di
Ilaria Sacchettoni

Parla Nathan Trevallion, 51 anni, cittadino britannico, padre della famiglia nel bosco: «Non abbiamo fatto nulla di male e speriamo di poter tornare a vivere felicemente con i nostri bambini»

Interrompe il silenzio stampa degli ultimi mesi Nathan Trevallion, il papà di Palmoli (Chieti) che ha perduto la potestà genitoriale per decisione del Tribunale dell’Aquila, lo scorso novembre. Parla di affetto, responsabilità, valori (non negoziabili) verso i quali i suoi tre figli erano stati fin qui accompagnati. 

E, in una intervista alla Stampa, li descrive, al presente, pieni di rabbia, distruttivi, ansiosi. Dice: «E’ subentrata la loro incapacità di concentrarsi, sono in uno stato di costante agitazione e di ansia. A volte litigano fra loro cosa che prima non facevano. Sono spesso arrabbiati l’un l’altro e quando arriva per me il momento di andare via cercano di fare qualcos’altro come se volessero sfuggire a ciò che provano… è come se volessero dirmi di non capire perché il loro papà deve tornare a casa da solo e lasciarli lì». 



















































Molto dello stato d’animo che oggi appartiene a questi bimbi era già trapelato sui giornali nei giorni scorsi (tanto da sollevare l’irritazione della garante dei diritti dei minori locale) ma qui nelle parole di Nathan Trevallion si può leggere la fotografia attuale della situazione. E di una incomprensione reciproca fra servizi sociali e famiglia neorurale. Prosegue ancora Nathan: «Quando li lascio uno di loro a volte rompe le cose che ama di più, litiga con i fratelli, anche con la sorella gemella a cui è molto legato…». 

Sono meccanismi che appaiono inequivocabili allo psichiatra nominato consulente di parte (Tonino Cantelmi) per assisterli nel percorso di approfondimento psicodiagnostico stabilito dai giudici e che inizierà il prossimo 23 gennaio. Nathan risponde anche alla domanda affiorata spesso negli ultimi tempi: perché mai questo silenzio stampa? Dice di essere stato frainteso più volte: «La nostra è una condizione di vita molto comune negli ambienti rurali, nella vita di tante famiglie e in ogni parte del mondo. Non siamo i soli, fortunatamente, ad avere sposato una certa filosofia di vita che rifiuta il consumo delle risorse della terra senza mai porsi delle domande su dove stia andando il mondo e cosa è più giusto fare per i propri figli. Non siamo sempre stati capiti. Le nostre parole sono spesso state male interpretate». 

Manca nell’intervista qualcosa che più concretamente impegnerà i Trevallion nei prossimi giorni. Ossia le prescrizioni stabilite dai giudici perché i bambini possano ricongiungersi. I temi relativi alla loro istruzione, alla abitazione (una casetta di pietra e mattoni da ristrutturare, bisognosa perfino di modifiche agli infissi) e alla salute sono tutti argomenti sottolineati dai magistrati come urgenti. 

Qui Cantelmi spiega di aver dato il via (assieme agli avvocati Femminella e Solinas) a un dialogo con i servizi sociali. Ad esempio vi sarebbe disponibilità al completamento del ciclo vaccinale dei bimbi. La conclusione di Trevallion è tuttavia molto tranchant: «Quanto a ciò che ci viene contestato per la vita nel bosco credo ancora che io e mia moglie abbiamo fatto la scelta giusta nel crescere i nostri figli nel modo più sano e naturale possibile. E’ stato provato scientificamente che la nostra scelta di vita ha indubbi benefici per la crescita e lo sviluppo mentale dei bambini».


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9 gennaio 2026