La musica, e la musica rap in particolare, è forse il canale principale con cui gli immigrati di seconda generazione si stanno guadagnando visibilità e seguito sulla scena pubblica italiana. Da Ghali a Baby Gang, passando per Sacky e Il Ghost, l’elenco è sempre più lungo. A questo elenco si è aggiunto da poco anche un italo-bosniaco, Doppelgänger, che ormai conta su un pubblico di centinaia di migliaia di persone.
Ma Alen Đokić – questo il suo nome originale – non è solo un rapper. Nei suoi brani e nei materiali che pubblica sui suoi profili Instagram e TikTok si susseguono le riflessioni sull’identità delle seconde generazioni, sull’appartenenza a una diaspora, sui pregiudizi e gli stereotipi. Lo abbiamo intervistato.
Tu sei nato in Italia in una famiglia bosniaca, e nel tuo lavoro parli molto della tua identità. Nel tuo brano “Diaspora” canti: “Troppo italiano per essere bosniaco, troppo bosniaco per essere italiano. Un ‘cuore a metà’ lontano da tutto e da tutti, due case ma senza sapere qual è quella vera, senza sapere chi sono”. Com’è stato crescere in questa condizione, e come la vivi oggi?
Entrambi i miei genitori sono bosniaci. Mio padre era venuto in Italia già prima dello scoppio della guerra, prima a Milano e poi a Roma, poi nel 1992 anche mia mamma e mia sorella sono fuggite dalla Bosnia. Un po’ alla volta si sono costruiti una nuova vita a Roma, e nel 2000 sono nato io.
La mia infanzia è stata, ecco, un’infanzia normale. Rispetto ad altri ragazzi bosniaci in Italia, che sono cresciuti circondati da altri bosniaci, io sono cresciuto a Roma in mezzo ai romani – al massimo c’era qualche ragazzo romeno o albanese. Questa cosa mi ha molto formato e molto destabilizzato allo stesso tempo, perché viaggi su quella sottile linea di mezzo del non sapere chi sei veramente.
Non è mai stato davvero un problema, anzi magari mi ha reso un pochino più forte. C’è stato un periodo della mia vita in cui vedevo solo gli aspetti negativi, ma è durato poco. Poi c’è stato un periodo in cui mi sentivo più bosniaco, e un periodo in cui mi sentivo più italiano. Dopo 25 anni ho trovato una sorta di pace, che però sono comunque delle montagne russe: ogni tanto ti senti più italiano, ogni tanto più bosniaco.
È per questo che hai scelto “Doppelgänger” come nome d’arte?
“Alen Ɖokić” suonava un nome troppo cantautorale. Volevo trovare una seconda personalità che non si riferisse né alla Bosnia né all’Italia dal punto di vista del nome. Ai tempi studiavo il tedesco, “Doppelgänger” è venuto proprio spontaneo. Il nome spacca, sinceramente lo adoro.
Io non mi voglio definire totalmente italiano. Ci sono molte cose che non rientrano nell’italiano che uno si immagina, così come non sono il bosniaco che uno si immagina – e forse è questo proprio il punto.
In Bosnia sono bosniaco, lì è casa mia e ci sono le mie radici – ma allo stesso tempo rimango uno della diaspora, non sei davvero uno di lì. Lo si vede pure da come mi vesto, come mi atteggio, i pensieri che ho, molte delle mie considerazioni politiche: per i miei compaesani in Bosnia alcune sono follia pura, ti parlo banalmente del femminismo per esempio. Prendo le cose belle dell’Italia, quelle giuste per me, e quelle giuste dalla Bosnia.

Doppelgänger (© Dino Jasarevic/Alen Đokić)
Quando e perché hai iniziato a fare musica?
Sarò sincero, ho iniziato per noia. Sono sempre stato una persona all’inseguimento di qualcosa: per esempio, quando avevo 12-13 anni avevo un canale YouTube coi miei amici. Aveva pure un certo successo, ma poi mi sono stufato. Ero bravo a calcio, ma mi sono stufato pure lì. Poi ho aperto una pagina di cinema, perché sono un grande appassionato di cinema. La pagina andava bene, ma mi sono stancato.
A un certo punto era un periodo della mia vita in cui tutto sembrava statico, e mi sono detto: “fammi provare a scrivere qualcosa”. Già scrivevo poesie, ma volevo vedere se riuscivo a unire anche il rap.
Tu ti definisci “cantastorie dei Balcani” e se non sbaglio i tuoi primi brani erano in bosniaco: come ti giostri tra l’italiano e il bosniaco, e a quale pubblico ti rivolgi?
