Sorridente, a tratti persino rilassata, con solamente due o tre accenni di nervosismo, quando parla della sua vita privata. Per il resto, “la Meloni” (come chiama sé stessa) atto quarto – cioè la quarta conferenza di fine o inizio anno («abbiamo avviato una nuova tradizione») che la lancia all’inseguimento di Berlusconi che ne fece sì 7, ma “solo” cinque consecutive – sembra la prosecuzione, con toni, scenario e argomenti diversi, di quanto si è visto ad Atreju prima di Natale. Lì era la rappresentazione dell’aspirante “partito della nazione”, una kermesse senza simboli dove sono sfilati personaggi del mondo della tivù, del calcio, del cinema, quasi tutti i leader delle opposizioni (eccezion fatta per Schlein). Qui, invece, è la presidente del Consiglio che sembra aver tolto i panni dell’underdog e che si sente sempre di più rappresentata dallo slogan scelto proprio ad Atreju: «Sei diventata forte». E così, in fondo, si deve sentire Meloni, al netto del peso delle responsabilità che porta sulle spalle. Un peso con il quale sembra convivere meglio, rassicurata – in cuor suo – da quelli che lei rivendica come risultati del suo governo.
La chiave
Primo fra tutti la stabilità. Per questo respinge, anche con un accenno di ironia («ho letto ricostruzione capziose sulle strategie del “tremendo” Fazzolari (sottosegretario a Palazzo Chigi e suo fedelissimo, ndr) di andare al voto anticipato…»), i retroscena che la vorrebbero tentata dall’andare alle urne subito dopo l’eventuale sì al referedum sulla giustizia. La motivazione che dà Meloni è di una semplicità disarmante: «La stabilità è la precondizione di tutto. Farò del mio meglio per chiudere la legislatura come l’ho iniziata». Game, set, match. Del resto, tutto può accadere in politica, ma c’è anche una logica a tutto. Meloni ha insistito per tre anni sull’idea di battere il record del governo più longevo della Repubblica, sul non fare neppure un rimpasto di ministri, sulla Francia e la Germania che stanno peggio di noi e poi che fa? Precipita tutto e va alle elezioni… Mah.
Ma la stabilità pervade tutte le oltre tre ore di conferenza stampa. Intanto c’è quella economica: «Le agenzie di rating? Prendo i giudizi sempre con prudenza, ma il dato sull’occupazione è incoraggiante». E se i salari sono «aumentati più dell’inflazione», se si è intervenuti «sul netto in busta paga», se l’inflazione è scesa all’1,2% si deve al fatto che l’Italia da più di tre anni ha un governo stabile, duraturo, con una maggioranza che – dice sempre Meloni – «non è una caserma, ma conosco, anzi ho conosciuto, tante maggioranze che di fronte a decisioni epocali come quelle che stiamo affrontando si sarebbero frantumate». La domanda retorica che fa lei ai giornalisti è: «La linea dell’Italia, su politica estera, economia, giustizia, è chiara o no?».
L’opposizione
Stabilità vuol dire anche stabilità del sistema politico. Parafrasando Velasco, chi vince governa, chi perde fa opposizione. È uno dei cavalli di battaglia su cui Meloni ha costruito finora i suoi successi: non è mai entrata in maggioranze “spurie”, di larghe intese, di “responsabili”. È stata al governo con Berlusconi. È stata all’opposizione, unico partito, di Mario Draghi. La sua idea è semplice e rappresenta anche una sfida ad Elly Schlein: «La legge elettorale che abbiamo in mente conviene più a loro che a noi».
Le frecciate all’opposizione, qua e là, naturalmente ci sono. Ma sono, per così dire, ridotte al minimo sindacale. Certo, i toni sulla magistratura sono aspri, come quando elenca i casi dei delinquenti rimessi in libertà da decisioni dell’autorità giudiziaria. Ma, in più occasioni (i magistrati appunto, il Quirinale) insiste sul concetto che «non esistono scontri tra poteri dello Stato». Si può dissentire persino con il Presidente della Repubblica, ma fa parte della normale dialettica dei ruoli.
Per le battaglie identitarie ci sarà tempo (anche perché, ad esempio, nessuno quest’anno le chiede dei saluti romani ad Acca Larentia o dell’aggressione dei ragazzi di Gioventù nazionale). Questa Meloni non strilla, non urla, non gonfia la vena. Anzi scherza a più riprese. Con il giornalista che fa la domanda troppo lunga («la risposta sarà chilometrica, rischiamo di essere linciati»), con quello che le ricorda che è un anno che non va in conferenza stampa («lo ha detto anche un anno fa, non ha portato bene…»). Fa un po’ “l’incredibile Hulk”, che diventava verde e si strappava i vestiti, solo quando contrattacca sulle incursioni nella sua vita privata (la villa al Torrino, il padre morto da anni, i conti della madre). Ma è un momento passeggero. Non batte neppure, figurativamente, i pugni sul tavolo come due anni fa, quando rimarcò di «non essere ricattabile» e di «dare lei le carte». Forse, a questo punto della navigazione, non ne ha più bisogno. Si è stabilizzata pure lei, sulla falsariga del motto latino (visto che le piacciono le citazioni: «Deterrenza viene da deterrere, spaventare») hic manebimus optime. Ora, sull’optime si vedrà («non sono così ottimista per questo 2026, me lo sono chiamata…») ma sul manebimus non ci dovrebbero essere dubbi. Almeno fino alla primavera del 2027.
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