Nel 2017, mentre Donald Trump si preparava a entrare alla Casa Bianca come presidente “anti-sistema”, a Caracas qualcuno aveva già capito che il mondo si trovava di fronte a un cambio di paradigma e che presto la diplomazia tradizionale sarebbe stata superata. Quel qualcuno era Delcy Rodríguez, allora ministra degli Esteri del Venezuela, figura in ascesa del chavismo, oggi presidente ad interim dopo la storica cattura di Nicolás Maduro da parte degli Usa.

La mossa

Il Venezuela era già sull’orlo del collasso. L’iperinflazione divorava salari e risparmi, l’industria petrolifera — spina dorsale del Paese — arrancava sotto il peso di anni di cattiva gestione e di sanzioni in arrivo. In quel contesto Rodríguez decise di tentare una mossa che, per un governo che si proclamava anti-imperialista, aveva il sapore della blasfemia politica: avvicinare Trump.

Lo fece nel modo più diretto possibile. Ordinò a Citgo Petroleum, la controllata statunitense della compagnia petrolifera statale PDVSA, di versare 500 mila dollari al comitato per l’inaugurazione presidenziale di Trump. Formalmente legale — i comitati inaugurali possono ricevere donazioni da società registrate negli Stati Uniti — politicamente esplosiva. La notizia, resa pubblica pochi mesi dopo dai registri federali americani, fece scalpore più a Caracas che a Washington.

In Venezuela, dove mancavano medicine e cibo, quella donazione apparve come un insulto. Ma per Rodríguez era un investimento. L’idea era semplice e spregiudicata: Trump non aveva legami ideologici con l’America Latina, non era interessato alla retorica democratica quanto i suoi predecessori e parlava il linguaggio degli affari. Se c’era una cammino per salvare l’industria petrolifera venezuelana passando da Washington, andava intrapreso subito.

Altri tentativi

Alla donazione seguirono altre mosse. Lobbisti repubblicani vennero assunti per sondare il terreno, ex consiglieri della galassia trumpiana furono contattati, congressisti conservatori ricevettero segnali di disponibilità. Rodríguez provò perfino ad arrivare ai vertici di ExxonMobil. Ex diplomatici statunitensi la descrissero allora come “ideologica, ma non dogmatica”.

Il tentativo, però, fallì. Trump, spinto dal senatore Marco Rubio e dall’ala cubano-americana del Partito repubblicano, scelse la linea dura. Le sanzioni si intensificarono, il Venezuela divenne un caso simbolo della lotta contro i “regimi autoritari” dell’emisfero occidentale e la porta che Rodríguez aveva cercato di forzare si richiuse bruscamente.

Eppure, quel fallimento non segnò la sua fine. Al contrario. La rese visibile, riconoscibile, spendibile. Negli anni successivi Nicolás Maduro la promosse vicepresidente, affidandole il dossier più delicato: la gestione dell’economia sotto sanzioni. Rodríguez importò consulenti, riorganizzò pezzi della filiera petrolifera, congelò — almeno in parte — l’iperinflazione. In questa fase qualcuno la definì “la Deng Xiaoping del chavismo”.

L’ora della verità

Quando Maduro è stato catturato in un’operazione militare statunitense, è stato quasi naturale che fosse lei a raccoglierne l’eredità istituzionale. Presidente ad interim per dettato costituzionale, con l’appoggio delle Forze armate e del Tribunale Supremo, Rodríguez si è ritrovata faccia a faccia con lo stesso uomo che aveva provato a sedurre nove anni prima.

Visto a posteriori, il 2017 appare meno come un incidente e più come un atto fondativo. Il momento in cui Delcy Rodríguez ha capito che, per sopravvivere, il chavismo doveva imparare a trattare con il nemico. Ma la storia di questa fase è ancora da scrivere.