Marianna Filandri, docente di sociologia delle diseguaglianze all’Università di Torino, ieri l’Istat ha diffuso i dati provvisori sull’occupazione a novembre 2025. Il tasso di disoccupazione si attesta al 5,7%, minimo dal 2004. Di che tipo di occupazione si sta parlando?
Bisogna intanto avere sempre una certa cautela nel commentare i dati mensili: c’è un trend di crescita iniziato da decenni e oggi siamo a un dato notevole, oltre 24 milioni di occupati. È un dato positivo, come il calo della disoccupazione. Ma bisogna essere cauti perché partiamo da livelli veramente molto bassi: il nostro mercato del lavoro gode di cattiva salute. Per usare una metafora è un paziente gravemente malato a cui si rileva un parametro positivo. La disoccupazione è calata ma la disoccupazione giovanile rimane altissima, al 18,8%, e il tasso di occupazione in ogni caso non arriva al 63%. Anche quantitativamente i dati rimangono critici, non c’è molto da gioire. E poi c’è una questione di qualità dell’occupazione: abbiamo il 15% degli occupati a termine tra i dipendenti, dato molto rilevante: non è un’occupazione sicura e stabile. C’è poi la sottoccupazione: non si lavora quanto si vorrebbe ed è diffuso il part-time involontario.
Tra i dati Istat c’è anche quello sugli inattivi: sono 12 milioni, circa il 33%.
Le definizioni di inattivo e disoccupato sono soggettive: si dice che si sta cercando lavoro e che si è disponibili a lavorare da subito. Molte persone inattive sono in realtà scoraggiate, come le donne: magari lavorerebbero anche se pensassero che c’è questa possibilità, ma dopo molto tempo che il lavoro non si trova si dedicano ad altro. Dietro questa inattività ci sono spesso carichi di cura che vengono attribuiti alle donne, proprio perché le opportunità di occupazione sono basse. A volte sono dei vincoli: donne che potrebbero essere occupate nel mercato del lavoro non lo sono perché si fanno carico di esigenze di accudimento di genitori o figli, o sono scoraggiate perché quando sono occupate lo sono con lavori poco retribuiti e poco stabili e quindi non rendono conveniente essere occupate.
Le reazioni dell’esecutivo si concentrano sulla quantità di lavoro, ma c’è un tema di qualità.
La qualità è l’altra cautela da avere: facevo riferimento al part-time e alla sicurezza. Queste due cose sono legate ai salari, che sono bassi in qualsiasi direzione li guardiamo: rispetto agli altri paesi europei e rispetto al passato in Italia. È un tema cruciale, non si può far finta che non esista, ed è legato alla diffusione del lavoro povero: i dati Istat sulla povertà assoluta ci dicono che il numero di persone povere è in aumento, e a fronte di un aumento dell’occupazione ci saremmo dovuti aspettare una diminuzione, cosa che non sta avvenendo.
Lei ha scritto un libro intitolato «Lavorare non basta». Quali misure crede servirebbero per migliorare le condizioni di vita?
La prima cosa che va discussa è l’introduzione di un salario minimo legale. L’altro elemento è la stabilità dell’occupazione: bisogna intervenire per rendere il mercato del lavoro più rigido, offrire« più occupazioni con un certo livello di salario e stabili. E poi il terzo elemento è intervenire sul part-time involontario: retribuzione oraria, per quantità di ore lavorate per mesi lavorati danno il reddito annuo. Se interveniamo sulle tre dimensioni possiamo sperare di avere dei redditi da lavoro che consentano alle famiglie di non trovarsi in povertà assoluta. Poi è chiaro che servono delle politiche di sviluppo, che facciano crescere il nostro tessuto produttivo, e se ne sente la mancanza. Serve una regolamentazione del mercato del lavoro che è mancata negli ultimi decenni.
Da questo punto di vista come valuta il lavoro del governo in questi tre anni e mezzo?
Delle politiche del governo nessuna è intervenuta sui salari, tanto che rimangono bassi. Sono state introdotte ulteriori misure che consentono di ricorrere al lavoro a termine, in continuità con le politiche precedenti. Tante volte poi parliamo di un lavoro insicuro dal punto di vista degli infortuni; su questo ha fatto recentemente una norma di cui gli effetti si vedranno nei mesi successivi. Ma è sempre un elemento da tenere a mente quando si parla dell’aumento dell’occupazione.