La Coldana rinuncia alla stella Michelin, che ha riportato Lodi nell’Olimpo dell’alta cucina. E apre una nuova fase del progetto, per tornare a essere la Coldana di Lodi, un luogo dove i lodigiani, in primis, possano sentirsi a casa. È questa la scelta «importante» del ristorante fondato da Alessandro Ferrandi (classe 1986) e Fabrizio Ferrari (classe 1985), già ventilata con un post social, seguito dall’annuncio dell’uscita di scena da parte dello chef Alessandro Proietti Refrigeri e annunciata formalmente ieri dai titolari. «Negli ultimi anni La Coldana ha attraversato un percorso intenso di crescita, confronto e riconoscimento. E tre anni di stella Michelin hanno rappresentato un’importante occasione di apprendimento, rigore e stimolo professionale – spiegano Ferrandi e Ferrari – : oggi, dopo 15 anni di storia, il ristorante sceglie consapevolmente di aprire una nuova fase del proprio progetto». Una fase caratterizzata da una scelta dirompente, perché «a partire dal 2026, la Coldana ha scelto di non perseguire il mantenimento del riconoscimento Michelin per la guida 2027 e di non proseguire nel percorso di valutazione, interrompendo contestualmente la collaborazione con lo chef responsabile della cucina». Una decisione, si spiega, «maturata nel tempo, che non nasce da un giudizio negativo sul lavoro svolto né da una presa di distanza dal mondo delle guide, ma dalla volontà di riallineare il ristorante alla propria identità più profonda». Il nuovo corso, spiegano Ferrandi e Ferrari, «mette al centro una cucina misurata ed essenziale, fondata su pochi ingredienti, qualità riconoscibile e tecnica», con piatti «pensati per essere gustati, non interpretati» e una «cucina che invita a tornare, prima ancora che a stupire», perché «cucinare per noi non è mai stato un esercizio di bravura, ma un gesto quotidiano, fatto di presenza, attenzione, tempo condiviso». Al centro c’è anche un’idea di «accessibilità, che non riguarda solo il prezzo, ma il modo in cui il ristorante si apre alle persone, nel gusto, che deve essere leggibile e appagante; nel servizio, che deve mettere a proprio agio, non creare distanza; nel conto finale, che deve essere coerente con l’esperienza vissuta» e «rendere un ristorante accessibile, per noi, significa anche permettere all’ospite di tornare, riconoscersi e sentirsi parte di un luogo». La cucina sarà guidata da Andrea Vignale, suos chef da quattro anni, cresciuto all’interno del progetto, con esperienze a Il Cascinale Nuovo, Jordnær a Copenaghen e La Stua de Macoch, che interpreta una cucina «consapevole e personale, in cui tecnica e studio restano centrali, ma sempre al servizio dell’esperienza dell’ospite». La pasticceria continuerà a essere curata da Carlotta Goretti, presente da anni e che porterà avanti un lavoro «coerente, personale e riconoscibile». L’intera brigata di cucina e di sala, chiariscono ancora i titolari, ha scelto di restare, «condividendo visione e passaggio». Una visione che coinvolge tre aree, il ristorante, l’enoteca adiacente Vi:Te (tapas bar all’italiana, dove il vino può essere bevuto, raccontato e anche acquistato d’asporto, con una proposta gastronomica che abbraccia diversi luoghi di origine dello staff, con piatti da 2 a 10 euro) e lo spazio eventi privati e aziendali nel cascinale polifunzionale. Il nuovo corso partirà il 15 gennaio all’enoteca Vi:te e il 22 gennaio, con la riapertura del ristorante La Coldana.