Quando in curva Nord è apparso lo striscione “C’mon guys” prima di Lazio-Napoli persino il laziale meno attento a quelle che potremmo definire dinamiche da stadio ha capito cosa avrebbe visto di lì a poco. Troppo chiaro e circostanziato il riferimento, reso poi ancor più esplicito dallo spettacolo visivo della riproduzione delle due mani che tenevano una sciarpa: un omaggio a ciò che era apparso in Nord il 6 marzo del 1994, prima di un derby rimasto nella storia per una meraviglia di Beppe Signori in mezzo alla nebbia dei fumogeni, come se il coro “Mi è sembrato di vedere Signori” avesse preso improvvisamente vita diventando qualcosa di concreto, e un rigore calciato malamente da Giuseppe Giannini e parato da Luca Marchegiani.
Subito dopo, però, ha preso il via il rito della lettura delle formazioni. Ed è a quel punto che il malessere ha preso il sopravvento, perché in quella Lazio ancora non ipertrofica in termini di talento la coppia d’attacco era composta, oltre che da Signori, da un alieno come Alen Boksic, con Gigi Casiraghi seduto in panchina. Impietoso il confronto con questa Lazio rabberciata che si apprestava ad affrontare il Napoli sotto un cielo reso grigio da giorni di pioggia apparentemente eterna: Tijjani Noslin nei panni del centravanti, passato nel giro di qualche mese da esubero e terza scelta a unica soluzione per la cessione di Castellanos e la partenza di Dia per la Coppa d’Africa, con Matteo Cancellieri a destra, un esterno reduce da due stagioni in prestito tra Empoli e Parma, e Mattia Zaccagni sulla corsia opposta.
Il campo non ha fatto che confermare questo enorme buco spazio-temporale generato dal pre-partita. Più montava l’aggressività del Napoli, totalmente padrone nella tarda mattinata dell’Olimpico, più la Lazio si rintanava, incapace di elaborare una qualsivoglia reazione, travolta da un gap qualitativo e mentale andato ben oltre lo 0-2 finale, in una pratica che la squadra di Conte ha archiviato comodamente nel giro di mezz’ora. Con Castellanos ceduto qualche ora prima e Guendouzi in campo con la valigia fatta per Istanbul, dopo quattro mesi di stagione in cui la squadra è andata avanti a spinta tra infortuni e rinforzi non arrivati per via del blocco del mercato, la Lazio in quel momento è sembrata perdere anche quella capacità di andare oltre i propri limiti che l’aveva contraddistinta.
Raramente, persino nel corso di questi quasi 22 anni di gestione Lotito, si è avuta la percezione, nel corso di una singola partita, di un tale dislivello. È parso chiaro a tutti dopo pochi minuti: non solo la Lazio non avrebbe avuto mezza chance per vincere quella partita, ma non avrebbe avuto nemmeno gli strumenti per provarci.
