di
Gian Guido Vecchi
Per giorni il segretario Parolin ha cercato di contattare il segretario di Stato Rubio per evitare l’attacco e inutili spargimenti di sangue nel Paese: la Russia era disposta a dare asilo al presidente venezuelano
CITTÀ DEL VATICANO La Vigilia di Natale, il cardinale Pietro Parolin ha convocato «con urgenza» Brian Burch, ambasciatore americano presso la Santa Sede, per chiedere quali fossero i piani degli Usa in Venezuela: avrebbero preso di mira solo i trafficanti di droga oppure Trump puntava a un cambio di regime?
Lo rivela un’inchiesta del quotidiano Washington Post che ha ottenuto, si legge, documenti governativi riservati: «Nicolás Maduro doveva andarsene, ha ammesso Parolin, secondo i documenti, ma ha esortato gli Stati Uniti a offrirgli una via d’uscita».
Il Segretario di Stato del Papa conosce bene il Paese, è stato nunzio a Caracas per quattro anni prima di essere chiamato a guidare la diplomazia vaticana. Fino all’ultimo la Santa Sede ha cercato di evitare l’attacco e per giorni Parolin ha cercato di contattare il segretario di Stato Marco Rubio «nel disperato tentativo di evitare spargimenti di sangue e destabilizzazione in Venezuela», scrive il quotidiano americano: «Nella sua conversazione con Burch, un alleato di Trump, Parolin disse che la Russia era pronta a concedere asilo a Maduro e supplicò gli americani di avere pazienza».
Il quotidiano riporta anche un commento della sala stampa vaticana: «È deludente che siano state divulgate parti di una conversazione riservata che non riflettono accuratamente il contenuto della conversazione stessa, avvenuta durante il periodo natalizio».
L’essenziale di ciò che scrive il Washington Post, del resto, è coerente con ciò che la Santa Sede ha ripetuto nelle ultime settimane. I rapporti con Maduro, in verità, erano assai difficili. Ancora il 10 dicembre, per dire, il regime aveva confiscato il passaporto diplomatico al cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas, che stava partendo dall’aeroporto di Maiquetía verso Madrid, senza alcuna spiegazione. Il cardinale è ancora senza passaporto e per questo non ha potuto raggiungere Roma per il concistoro. Eppure il Vaticano sollecita sempre una situazione diplomatica, per quanto sia grave la situazione.
Di ritorno dal Libano, il 3 dicembre, Leone XIV lo aveva detto con chiarezza, ai giornalisti che gli chiedevano che cosa pensasse delle minacce di un’operazione militare americana contro Maduro: «Credo davvero sia meglio cercare strade per il dialogo, magari pressioni economiche, ma cercare altri modi di cambiare, se è quello che gli Stati Uniti decidono di fare». Proprio questa mattina, del resto, Papa Prevost si è rivolto agli ambasciatori accreditati in Vaticano lamentando la «debolezza del multilateralismo» e il prevalere della legge del più forte sulla diplomazia, «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando», fino a scandire: «È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile».
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9 gennaio 2026
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