di
Vincenzo Brunelli

Parla Daniela Montesi, di Pontedera (Pisa), risarcita con 500mila euro per una chemioterapia fatta dopo una diagnosi sbagliata di un linfoma: «Il mio sistema immunitario, distrutto da quelle cure sbagliate, inutili e nocive»»

I medici della clinica Santa Chiara di Pisa, che fa parte dell’azienda ospedaliera universitaria pisana, per ben 4 anni l’hanno sottoposta a cicli di chemioterapia per un linfoma all’intestino che invece non c’era. Daniela Montesi di Pontedera, come racconta a La Stampa, oggi ha 65 anni ed è purtroppo una donna devastata non solo per il lungo iter giudiziario che nei giorni scorsi ha portato la corte d’Appello di Firenze a condannare l’Aoup di Pisa a pagarle circa 500 mila euro di risarcimento, ma per le conseguenze sulla sua salute attuale, di tutti quei mesi nei quali nel suo corpo sono state introdotte sostanze molto forti e pesanti, senza nessun motivo e necessità.

«Mi sento una donna finita -racconta – purtroppo non c’è modo per essere sereni, neanche dopo la sentenza sul risarcimento». 



















































I medici pisani le avevano diagnosticato un linfoma inesistente, come è risultato poi da una biopsia eseguita all’ospedale di Genova, e dal 2007 al 20221 l’avevano curata con chemioterapia, cortisone e steroidi. Tutte cure inutili e dannose per il suo sistema immunitario. 

«Avrei voluto assistere all’udienza d’Appello ma ero in ospedale, invece, a curarmi dalle malattie che stanno aggredendo il mio sistema immunitario, distrutto da quelle cure sbagliate, inutili e nocive»

Prima stava bene, ora si è ammalata davvero. 

Il calvario e la sentenza

Nel 2024 il Tribunale di Pisa aveva già condannato l’Aoup pisana a pagare circa 300 mila euro di risarcimento, ma il legale di Daniela Montesi, l’avvocatessa Sonia Ticciati, aveva ritenuto opportuno impugnare la sentenza di primo grado e proporre appello perché pensava fosse bassa la quantificazione del danno. E ha avuto ragione perché come detto i giudici di secondo grado hanno «personalizzato» il danno aumentando il totale da risarcire alla donna. 

«Sono stata ricoverata in ospedale fino a due giorni fa, per tutte le conseguenze sanitarie di quella diagnosi sbagliata. Sono cure sempre più dure, il mio sistema immunitario è ormai distrutto. Cosa può importarmi dei soldi in più, se non c’è ancora un modo per farmi stare bene?». 

Parole dure, amare e perfettamente comprensibili quelle della signora Montesi che poi si sofferma sulla vita che le è stata strappata di mano, quella precedente all’errore diagnostico e alle cure inutili e dannose. 

«Ero assicuratrice a Pontedera, ma ho dovuto lasciare il posto di lavoro perché mi hanno tolto la patente di guida per le mie condizioni di salute. Ho provato a riaverla, ma non ci sono riuscita. E poi ho iniziato la battaglia legale contro l’azienda ospedaliera di Pisa. Adesso sono stanca, sto ancora male per tutte le malattie rare che mi stanno debilitando». 

Per i giudici di Appello che hanno aumentato la somma totale da risarcire nei suoi confronti tutto questo era ben chiaro, sia la sua condizione attuale sia quella di quegli anni in cui pensava di avere in linfoma intestinale in stato avanzato. In sentenza hanno dato conto anche di questo: «L’incremento risarcitorio si giustifica senz’altro anche in virtù della straordinaria angoscia e sofferenza che la diagnosi di linfoma, in fase terminale, deve aver determinato nella donna». 

Daniela Montesi, che è anche madre di due figli, ora combatte con malattie che non aveva, e di cui soffre per quelle cure che hanno indebolito il suo sistema immunitario completamente inutili semplicemente perché il tumore non c’era.  


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9 gennaio 2026 ( modifica il 9 gennaio 2026 | 13:02)