il regime mentre i manifestanti invadono le città iraniane lottando per liberare il paese dalla Repubblica islamica: si tratterebbe di uno scudo militare sui cieli iraniani a protezione della popolazione che è insorta.

Ormai, a 12 giorni dal loro inizio, le proteste dilagano come in fiume in piena in tutte le province iraniane e soprattutto nei distretti industriali del paese, dal tessile a quello portuale e degli idrocarburi e del cemento. Il popolo iraniano, dai mercanti dei bazar ai giovani universitari, dai lavoratori ai pensionati e persino ex funzionari del regime vogliono la fine della Repubblica islamica. La popolazione ribattezza le strade di Teheran sostituendo le targhe della toponomastica con le scritte “Via del Presidente Trump”.

La caduta di Maduro è uno shock geopolitico indiretto per Teheran; uno shock che chiude i canali finanziari dei pasdaran, che segna la fine di “Hezbollah Venezuela” e pone fine alle manovre strategiche della Repubblica islamica di espansione in America Latina. Sono almeno 50 i morti in oltre 300 manifestazioni in 92 città di 30 province; almeno 2.076, sono i cittadini arrestati, centinaia le sparizioni forzate e, quotidiane, le impiccagioni. Eppure la popolazione non ha rinunciato alla lotta di liberazione. La violenza da parte delle forze paramilitari basij e delle milizie jihadiste assoldate dal regime si è estesa fin dentro gli ospedali.

È in corso la caccia all’oppositore. Manifestanti disarmati sono corsi all’ospedale Sina di Teheran, in fuga dalle forze di sicurezza. I basij hanno fatto irruzione nella struttura sanitaria e hanno lanciato gas lacrimogeni all’interno di essa e arrestato i manifestanti feriti. Anche a Malekshahi, nella provincia di Ilam, le forze del regime hanno aperto il fuoco vivo sui civili, poi hanno attaccato l’ospedale e rapito i manifestanti feriti. Si è scatenato l’inferno nella metropolitana di Teheran. I basij hanno sparato decine di lacrimogeni all’interno delle stazioni. Le unità motociclistiche dei paramilitari controllano rigorosamente tutti gli ingressi e le uscite.

Gruppi di manifestanti attaccano gli agenti del regime con la tattica “mordi e fuggi”. Il piano della Repubblica islamica di sedare le proteste sin dal loro insorgere al momento è fallito anche perché vi sarebbero delle defezioni all’interno dell’apparato paramilitare e dei guardiani della rivoluzione. Le forze della repressione non sembrano molto determinate a reprimere le manifestazioni che in alcuni casi assumono caratteristiche violente. Per questo il regime sta facendo ricorso a milizie mercenarie irachene, afgane e libanesi. Circa 800 miliziani sciiti iracheni sono stati inviati in Iran per reprimere la popolazione in rivolta. Le milizie irachene affiliate al regime iraniano di Kata’ib Hezbollah, Harkat al-Nujaba, Sayyid al-Shuhada e Badr sono impiegate in prima linea per la brutale repressione dei manifestanti.

Il processo di trasferimento di queste forze viene effettuato attraverso i tre valichi di frontiera di Shalamcheh, Chazhabeh e Khosravi, e la sua copertura ufficiale è descritta come un “pellegrinaggio ai luoghi sacri dell’Imam Reza a Mashhad”, ma in realtà queste forze si radunano nella base di Khamenei ad Ahvaz e vengono poi inviate in varie regioni per partecipare alla più violenta repressione delle proteste, mai messe in atto finora. I miliziani catturano i manifestanti che vengono trasportati in località segrete. Si registrano centinaia di sparizioni forzate. Intanto dai campu suniveristari di tutto il paese si leva un solo grido: “Via la Repubblica islamica dall’Iran”.

Mariano Giustino