A casa eravate quattro figli e Sabina è la più giovane, giusto?
«Sì, ha nove anni meno di me. Io ero il penultimo, purtroppo il primogenito e mia sorella maggiore non ci sono più».

Un ricordo di quando eravate bambini?
«La nostra era una bellissima famiglia, papà medico, mamma casalinga. La discussione giornaliera fra di loro era sempre la stessa. Mio padre che diceva: “La cosa più importante nella vita è la salute” per fare arrabbiare mia madre, che ribatteva: “No. È l’educazione”. Un bisticcio affettuoso. Ma devo dire che mamma ci teneva davvero. Per lei avere sempre un sorriso per chi entrava in casa, mostrare rispetto per i nonni era fondamentale. E devo dire che nella vita l’educazione l’ho violata pochissime volte».

La sua casa a Foggia diventerà un museo.
«Un centro culturale. I miei architetti, gli stessi che hanno lavorato come scenografi delle mie trasmissioni, Alida Cappellini e Giovanni Licheri, stanno completando gli ultimi lavori, dovremmo inaugurare a primavera. Dentro ci saranno le mie collezioni. Nel corso degli anni ho comprato tutto ciò che mi sembrava curioso, originale: camicie hawaiane, gilet – uno fatto di conchiglie preso in Thailandia – e credo di avere la più grande collezione di oggetti di plastica in Italia. Li compravo dovunque andassi prima che negli anni Sessanta scoppiasse la passione per questi oggetti. La plastica è una delle mie grandi passioni».

La plastica?
«Esatto e tutti si meravigliano quando lo dico. Molti anni fa ero andato a vedere una mostra sulla plastica a Palazzo Grassi a Venezia. C’erano i portatovaglioli, i piatti che avevo da bambino, le radio di grandi designer italiani e stranieri. Parliamo di oggetti degli anni Venti perché, magari non tutti se lo ricordano, ma la plastica è antica… C’è quella canzone dei primi decenni del Novecento che diceva: “Vipera sul braccio di colei che oggi distrugge tutti i sogni miei”. Parlava di un braccialetto a forma di vipera e mio padre ne aveva regalato uno così a mamma. Sembrava di tartaruga ma era, appunto, di plastica».

Lo ha conservato?
«L’avevo regalato a Mariangela proprio perché era un oggetto al quale ero molto legato. Purtroppo, è stato rubato».

Altre passioni meno note?
«I vecchi. Al contrario della maggior parte dei ragazzi che in genere sono impazienti, non amano sentire i nonni che dicono: “Ai miei tempi…”, fin da giovane sono stato un grande ascoltatore delle persone anziane. Non ero come adesso, ero timido, molto timido, parlavo poco, e a Foggia, come in ogni città di provincia, hai il vantaggio di conoscere tutti – il ricco, il povero, lo scappato di casa, il millantatore, il puttaniere – e io nei bar io li ascoltavo raccontare le loro storie. Poi, quando sono andato a Napoli per studiare Giurisprudenza all’Università, ho avuto la fortuna di vivere per un po’ in una pensione. Eravamo un centinaio, si mangiava tutti insieme in un grande salone, e per l’80 per cento si trattava di persone anziane. Io mi mettevo vicino a loro e mi facevo dire del passato. Poi, vabbé, ho perso la timidezza…».