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C’è una domanda che rimbalza da giorni sui social, nei circoli, tra addetti ai lavori e semplici appassionati: com’è possibile che oggi, nel tennis professionistico, accada una cosa del genere?
Non è sarcasmo. È una domanda seria. Perché ciò che è successo a Nairobi non è solo una scena grottesca diventata virale: è una crepa nel sistema.

APPROFONDIMENTI


Hajar Abdelkader, 21 anni, egiziana, entra in tabellone al W35 ITF di Nairobi grazie a una wild card. Ne esce dopo 37 minuti, travolta 6-0 6-0 dalla tedesca Lorena Schaedel, numero 1026 del mondo, conquistando tre punti in tutta la partita e collezionando venti doppi falli. Numeri che non raccontano solo una sconfitta: raccontano l’assenza totale di fondamentali, di regole, perfino di orientamento in campo.

Le immagini parlano chiaro. Abdelkader non sa servire. Non sa rispondere. Non sa muoversi.

Fatica a impugnare la racchetta, a capire da che lato battere. Non è una questione di livello. Non è una giornata storta. È qualcosa che precede il tennis stesso.

Ed è qui che la risata si spegne.

Perché il punto non è prendersela con una ragazza che, probabilmente, ha semplicemente colto un’occasione che le è stata messa davanti. Il punto è come quell’occasione sia stata possibile. Chi ha aperto quella porta? Con quali criteri? Con quale controllo?

La risposta ufficiale, arrivata a posteriori, è disarmante nella sua normalità burocratica: Abdelkader ha presentato una richiesta formale corretta. Si è liberato un posto all’ultimo momento. Era l’unica ad aver chiesto una wild card. Tabellone da completare, sviluppo del tennis africano da sostenere.

Tutto formalmente ineccepibile.
Sostanzialmente devastante.

Perché le wild card non sono biglietti della lotteria. Sono scelte politiche e sportive. Servono a proteggere giovani talenti, a favorire rientri, a promuovere territori. Non possono diventare scorciatoie cieche, concesse senza una verifica minima del livello competitivo. Altrimenti il rischio è chiaro: svuotare di senso la parola “professionismo”.

Il tennis è uno sport meritocratico fino alla brutalità. Si entra perdendo, si cresce perdendo, si impara perdendo. Ma si entra sapendo giocare. Sempre. Ovunque. Anche nei tornei minori. Soprattutto nei tornei minori, che sono la spina dorsale del sistema.

Il caso Abdelkader non è solo imbarazzante. È ingiusto.
Ingiusto verso chi lavora per anni per guadagnarsi un punto WTA.
Ingiusto verso chi è rimasto fuori dal tabellone.
Ingiusto verso il torneo stesso, trasformato in barzelletta globale.
Ingiusto persino verso la protagonista, esposta al pubblico ludibrio senza alcuna tutela.

E allora la domanda cambia leggermente forma, ma resta la stessa: chi controlla i controllori?
Possibile che nel 2026 basti compilare bene un modulo per entrare in un torneo ITF? Possibile che nessuno, prima, abbia chiesto un video, un ranking nazionale, una referenza tecnica, una verifica minima?

La federazione locale ha ammesso l’errore. L’ITF promette che non accadrà più. Bene. Ma non basta. Perché Nairobi non è un incidente isolato: è il sintomo di un sistema che, schiacciato tra burocrazia, globalizzazione e necessità di riempire tabelloni, rischia di perdere il senso del limite.

Il tennis può permettersi l’ironia. Non può permettersi il ridicolo.
Perché quando una partita sembra una parodia, non perde solo chi la gioca: perde credibilità tutto lo sport.

E no, non è solo una storia virale.
È una storia che dovrebbe far riflettere chiunque abbia in mano le chiavi di un campo professionistico.