di
Alberto Zorzi

Venezia, la ricostruzione grazie a celle telefoniche e telecamere: Sergiu Tarna rapito da Riccardo Salvagno e da un complice ignoto

«Ti darò la caccia», gli aveva scritto su Telegram il 25 dicembre, in una chat ritrovata sul cellulare della vittima. Nemmeno il giorno di Natale Riccardo Salvagno aveva saputo contenere la sua rabbia nei confronti di Sergiu Tarna, in un dialogo sempre più minaccioso. Poi il litigio in pubblico la sera del 26, e un messaggio invece conciliante il 30, a cui però non aveva avuto risposta. È così che Salvagno avrebbe deciso la notte stessa di andare a cercare il barman moldavo nel centro di Mestre: le telecamere lo hanno visto che girovagava fino ad arrivare a quel bar Nuova Mestre di via Miranese, in cui Tarna è stato rapito dal vigile e dal suo complice, che resta ancora ignoto.

Gli avambracci della vittima «infagottati»

È stata proprio l’analisi delle numerose telecamere («oltre duecento ore di filmati», spiegano i carabinieri) a consentire agli inquirenti di arrivare a un primo step nella risoluzione del caso, come emerge dall’ordinanza firmata il 4 gennaio (domenica) alle 17.40 dal gip Claudia Ardita. La prima traccia che li ha messi sulle tracce di Salvagno sono state infatti le immagini riprese nella zona del delitto: lì si vede la Volkswagen Polo di Salvagno transitare alle 2.29.14 verso il luogo dove poche ore dopo un fotoamatore avrebbe trovato il cadavere, e poi di nuovo andarsene via alle 3.04.08. Il delitto è avvenuto in quei 35 minuti. Il presunto killer avrebbe fornito al giudice una versione più «complessa» della dinamica dell’omicidio rispetto a un colpo a bruciapelo e il magistrato sottolinea come il fatto che la vittima avesse le scarpe e i pantaloni bagnati potrebbe essere indicativo del fatto «che abbia tentato un’ultima disperata fuga», prima di essere immobilizzato con la giacca. «Entrambi gli avambracci sembravano infagottati», ha infatti testimoniato l’uomo che ha trovato per primo il cadavere. A «incastrare» il vigile urbano ci sarebbero anche le tracce di fango ritrovate sugli pneumatici e sul battistrada dell’auto e soprattutto un dettaglio che non è sfuggito agli inquirenti: ovvero che l’auto era priva del tappo del vano per il rifornimento di carburante, come quella che aveva «recuperato» Tarna in via Miranese.



















































Gli spostamenti

Grazie alle telecamere e alle celle, i militari hanno ricostruito nel dettaglio la serata della vittima. Fino a mezzanotte e mezza era ancora in via Lazzari a Mestre, presso il locale Esquina dove lavorava e poi in un vicino bar cinese dove si era incontrato con un collega. A mezzanotte e 46 era partito da via Allegri per andare in via Carducci, dove alle 0.58 aveva preso l’autobus (comunicandolo all’amico) verso via Miranese per andare al bar Nuova Mestre. Qui si era intrattenuto fino alle 2.14, quando c’era stata la telefonata con Salvagno, durata circa un minuto. «Dopo aver ricevuto la telefonata Tarna cambiava umore, palesando nervosismo, pagava e si allontanava speditamente», annota il giudice sintetizzando le testimonianze di baristi e avventori. I quali, una in particolare, ricordano di aver visto anche la macchina di Salvagno arrivare. «Ho visto un’auto di colore grigio e Sergiu che la guardava – ha riferito – Mi sono ricordata che più volte l’avevo visto arrivare con quell’auto e posso dire che un suo amico, tale Riccardo, che è della polizia municipale, ha lo stesso modello».

«Come un’esecuzione di guerra»

Le telecamere hanno registrato l’aggressione violenta con la pistola, nel corso della quale Tarna è stato caricato sul sedile posteriore dove c’era un’altra persona, nonostante cercasse di divincolarsi. Da lì inizia la corsa verso via Pallada in mezzo ai campi. Alle 2.20 l’auto parte, alle 2.23 è alla rotatoria della Romea a Marghera, alle 2.26 a quella che porta a Chioggia, alle 2.28 entra a Malcontenta. Alle 2.43.13 il segnale di uno dei due smartphone che Tarna aveva in tasca è localizzato proprio nel campo in cui è stato trovato: è il momento, probabilmente, dello sparo fatale.
Sparo che, evidenzia il giudice, avviene in testa, quasi in fronte. «Una modalità di uccisione estremamente brutale e truce, che richiama alla mente le esecuzioni tipiche delle zone di guerra – sottolinea il gip Ardita – che richiede preparazione, addestramento e capacità di gestire l’uso di un’arma ma allo stesso tempo l’assenza di pietà e la crudeltà d’animo, posto che si tratta di uccidere una persona guardandola negli occhi mentre muore». Ed è proprio per il rischio di reiterazione che Salvagno è stato messo in carcere.


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9 gennaio 2026