Per Carlos una vittoria che fa bene al morale

(Gaia Piccardi) Molti sorrisi, un tennis giocato a media intensità e punteggiato di qualche ricamo prezioso, la vittoria di Carlos Alcaraz in due set (7-5, 7-6) che non entra negli annali dell’Atp ma fa bene al morale, come un brindisi di inizio anno. La premiata ditta Sinner&Alcaraz, ormai in grado di produrre fatturati importanti, conquista la Corea del Sud sulla strada dell’Australian Open, al via domenica 18 (giovedì il sorteggio), il torneo dove – finalmente – si giocherà per la coppa, i punti, l’onore e, in ultima analisi, la storia. Il ghiaccio con il 2026 è rotto, i giocatori rodati, i tifosi coreani sono in estasi. Lo show, nell’esibizione a Incheon tra il numero 2 e il numero 1 del mondo, non manca, però l’umore della sfida è dichiaratamente ludico: manca quel killer instinct che ha sempre iniettato di pathos gli incroci ufficiali tra i due predestinati (Spagna-Italia 10-6).
Il campo indoor in sintetico è rosa, lo stadio gremito, Jannik e Carlos si affacciano sulla nuova stagione vestiti alla vecchia maniera, come li avevamo lasciati a Torino, nel giorno della finale delle Atp Finals: l’italiano color mattone, lo spagnolo verdeoro. Gli outfit nuovi del comune sponsor americano debutteranno a Melbourne, dove Tom&Jerry, destinati per il prossimo decennio all’inseguimento l’uno dell’altro, si alleneranno già domani, provenienti da Incheon: decollo immediatamente dopo l’esibizione, primo assaggio dei campi di Flinders Park come strategia per smaltire il fuso orario e l’immobilità del volo intercontinentale.
L’accordo coreano sembra essere: spassiamocela tutto il primo set, facendo divertire i tifosi; poi si gioca. E allora alla prima palla break nel game d’avvio annullata da Alcaraz con il servizio (rinnovato nell’off season), seguono lunghi momenti di stallo sulla diagonale del rovescio in back (con Jannik che sghignazza apertamente in corso d’opera), serve and volley sinneriani senza troppa convinzione, cortesie a rete (un duello di rovesci sempre più stretti, a sfidare le leggi della geometria), scambi prolungati con lo scopo di tenere la palla in campo, come per allungare il brodo, insaporito dalla carota del lauto ingaggio (1,5-2 milioni di dollari a testa). Per la cronaca, c’è una seconda palla break per Jannik sul 3-3, cancellata con un superbo dritto insideout da Carlitos, che poi ottiene il 6-5 con una palla giocata di rimbalzo tra le gambe, fa il break decisivo (6-5) grazie a un dritto steccato da Jannik, e chiude 7-5.
Sbrigati i convenevoli, espletato il tributo al sollazzo del pubblico pagante, si comincia a fare più sul serio. Alcaraz ormai ha preso gusto ad annullare palle break (la terza sull’1-1), ma era una falsa impressione. Sul 2-2 c’è spazio per il consueto teatrino dello spettatore fatto entrare in campo per giocare un punto con il campione (Jannik, nel frattempo, si accomoda in tribuna) ma il problema è che il punto attribuito allo spettatore, in seguito al quale Alcaraz deve annullare una palla break, inficia totalmente il match. Come potremo considerare Incheon un incontro valido per i precedenti «amichevoli» (quella coreana è la terza esibizione dopo le due a Riad in Six Kings) tra questi due? Mah. Poiché nel secondo set nessuno perde la battuta, interviene il tie break: un dritto fuori misura di Sinner provoca un doppio minibreak e manda l’avversario 4-2, poi un nastro rimette le cose in parità (4-4); un erroraccio di rovescio di Alcaraz spedisce l’azzurro a set point, Carlitos si redime con il servizio (6-6) e si issa al match point, che si annette buttando fuori dal campo il rivale, che mette il dritto in rete (7-6).
Il ventesimo incrocio in carriera (considerati anche il Challenger di Alicante e le amichevoli) tra Sinner e Alcaraz finisce così, con belle parole – da contratto – per l’evento, gli appassionati, la Corea. Intrattenimento, portafoglio dei protagonisti più gonfio, l’inaugurazione di un nuovo mercato asiatico, la promessa semiseria di giocare, un giorno, il doppio insieme. Adesso, però, ridateci il tennis (quello vero).