In questi giorni di sbandamento, un intervento ai microfoni di Radio Radio di Alessandro Vocalelli, già direttore di Corriere dello Sport e Guerin Sportivo e attualmente editorialista della Gazzetta dello Sport, è diventato una sorta di manifesto del momento, e merita di essere riproposto in maniera quasi integrale: «Guardando la partita ho pensato: da quanto tempo non vedevo una partita che sembrasse, innanzitutto, una gara da ritiro estivo? Mi sono chiesto: da quanto tempo non vedevo una differenza così abissale tra la Lazio e il Napoli? Quarant’anni fa ero a Napoli come cronista, il giorno in cui il Napoli vinse 4-0 contro la Lazio, con tre gol di Maradona. Ho pensato: forse è stata l’ultima volta in cui c’era un dislivello simile. Poi però mi sono fermato e ho detto no, aspetta un attimo, perché neanche allora c’era questa differenza. Quella era comunque la Lazio di Manfredonia, Orsi, Giordano, Batista, Laudrup, una squadra competitiva. C’era Maradona da una parte, certo, ma dall’altra c’era una Lazio vera. È stato frustrante, malinconico vedere la Lazio. Da simpatizzante laziale è stato davvero mortificante. Ho pensato a Luca Pellegrini – faccio nomi e cognomi per evitare equivoci – che gioca nel ruolo che è stato di Martini, Favalli, Kolarov. Poi guardavo Cataldi, per il quale ho sempre ammirazione per la professionalità e la dedizione, ma che occupa il ruolo che è stato di Frustalupi, Almeyda, Ledesma, Leiva. E sto citando anche giocatori dell’era Lotito, quindi non sto bypassando questi vent’anni. Poi ho pensato a Basic, che oggi è diventato l’insostituibile della Lazio: “attenzione, rientra Basic”. I suoi alter ego, in passato, erano Veron, Nedved, Fiore, Milinkovic-Savic. E infine Noslin: il centravanti della Lazio. Ho pensato ai centravanti della Lazio, a Chinaglia, Giordano, Casiraghi, Salas, Crespo, Klose, Immobile. Questa è la Lazio oggi? Francamente non lo so, fino al primo tempo ho avuto l’impulso di spegnere la televisione, poi non ce l’ho fatta».
Come si è arrivati a questo punto?
L’INVERNO DEL NOSTRO SCONTENTO
C’è un’ambivalenza interessante nella percezione della Lazio, come squadra e come società. La grande maggioranza dei tifosi biancocelesti è svuotata, alle prese con un giorno della marmotta che non conosce fine. Da fuori, invece, l’opinione pubblica inquadra Lotito come un amministratore oculato e rigoroso, nonché come una figura in grado di incidere nelle decisioni che contano del calcio italiano, nonostante la realtà dei fatti sia quella di uno scontro ormai costante con i vertici federali da diversi anni.
In fin dei conti, per chi non è interno a queste dinamiche, la faccenda può essere liquidata con una risposta semplice: la Lazio non rischia la retrocessione da anni, è stabilmente nella metà sinistra della classifica senza disporre dei capitali delle altre società, di giocatori buoni-forti-fortissimi ne sono passati diversi. Dunque, perché lamentarsi? È una sorte che accomuna la Lazio al Torino, altra tifoseria che ormai da diversi anni flirta con l’ebollizione per via dell’operato della sua proprietà, e a dirla tutta i risultati della Lazio di Lotito sono stati decisamente superiori a quelli del Toro di Cairo.
Non è la sofferenza, la difficoltà, la fatica a preoccupare il tifoso della Lazio, che tolta la parentesi aurea cragnottiana si è invece sempre acceso nel marasma, nell’incertezza. Il dolore viene visto come qualcosa di eccitante in una tifoseria che sbandiera con orgoglio anche i suoi anni di danza sul baratro nella seconda metà degli anni Ottanta. È proprio la medietà, invece, ad agitarne i sonni. Il non avere nulla per cui lottare. Ci si infiamma in trasferta per una vittoria arrivata in nove contro undici perché, per una volta, c’è qualcosa alla quale opporsi, che sia un arbitraggio maldestro o un generale senso di ingiustizia. Ma una volta sedato quel piacere effimero, resta la cornice di sempre.
Il blocco estivo del mercato, per una volta, ha scatenato dubbi anche in chi è lontano dalla Lazio: chi la vive giorno per giorno, invece, aveva visto arrivare la slavina. Una gestione societaria sempre pronta a indicare il dito verso gli altri, i cattivi che fanno debito per competere, e che ha scelto per missione di non ricapitalizzare, è finita strangolata proprio da questa tendenza manifesta al circolo virtuoso. Ma la gestione grossolana della vicenda ha aggiunto benzina sul fuoco. Su tutte, la scelta di ingaggiare Maurizio Sarri senza avvisarlo dello scenario che la società conosceva dalla fine di maggio: proprio questo tema deve essere ribadito con estrema precisione. Non a caso, dopo una contestazione verbale che da tempo non risultava così violenta, al termine di Lazio-Fiorentina, Claudio Lotito si è presentato in sala stampa per una conferenza ai confini del concetto di one man show. «Avete scritto tante cose non vere, come che avevamo nascosto al mister del mercato bloccato», ha detto il presidente della Lazio in questa occasione.
