Continua a crescere come un’onda l’indignazione dei vescovi cattolici negli Stati Uniti per la violenza indiscriminata delle forze federali anti-immigrazione. L’ultima presa di posizione è apparsa ieri sul sito dell’arcidiocesi di Saint Paul-Minneapolis, dopo la sparatoria mortale avvenuta nella città del Minnesota durante un blitz degli agenti. «Continuiamo a trovarci in un momento in cui, in questo Paese, dobbiamo abbassare la temperatura della retorica – ha dichiarato in una nota l’arcivescovo Bernard Hebda –, mettere fine alle speculazioni piene di paura e iniziare a considerare tutte le persone come create a immagine e somiglianza di Dio». Hebda poi si è rivolto direttamente al governo federale, ai «rappresentanti eletti» e a «coloro che sono responsabili dell’applicazione delle nostre leggi» per chiedere di unirsi «come nazione» e di «approvare una riforma significativa dell’immigrazione che renda giustizia a tutte le parti». Perché, ha proseguito, «più a lungo ci rifiutiamo di affrontare questo problema nell’arena politica, più esso diventa divisivo e violento». Ai cattolici della diocesi, e a tutte le «persone di buona volontà», tra cui molti che ieri hanno preso parte alle manifestazioni contro l’Ice, infine, Hebda ha chiesto preghiere «per la persona uccisa, per i suoi cari» e per tutta «la comunità».
Si fa sempre più profondo, dunque, il solco che allontana la Chiesa cattolica Usa dal governo Trump in tema di politiche anti migranti, con i vescovi che hanno fatto eco alle dichiarazioni di papa Leone XIV, il quale ha più volte definito «disumane» le operazioni della polizia. Dal 12 novembre scorso, infatti, quando la Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb) ha reso nota una “inconsueta” dichiarazione congiunta contro le «deportazioni di massa dei migranti», si sono susseguiti senza sosta gli appelli dei vescovi dei vari Stati e le iniziative delle comunità cattoliche. Gli ultimi sono stati i presuli del Kentucky che il 4 gennaio hanno ribadito i punti fermi condivisi dalla Conferenza, ovvero che «le nazioni hanno il diritto e la responsabilità di controllare i propri confini e di far rispettare le leggi volte a proteggere la popolazione», ma che «tutte le leggi devono essere applicate in modo giusto e prevedibile, nel rispetto della dignità data da Dio a ogni persona umana».
Similmente i presuli del Wisconsin, il 18 dicembre, avevano espresso «profonda preoccupazione per la natura indiscriminata dell’attuale applicazione federale delle leggi sull’immigrazione», per cui «i cittadini statunitensi vengono discriminati a livello razziale», «gli immigrati vengono diffamati, viene loro negata l’assistenza pastorale, vengono detenuti in condizioni precarie». La Casa Bianca ha rispedito al mittente anche la “preghiera” lanciata il 22 dicembre dai vescovi della Florida affinché si sospendessero «le attività di controllo dell’immigrazione durante le vacanze di Natale». Stessa sorte per l’appello dei cattolici di Chicago, che avevano chiesto all’Ice di far entrare i sacerdoti nel centro di detenzione della città per portare l’Eucarestia ai reclusi almeno il 25 dicembre.