di
Beatrice Branca

La Corte dei Conti sostiene invece che ci sia stato un cumulo di incarichi e ha condannato Luigi Fresco al pagamento di una sanzione amministrativa al Ministero dell’Istruzione e all’Inps

«Ho sempre svolto i miei incarichi alla luce del sole. Faccio l’allenatore di calcio da 45 anni e la scuola per cui lavoravo lo sapeva e mi ha autorizzato, quindi credevo di essere nel giusto. La Corte dei Conti sostiene invece che c’è stato un cumulo di incarichi e mi ha condannato al pagamento di una sanzione amministrativa al Ministero dell’Istruzione e all’Inps. Io e il mio avvocato Andrea Pansini andremo però fino in fondo e presenteremo ricorso in appello». A parlare è il 64enne Luigi «Gigi» Fresco, allenatore e patron della società calcistica Virtus Verona di serie C, all’indomani della sentenza che stabilisce il pagamento di quasi 136mila euro al Ministero dell’Istruzione e del Merito e quasi 57mila euro all’Inps.

I controlli della Guardia di finanza di Verona

Tutto è nato da un controllo della guardia di finanza di Verona che aveva rilevato nei confronti di Fresco un cumulo di impieghi. Questo perché tra il 2018 e il 2023 l’allenatore era dipendente a tempo pieno e indeterminato quale Direttore dei Servizi Generali Amministrativi e anche legale rappresentante e presidente del Cda, prima della Virtusvecomp Verona Srl e poi della Virtus Verona Srl. «Con entrambe le società aveva sottoscritto plurimi contratti di allenatore sportivo professionista – si legge nella sentenza -, in relazione ai quali aveva percepito compensi dal luglio 2018 al dicembre 2022 per complessivi 117.452,69 euro lordi». Successivamente, tra il 2021 e il 2023, Fresco aveva ottenuto un congedo straordinario per assistere la mamma, ma ha percepito «indebitamente dalla scuola emolumenti retributivi pari ad euro 56.604,63 lordi, nonostante l’incompatibilità tra la fruizione del congedo straordinario e lo svolgimento delle attività lavorative extraistituzionali», riporta la Corte dei Conti. E in effetti in quel periodo Fresco ha continuato a svolgere l’attività di allenatore con le due società di cui era legale rappresentante. Secondo gli inquirenti, i periodi di congedo goduti coinciderebbero con gli impegni sportivi, ritenendo che Fresco «ne avesse usufruito al fine di potersi dedicare più proficuamente alla sua attività di allenatore, che lo impegnava con modalità continue e gravose, trattandosi dell’allenamento di una squadra calcistica iscritta al campionato professionistico di serie C, incompatibile con la fruizione del congedo straordinario per assistenza ad invalido grave». I giudici ricordano infatti che c’è il «divieto di svolgere qualsiasi attività lavorativa durante il periodo di aspettativa concessa per gravi motivi familiari».



















































L’autorizzazione alla libera professione

Sebbene la guardia di finanza abbia rintracciato i provvedimenti in cui il dirigente dell’istituto comprensivo Don Milani aveva autorizzato «l’esercizio della libera professione» da luglio 2018 a giugno 2019 e da luglio 2019 a giugno 2020, è pero stato evidenziato nella sentenza come «in nessuna delle due richieste era stata compiutamente esposta la natura dell’incarico». «Il convenuto non solo ha omesso di richiedere dal 2020 l’autorizzazione, ma anche quando, precedentemente lo ha fatto non ha adempiuto all’obbligo di informare adeguatamente il datore di lavoro – spiegano i giudici – non mettendo l’Amministrazione in condizione di valutare se si trattasse di attività autorizzabile oppure no». Per la Corte dei Conti Fresco aveva qualificato l’attività extraistituzionale come «allenatore calcistico», senza indicare «la natura professionale, la tipologia e misura dell’impegno, nonché l’onerosità» che renderebbero quel tipo di impegno «incompatibile con un impiego nel pubblico». «Ci era stato proposto di pagare una sanzione di 57mila euro per chiudere il procedimento – spiega Fresco -. Ma sono convinto di essere nel giusto e quindi attendiamo l’esito del ricorso in appello».

Il processo per truffa 

Nel frattempo, l’allenatore è da un anno a processo per truffa e autoriciclaggio per i fondi che la sua società Virtuvecomp ha ricevuto tra il 2016 e il 2018 dalla Prefettura per accogliere 724 migranti in alcune strutture della provincia. Secondo l’accusa l’allenatore Fresco avrebbe dichiarato dei requisiti che la sua società non possedeva per vincere alcuni bandi e intascare «illecitamente» 12 milioni. Per gli inquirenti, una parte di quei soldi sarebbero poi stati utilizzati «in attività economiche, finanziarie e/o imprenditoriali – si legge nel capo d’imputazione-, in particolare in quelle relative alla squadra di calcio Virtus Verona, passata dal calcio dilettantistico a quello professionistico proprio nel triennio 2016-2018». Anche in questo caso Fresco sostiene di aver «agito in buona fede» e nell’udienza del prossimo marzo toccherà a lui raccontare la sua versione dei fatti in tribunale.


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10 gennaio 2026 ( modifica il 10 gennaio 2026 | 08:48)