Ebbene, esistono almeno due documenti ufficiali, prodotti dalla Lazio stessa, che ribaltano queste parole. Il 26 giugno, all’uscita delle prime voci sui giornali relative al blocco di mercato poi concretizzatosi, la Lazio rilascia un comunicato in cui “in merito alle notizie diffuse da alcuni organi di stampa in modo fuorviante sulla situazione economico-finanziaria della Società, si ritiene doveroso precisare che non esiste alcun motivo di preoccupazione”, frase che nel giro di dieci minuti diventa immediatamente oggetto di meme sui social.
Passano soltanto 24 ore e il 27 giugno esce un altro comunicato ufficiale: “Nella mattinata odierna, il Presidente Claudio Lotito e l’allenatore Maurizio Sarri hanno avuto un lungo e approfondito confronto telefonico, nei vari punti affrontati si è discusso a lungo in merito alla situazione regolamentare legata all’indice di liquidità. Nel corso della conversazione, il Presidente, per la prima volta, ha illustrato in modo dettagliato la complessità tecnica della normativa e le sue implicazioni. Il mister Sarri, preso atto formalmente della situazione nella sua interezza, ha confermato la propria piena disponibilità a proseguire con determinazione l’impegno preso verso il Club e la tifoseria”. Non solo una capriola all’indietro rispetto al comunicato precedente, ma l’affermazione, nero su bianco, di aver informato soltanto alla fine di giugno, “per la prima volta”, il tecnico. L’annuncio del ritorno di Sarri risale al 2 giugno.
Inoltre, a pagina 27 della Relazione finanziaria annuale al 30 giugno 2025, si legge che “in data 26 maggio 2025 la CO.VI.SO.C. ha rilevato la non conformità dell’indice di liquidità al parametro previsto. La medesima, tenuto conto anche del mancato rispetto da parte della società di entrambi i valori-soglia degli indicatori di Indebitamento e di Costo del Lavoro Allargato, ha disposto la non ammissione ad operazioni di acquisizione del diritto alle prestazioni dei calciatori, ai sensi dell’art. 90, comma 4 bis delle NOIF”. Dunque, la Lazio sa dal 26 maggio 2025 del blocco del mercato, annuncia l’arrivo di Sarri il 2 giugno, lo informa per la prima volta il 27 giugno.
Si è creata, dunque, l’ennesima spaccatura. Da una parte la maggioranza del tifo che si è schierata al fianco di Maurizio Sarri, il quale non ha mancato, nel corso di questi mesi, di ringraziare il pubblico per il sostegno e di ribadire che soltanto per i tifosi della Lazio ha deciso di accollarsi questa stagione fuori dagli schemi; dall’altra la società, che ha continuato ad andare dritta per la propria strada, nonostante una contestazione perdurante, ribadendo la bontà del suo operato anche a costo di ignorare una situazione si potrebbe dire senza precedenti nel calcio italiano, se il calcio italiano non ci avesse abituato a situazioni senza precedenti.
LO SCONTRO SUL MERCATO
Questa dicotomia, montata nel corso dei mesi, è esplosa con l’avvicinarsi della finestra di mercato di gennaio, che la Lazio può affrontare senza alcun vincolo in base alla revisione dei parametri. Anche in questo caso, è non solo opportuno ma necessario rimanere ancorati a quelle che sono le dichiarazioni ufficiali, evitando di affidarsi a quelle che possono essere soffiate di prima, seconda o terza mano. E alla fine di novembre, prima della partita in casa del Milan, è il direttore sportivo Angelo Fabiani a prendere la parola: «Durante la sosta abbiamo avuto modo di incontrarci con Sarri per fare il punto della situazione. Abbiamo fatto un programma da sviluppare per far crescere di più questo gruppo, andremo a migliorare i ruoli indicati dal mister. Se si parla di costruzione, difficilmente si può mandare via un giocatore funzionale. Cedere? Bisogna valutare le situazioni. L’intenzione è quella di non cedere i pezzi pregiati».
