di
Greta Privitera

Blackout totale per i 92 milioni di iraniani. Trump torna a minacciare: «Se uccidete, interveniamo». Alcuni profili social condividono il video di decine persone uccise a Fardis: ma sono immagini che per ora non possono essere verificate

Ali, Mina, Amir, Ghazaleh, Samira non rispondono più ai messaggi su Whatsapp. Non si connettano a Instagram da ore. Nessuno riesce a chiamare, a inviare foto, video. Il regime dell’ayatollah di Ali Khamenei reagisce con il buio al fiume di persone che insorge nelle strade e nelle piazze d’Iran. Taglia Internet in tutto il Paese, taglia ogni possibilità di raccontare al mondo la rivolta che cresce.  Ma l’oscurità non è solo notte: diventa la condizione migliore per mettere in atto la repressione. 

Le ultime immagini e gli ultimi racconti arrivati fino a qui mostrano le vie di Teheran invase da migliaia di persone che in coro chiedono la fine della Repubblica islamica. Stesse scene da Tabriz, Rasht, Mashhad, Isfahan Zahedan, Abadan. Dal Kurdistan, da Ilam. La protesta non è più pacifica, non è più contenuta né contenibile. Alcuni manifestanti attaccano i palazzi del governo, le sedi della polizia. Fuoco alle macchine, fuoco ai simboli del potere. Spuntano barricate ovunque.  Cadono statue. Cade quella del generale Qassem Suleimani, ucciso nel 2020 dall’esercito americano, a Bagdad.



















































Dal buio imposto non arriva quasi niente. Tranne qualche informazione che passa tra le maglie della repressione. Ci sono profili social che condividono il racconto dell’uccisione di decine di persone – scrivono almeno cinquanta –  davanti alla stazione di polizia di Fardis, una città vicino a Karaj.  Ma non è ancora possibile verificare la veridicità di queste voci. Non fanno, invece, alcuna fatica a uscire dai confini i messaggi delle autorità: «Segnaliamo diversi agenti di polizia uccisi da terroristi armati che sparavano direttamente con i fucili durante il “caos” notturno a Teheran». 

Il blackout totale arriva il giorno dopo che i capi della magistratura e dei pasdaran hanno giurato misure durissime contro chiunque osasse insorgere. Come in ogni tentativo di rivoluzione, gli ayatollah spengono la luce. L’ultima volta lo hanno fatto durante la Guerra dei 12 giorni contro Israele. Raccontavano che  fosse il modo migliore per proteggersi dal «nemico sionista», oggi accusato con gli Stati  Uniti di essere tra gli istigatori di questa rivolta. Ma c’è un altro episodio che per gli iraniani ha sembianze d’incubo Era il 2019, era in corso un’altra ondata si proteste contro la Repubblica islamica. A novembre, gli ayatollah hanno imposto un altro blackout: in soli tre giorni, le guardie di Khamenei hanno trucidato 1500 persone.

Donald Trump torna a parlare e quindi a minacciare: «Se uccideranno i manifestanti, possiamo colpirli duramente. Siamo pronti a farlo». In un’intervista con Sean Hannity, su Fox News, il presidente degli Stati Uniti ha suggerito che Ali Khamenei potrebbe voler lasciare il Paese, come aveva già scritto il Times di Londra facendo riferimento a un report dell’intelligence in cui si parlava di un piano di fuga verso Mosca. «Sta cercando di andare da qualche parte, la situazione sta peggiorando molto».  Ma quando gli è stato chiesto se avrebbe incontrato il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, che martedì dovrebbe volare a Mar-a-Lago, Trump ha risposto: «Non sono sicuro che sarebbe appropriato farlo in questo momento presidente, penso che dovremmo lasciare che tutti vadano là fuori e vediamo chi emerge».

L‘ottantaseienne Khamenei risponde via tv di stato. Critica i manifestanti che stanno «devastando le loro strade per compiacere il presidente di un altro Paese», riferendosi a Trump che, poi, accusa di avere le mani sporche di sangue per aver aiutato Israele nella Guerra dei 12 giorni. E gli suggerisce di «occuparsi dei problemi del suo Paese».  «Abbiamo versato sangue per instaurare questo regime islamico e non indietreggeremo di un centimetro di fronte ai manifestanti».  E così fa. Non un passo indietro. Scrive Jason Brodsky, direttore di United against nuclear Iran: «Non ha ceduto di un millimetro. Ha raddoppiato. Ha deviato. È rimasto fermo per quattro decenni nella sua ideologia e nel suo pensiero cospiratorio.  Khamenei ha imparato da quelli che lui considera gli errori dello Scià che durante le proteste ha fatto concessioni che hanno contribuito alla sua caduta». E, dice, che questo è il motivo per cui il popolo iraniano crede sia irriformabile.

Gli iraniani all’estero temono per la sorte delle loro famiglie con cui non riescono a parlare. Scrivono: «Questo è il nostro Muro di Berlino che sta per cadere, non lasciateci soli». Intanto, la compagnia Turkish Airlines ha cancellato cinque voli con destinazione Teheran.

9 gennaio 2026 ( modifica il 9 gennaio 2026 | 16:15)