Sigfrido Ranucci parla di “sportellata”. Ed è difficile dargli torto. Il conduttore di Report commenta così una sentenza della Corte di Cassazione che non riguarda soltanto la sua trasmissione, ma incide direttamente sui confini dell’azione del Garante della Privacy nell’esercizio del diritto-dovere di cronaca. In questo contesto si inserisce la notizia, di queste ore, dell’apertura di un’istruttoria-lampo sul caso Bellavia–Report. La Cassazione ha però tracciato una linea. E questa volta vale per tutti.

Con la sentenza n. 759/2025, pronunciata il 16 dicembre 2025, la Suprema Corte fissa un principio che va ben oltre il singolo caso: l’Autorità non può esercitare il proprio potere punitivo senza limiti di tempo, tenendo per anni sotto schiaffo chi fa giornalismo d’inchiesta. La decisione chiude definitivamente una lunga partita tra Report, la Rai, il Garante per la Protezione dei Dati Personali e Armando Siri. E lo fa senza entrare nel merito dei contenuti giornalistici. La Cassazione sceglie un terreno più sensibile: quello dei limiti giuridici del potere dell’Autorità, in una fase in cui il rapporto tra Garante e informazione è diventato apertamente conflittuale.

Il caso Siri–Report e il fattore tempo
La vicenda nasce dal reclamo presentato da Armando Siri il 25 novembre 2020, relativo a due servizi andati in onda su Presa Diretta (28 settembre 2020) e Report (26 ottobre 2020). Il Garante apre una fase preistruttoria, chiede osservazioni alla Rai il 1° aprile 2021, riceve le memorie difensive il 21 aprile 2021 e procede con l’audizione del titolare del trattamento il 12 ottobre 2021. Solo il 10 agosto 2021 l’Autorità comunica formalmente alla Rai l’avvio del procedimento sanzionatorio, contestando presunte violazioni della normativa sul trattamento dei dati personali nell’attività giornalistica. È da quel momento – chiarisce la Cassazione – che si apre la fase sanzionatoria in senso stretto, soggetta a un termine perentorio di 120 giorni, fissato dallo stesso regolamento del Garante. Quel termine scade tra novembre e dicembre 2021. Ma il provvedimento finale arriva soltanto il 6 luglio 2023, con il provvedimento n. 297, che vieta l’ulteriore diffusione delle mail mostrate in trasmissione. Quasi due anni dopo. Troppo tardi.

La sentenza di Roma e il ricorso in Cassazione
La Rai impugna il provvedimento davanti al Tribunale di Roma, che con la sentenza n. 14569/2024, depositata il 22 ottobre 2024, annulla la sanzione del Garante ritenendo perentorio il termine di conclusione del procedimento sanzionatorio e dichiarando consumato il potere dell’Autorità. Contro quella decisione propone ricorso per Cassazione Armando Siri, mentre il Garante presenta ricorso incidentale, sostenendo che i termini previsti dal regolamento non avrebbero natura vincolante ma meramente ordinatoria. La Suprema Corte respinge entrambi i ricorsi. E lo fa con una motivazione che pesa come un macigno.

Una linea rossa per l’Autorità
Secondo la Cassazione, la certezza del diritto e il diritto di difesa impongono che il potere punitivo della pubblica amministrazione sia esercitato entro confini temporali certi. In caso contrario, l’Autorità finirebbe per occupare una posizione “ingiustificatamente privilegiata”, incompatibile con i principi costituzionali. Il termine di 120 giorni per la fase sanzionatoria – scrive la Corte – ha natura perentoria. Il suo superamento comporta la “consumazione del potere”. Il controllo è legittimo, la vigilanza doverosa, la sanzione possibile. Ma solo entro regole precise e tempi certi. Oltre quel limite, l’azione dell’Autorità perde efficacia e legittimità. Il risultato è netto: la sanzione viene definitivamente annullata. Cade il divieto imposto a Report non perché la Cassazione entri nel merito della trasmissione, ma perché chi ha imposto quel divieto lo ha fatto fuori tempo massimo, oltre un anno e mezzo dopo la scadenza del termine.

Una sentenza che pesa sullo scontro in corso
È qui che la portata della decisione esce dall’aula di giustizia e incrocia l’attualità. La sentenza arriva mentre tra il Garante e l’informazione – in particolare il giornalismo d’inchiesta – è in atto uno scontro senza precedenti. Dalla multa record inflitta a Report, che ha segnato l’innesco del conflitto, fino alla sequenza di iniziative successive, l’Autorità è diventata un attore centrale di una partita che non riguarda solo la privacy, ma il perimetro stesso del diritto di cronaca. La Cassazione ha però tracciato una linea. E questa volta, si spera, vale per tutti.