Il 27 dicembre, giorno di Udinese-Lazio, con la certezza del mercato aperto già in tasca, il DS biancoceleste rincara la dose: «Castellanos? Le voci che lo vogliono in partenza sono destituite di fondamento. Con l’Udinese è in panchina per mera scelta tecnica. Per lui non abbiamo ricevuto offerte, come per altri calciatori che in tanti stanno dando in partenza». Come sia finita con Castellanos e Guendouzi, a distanza di una decina di giorni, è cosa nota.
Nel frattempo, la società si è mossa per ultimare il rinnovo di contratto di Toma Basic, giocatore rimasto fuori rosa sostanzialmente per due anni negli ultimi 30 mesi (in mezzo un prestito a Salerno), che ha rifiutato qualsiasi ipotesi di cessione nel periodo tra il 2023 e il 2025, divenuto improvvisamente centrale nel meccanismo di Sarri a causa dell’inadeguatezza di Dele-Bashiru e dell’infortunio di Rovella, che ha rilanciato Cataldi titolare e ha notevolmente assottigliato le rotazioni del centrocampo. Un rinnovo, a quanto pare, fino al 2030, quando Basic avrà 34 anni, che è vero, arriva insieme a quello di Marusic, ma che al tempo stesso probabilmente anticiperà altri più urgenti, come quello di Romagnoli o di Mario Gila, il grande elefante nella stanza. Lo spagnolo ha il contratto in scadenza nel 2027 e il 50% dell’eventuale cessione andrà girato al Real Madrid, in quella che sta per diventare, per la Lazio, una lose-lose situation.
In mezzo c’è stato quel Lazio-Napoli da tregenda, tutti convinti che sarebbe stata l’ultima casalinga di Guendouzi e invece il francese si presenta per Lazio-Fiorentina a cessione già siglata, con il rischio di farsi male e mandare all’aria tutto.
E poi c’è l’arrivo di Petar Ratkov, attaccante serbo prelevato dal Salisburgo, che pure, al di là del valore e di come si inserirà nella Lazio, è significativo. Anche qui, senza nemmeno voler scomodare subito le dichiarazioni del tecnico dopo la partita con la Fiorentina, bisogna riavvolgere il nastro e affidarsi alle parole dei protagonisti. Dopo lo 0-0 di Pisa, per esempio, Sarri parlava così: «Dia non è un attaccante da sportellate, neanche Pedro. Se potessi scegliere l’attaccante centrale dei miei sogni, non vorrei uno da sportellate». L’identikit che circola da mesi è quello di Giacomo Raspadori. «Ci ho parlato tempo fa», ha detto Sarri dopo Lazio-Fiorentina «Come ci avevo parlato in tante altre occasioni, dicendogli quello che gli ho sempre detto: per me è un centravanti e deve giocare centravanti, lo pensa anche lui, ma lasciamo perdere perché non mi sono messo a fare una trattativa con lui».