Sì, l’idea iniziale era di portare la mia musica in Bosnia. Ma ho presto cambiato idea. Innanzitutto io non vivo lì, la mia prima casa è Roma. Poi rappare in bosniaco, sì, ci riuscivo – ma non riuscivo a dire tutto quello che volevo dire. A un certo punto ho fatto una collaborazione con Frenkie, che è uno dei pilastri del rap in Bosnia, e lui mi ha consigliato di iniziare a rappare in italiano.
In effetti in italiano spacco di più – e in ogni caso in Bosnia c’è già chi fa rap in bosniaco, non servo anch’io. La Bosnia in Bosnia già ci sta, mentre io devo portare la Bosnia in Italia, perché quella manca. A quanto pare era davvero qualcosa che mancava, perché chi mai si aspettava tutto questo successo?
Sono tra i pochissimi in Italia a portare avanti il tema dei Balcani e delle seconde generazioni, ma la mia musica è rivolta a tutti e ho moltissimi fan anche dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina. Certo, uso parole balcaniche e bosniache, ma nei miei testi si ritrovano anche altre persone che si sono spostate nella vita.
Quali sono i tuoi riferimenti dal punto di vista musicale?
Sono cresciuto nel rap, ma ascolto anche hip hop cubano e messicano, rock e pop jugoslavo, ballate folk, cantautori jugoslavi, turbo-folk, e poi rock americano, cantautori italiani, veramente un po’ di tutto.
A livello musicale la mia fonte di ispirazione principale è la musica jugoslava, della Bosnia o dei Balcani. A livello di testi e di temi, sicuramente mi hanno ispirato Gemitaiz, Nayt e Noyz Narcos, ma soprattutto Ghali. La prima volta che ho sentito Ghali mi sono detto: “cavolo, mi sento rappresentato” – e in quel momento è nato il mio desiderio di rappresentare anche qualcun altro.

Doppelgänger (© Alen Đokić)
Il modo in cui scrivi si avvicina molto a quello per cui è nato il rap, l’idea di dar voce a persone in qualche modo marginalizzate. Ma i temi delle tue canzoni sono parecchio vari: come scegli quello di cui parlare?
I miei primi brani erano molto introspettivi, non cercavano di raccontare niente di particolare. Quando mi sono reso conto che c’era qualcuno ad ascoltarmi ho realizzato che avevo un peso sulle spalle: io sono l’unico bosniaco italiano che fa rap, e uno dei pochi che parla dei Balcani e dell’Est Europa in modo esplicito, politico, sociale. Così ho iniziato a prendere le cose un po’ più seriamente. Ora, non è che tutte le mie canzoni siano serie, ma tutte hanno un obiettivo; anche solo l’usare costantemente termini bosniaci o balcanici è un messaggio.
Oltre ai temi sociali nel rap ci sono anche i temi materiali, cioè il flexare [fare sfoggio di beni e di un certo status economico, ndr]. Ci sta, ma se la tua musica si concentra solo su quello è la morte della musica. Lo stesso vale se uno parla solo di temi sociali: risulti ridondante e ti chiudi. Io sono contento di essere poliedrico: oggi scrivo una canzone d’amore, domani una canzone nostalgica o sociale, e dopodomani faccio un club-banger, perché la mia vita è pure quella. E mi piace anche flexare, è inutile negarlo.
Uno dei temi sociali inevitabili in Italia è la condizione delle persone di origine migrante. Nei tuoi testi parli molto delle discriminazioni che subiscono: qual è la tua opinione sulla xenofobia nel nostro paese?
A me sembra assurdo che nel 2025 ci troviamo ancora a parlare di migranti e discriminazioni. Se qualcuno mi chiede se gli italiani sono razzisti io sinceramente rispondo che no, sono ignoranti. Molte volte le due cose combaciano, ma a me sembra che in Italia circoli molta più ignoranza – o anche pigrizia se vuoi: non si ha voglia di stare a sentire quello che hanno da dire le persone “diverse da te”. Mi sembra fuori di testa che ci sia una tale pochezza quando si parla di alcuni temi, per non parlare della guerra in Ucraina o della Palestina.
Che a livello di immigrazione in Italia ci siano anche dei problemi è innegabile, e sì, ci sono alcuni delinquenti. Ma se questi appellativi vengono attribuiti a tua mamma che sta qua da trent’anni e che si fa un mazzo così tutti i giorni, oppure a tuo padre che è sempre stato uno tutto preciso e pulito, beh allora è ridicolo.