“Non dormo più, solo di giorno, quando sento i miei amici fare rumore in casa, riesco a chiudere occhio. Ho sempre paura che la porta si spalanchi e da lì entrino i soldati israeliani come successo a Ketziot. E ricomincino gli abusi”. Portavoce italiano della Freedom Flotilla Coalition, la seconda flotta che abbia tentato di raggiungere Gaza ed è stata fermata con un raid in acque internazionali lo scorso settembre, ultimo italiano a essere liberato, Vincenzo Fullone è fra gli attivisti che hanno denunciato di aver subito abusi sessuali durante la detenzione in Israele. “È successo sia dopo il blitz, sia ad Ashdod. Ho denunciato poco dopo il mio arrivo in Italia, è stato reso pubblico adesso perché la Flotilla ha deciso di presentare un formale esposto anche a livello internazionale, sia alla Corte penale, sia all’Onu”. Fullone non è il solo. Anche due attiviste, Anna Lietdke, tedesca, e Surya McEwen, hanno denunciato di aver subito violenze. “Non mi stupirebbe se fossero di più, ma ci vuole tempo per elaborare e non è detto che si trovi il coraggio. Il senso di umiliazione, di impotenza, di terrore che rimane dopo la detenzione in quei lager è inimmaginabile”.
Lei perché ha deciso di farlo?
“L’ho detto subito ai medici giordani che mi hanno visitato, come al personale consolare che ci ha accolto ad Amman, quando siamo stati espulsi. Ai carabinieri mi sono rivolto poco dopo il ritorno in Italia, a fine settembre. Me lo ha consigliato la psicoterapeuta che ancora mi segue per aiutarmi a superare questa esperienza”.
Cosa è successo?
“In tre diverse occasioni ho subito perquisizioni anali straordinariamente invasive, mentre ricevevo insulti, offese, con le guardie che mi sputavano addosso. Mi dicevano: “Troia di Hamas, adesso non ti piace?”. Ho provato a protestare con uno degli ufficiali che mi ha interrogato, un uomo che parlava italiano con accento romano, l’unico in abiti civili, che mi ha detto: “È un protocollo di sicurezza”.
E invece di cosa si tratta?
“È una violenza pura e semplice. Un’umiliazione studiata. La prima volta è successo subito dopo il raid, eravamo a bordo della nave. Sono venuti a cercarmi subito: sapevano perfettamente chi fossi, che ho vissuto molto tempo a Gaza, conoscevano i miei amici e il mio compagno, che hanno ammazzato uno dopo l’altro. Mi hanno obbligato a spogliarmi davanti a tutti, mi hanno fatto chinare e mi hanno sottoposto a una perquisizione anale estremamente violenta. Dopo mi hanno pestato, chi ha cercato di difendermi è stato aggredito”.
Ci sono stati altri episodi?
“Purtroppo sì. È successo tre volte, l’ultima è stata quella più brutale. Ero completamente nudo, mi hanno costretto a chinarmi in avanti e un uomo ha tentato di introdurre la mano. Io ho sempre cercato di resistere, di non lamentarmi, ma quella volta non ce l’ho fatta, mi sono voltato e ho notato che quell’uomo era visibilmente eccitato. La cosa mi ha fatto orrore. In un’altra occasione, mi hanno anche fotografato in quella posizione, mentre continuavano a insultarmi. Questa non è una perquisizione, significa usare il corpo di un essere umano come strumento di punizione, di disprezzo e di intimidazione”.
Come mai ha scelto di parlarne pubblicamente?
“È una decisione politica. Se questo è successo a noi, occidentali e bianchi, cosa succede ai palestinesi? Lo sappiamo dai report Onu e di ong israeliane, che hanno rivelato che i corpi di alcuni prigionieri avevano il retto sfondato, e dal video diffuso dall’ex procuratrice generale militare dell’esercito israeliano, la maggiore generale Yifat Tomer-Yerushalmi, che per questo è stata arrestata. Ma ancora non ci si rende conto degli orrori che avvengono in quelle prigioni. Sono una macchina perfetta pensata per umiliare e distruggere fisicamente e psicologicamente un individuo”.
Con lei ci sono riusciti?
“Sono stato rapito in acque internazionali mentre ero su una nave umanitaria che trasportava medici, medicine e cibo. Picchiato, umiliato, minacciato. Più volte ho creduto che non sarei uscito vivo dalla cella, soprattutto quando di notte facevano irruzione con i fucili spianati e vedevo i puntatori laser su di me”.
Come si supera tutto questo?
“Non lo so. Io ci sto provando, mi aiuta una psicoterapeuta che la Flotilla mi ha messo a disposizione. Ma ancora, a distanza di mesi, è difficile riprendere una vita normale. Anche perché dopo le violenze fisiche subite, ci sono quelle verbali. Dopo aver raccontato pubblicamente gli abusi subiti, al posto della solidarietà, sui social ci sono stati insulti, commenti irridenti, qualcuno mi ha persino augurato la morte. Ma ripeto, questo è nulla rispetto a quello che subiscono i palestinesi. Per questo mi impongo di andare avanti”.