Al posto di Castellanos, invece, arriva un giocatore molto diverso, ancora da testare in Serie A: 193 centimetri di essere umano, una naturale predilezione per la palla alta. Arriva nella squadra che è attualmente diciannovesima in Serie A per cross tentati, meno solo del Sassuolo, e ventesima per cross riusciti. Una tendenza che la Lazio di Sarri aveva già evidenziato nella prima esperienza sarriana, quando in rosa c’era un totem come Milinkovic-Savic, e che quest’anno è stata, se possibile, persino amplificata. E sempre dopo Lazio-Fiorentina, Sarri è stato cristallino: «Sto parlando in italiano e non vorrei essere travisato: non lo conosco, non so che dire, imparerò a conoscerlo. Se è una scelta societaria, probabilmente loro lo conoscono molto meglio di me. Non è una polemica, è una constatazione: io questo ragazzo non lo conosco». Qualche giorno prima, dopo la partita contro il Napoli, aveva ribadito: «Ho parlato al direttore e gli ho detto che abbiamo bisogno di giocatori importanti in certe zone del campo. Inutile prendere giocatori dello stesso livello di quelli che abbiamo. L’evoluzione di questa discussione dipende da società e direttore. Castellanos era propenso alla cessione, quando è così diventa difficile trattenere un giocatore. Ma visto che questa situazione poteva succedere, si poteva arrivare pronti».
Dopo la Fiorentina, il discorso di Sarri si è spostato anche su Guendouzi, dimostrando per l’ennesima volta quella che è una scollatura che difficilmente verrà sanata e che rende legittimo pensare che, nel prossimo giugno, sulla panchina della Lazio ci sarà un allenatore diverso da Sarri: «Pensavo che Guendouzi fosse uno dei 7-8 giocatori di cui parlavamo per porre le basi per la squadra del futuro. Poi siamo una realtà in cui diventa difficile trattenere un giocatore al quale arrivano offerte di quelle dimensioni per quanto riguarda l’ingaggio, capisco anche le difficoltà. A inizio stagione ho detto che rimanevo qui a tutti i costi, avrei fatto di tutto per sopportare quello che ci sarebbe successo. Ci è successo più di quello che pensavo. La cosa che mi fa veramente star male è che abbiamo un popolo meraviglioso e pensare che sarà difficile dargli delle soddisfazioni in questo momento mi pesa un attimino. Il mercato non è finito, può darsi che la società faccia altre cose».
Le altre cose, a quanto pare, rispondono al nome di Kenneth Taylor dell’Ajax, forse il primo profilo veramente sarriano uscito in questi giorni e sbandierato ai quattro venti da Lotito nel corso della già citata conferenza stampa: «Ogni giocatore che esce verrà rimpiazzato. Se esce Guendouzi arriverà Taylor, un numero 10 dell’Ajax, è già certo. Ma non finisce qua. Sarri fa l’allenatore, mica conosce tutti i giocatori, da che mondo è mondo è la società a scegliere i giocatori, lui li deve allenare».
Lo scontro tra Sarri e Lotito scorre carsico sotto la stagione della Lazio e inevitabilmente le fa smottare il terreno al di sotto. Una vicenda che passa anche per le parole di Sarri dopo Inter-Lazio, in cui era arrivato addirittura a chiedere arbitri stranieri prima di essere smentito dalla sua stessa società con un comunicato ufficiale: “La S.S. Lazio, in riferimento alle dichiarazioni rese dal tecnico Maurizio Sarri al termine della gara di campionato, precisa che – come lo stesso allenatore ha successivamente chiarito – il lavoro dell’arbitro non ha in alcun modo influenzato l’andamento della partita né il risultato finale”. La società poi ci ha ripensato, arrivando al muro contro muro con la classe arbitrale ancora prima della partita contro la Fiorentina, con l’invio di una PEC dopo la partita contro l’Udinese decisa da Davis all’ultimo istante.
Delle vicende arbitrali ci dimenticheremo presto, al contrario dei contrasti tra Sarri e Lotito, che come detto potrebbero portare alla fine dell’esperienza dell’allenatore toscano sulla panchina biancoceleste dopo nemmeno un anno. Quello che era stato uno slancio romantico rischia di diventare la metafora di un vortice che, attraversando sempre le stesse fasi, continua a trascinare la Lazio verso il basso. Di un clima senza speranza che inizia a diventare una devastante routine.