di
Michele Amedei*

San Casciano riscopre il suo artista Tito Chelazzi, tra i massimi interpreti della pittura floreale italiana della seconda metà dell’800. Tra i suoi estimatori anche la regina Margherita

Nato a San Casciano nel 1834 e morto a Firenze nel 1892, Tito Chelazzi è considerato uno dei massimi interpreti della pittura floreale italiana nella seconda metà dell’800. Le fonti lo descrivono come un giovane di bell’aspetto, dalla barba bionda fluente e dagli occhi cerulei dolcissimi. Uomo taciturno e di straordinaria abilità pittorica, Chelazzi seppe interpretare con una cifra stilistica del tutto personale rose, gigli, crisantemi e altri fiori componendo dipinti che rielaboravano in chiave moderna la lezione dei maestri olandesi del ‘600, in sintonia con quella sensibilità pittorica che in Francia trovava espressione nelle opere di Henri Fantin-Latour (1836-1904). Chelazzi ora, insieme a Luigi e Giuseppe Bezzuoli, è riscoperto in una mostra al Museo Ghelli di San Casciano dal titolo Con l’occhio del botanico che indaga il tema del fiore nella cultura figurativa Toscana tra Otto e Novecento.

La mostra parte dalle opere di Luigi e Giuseppe Bezzuoli ed un clima culturale che intreccia osservazione scientifica, gusto decorativo e ricerca pittorica. La Fondazione del Reale Museo di Fisica e Storia Naturale, nel 1775, per iniziativa di Pietro Leopoldo, aveva posto le basi di una cultura fondata sull’esperienza e sull’osservazione diretta del visibile in sintonia con una società sempre più orientata, secondo Carlo del Bravo, a un «senso di ordine, di convenienza, di gerarchia di valori».



















































In quel clima si formò Luigi Bazzuoli (1750-1820), pittore che negli anni Sessanta del Settecento era attivo come specialista «di prospettive di fiori». I disegni presentati a San Casciano sono giunti agli attuali eredi per volontà del figlio di Luigi, Giuseppe (1784-1855), che nel corso degli anni mutò il cognome in Bezzuoli e fu celebrato dai contemporanei come uno dei principali interpreti del Romanticismo pittorico italiano. 

Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, Giuseppe mantenne vivo l’interesse per la botanica ereditato dal padre anche dopo la morte di quest’ultimo. In continuità con la tradizione figurativa di ascendenza seicentesca Bezzuoli seppe tradurre quella passione in pittura, disponendo vivaci bouquet floreali come perno compositivo di ritratti femminili di intime scene familiari, costruite secondo il gusto dei conversation pieces di origine anglosassone. Ne sono esempio il ritratto di Maddalena Giuntini Guiducci (olio su tela, 1847) e il gruppo della Famiglia di Vincenzo Antinori raffigurato davanti alla celebre ghiacciaia del Parco delle Cascine, allora luogo di ritrovo della società (olio su tela, 1834).

Sulla sua scia si pone, poi, Tito Chelazzi i cui dipinti avevano ispirato un recensore a scrivere sulle pagine della rivista L’arte (12 settembre 1883): «I fiori di Chelazzi non sono soltanto dei fiori bellissimi, dipinti alla perfezione, sono gli incidenti della vita di ogni giorno nella quale i fiori hanno la loro parte, ch’Egli ricerca, vuol far palese. Ho sentito dire che ai fiori del Chelazzi manca una cosa, una cosa sola… il profumo». 

Noto anche per la partecipazione a battaglie risorgimentali, come attesta un documento presente nella mostra, Chelazzi inviò le sue opere a diverse mostre di orticoltura tra cui quella del 1877 a Firenze, e fu apprezzato da aristocratici e da membri delle case reali italiane, europee e russe di passaggio a Firenze, dove mantenne per molti anni il proprio studio a piazzale Donatello. Tra i suoi estimatori figurano la regina Margherita (1851-1926) che nel 1892 acquistò due dipinti tuttora conservati al Quirinale, e Maria Pavlovna (1854-1920), moglie del granduca Vladimir Aleksandrovic Romanov (1847-1909), la quale secondo le fonti gli commissionò tre grandi specchi decorati con fiori probabilmente simili ad un esemplare esposto a San Casciano. 

La mostra di San Casciano, operazione culturale inedita, espone alcuni dei suoi capolavori mai visti, provenienti da collezioni private, uscite dai salotti degli stessi sancascianesi che a lungo hanno amato e apprezzato il poeta dei fiori su tela.

Intorno al 1892, la Casa editrice milanese Fratelli Treves avviò un ambizioso progetto editoriale dedicato alla raffigurazione delle diverse specie di fiori, articolato in quattro volumi, ciascuno ispirato ad una stagione dell’anno. All’iniziativa presero parte il messinese Pietro Gori (1865-1911), poeta e scrittore, e il fiorentino Angiolo Pucci (1851-1934), orticoltore e divulgatore dell’arte del giardinaggio, figura di rilievo della Società Toscana di Orticultura. Per la realizzazione delle tavole illustrate Gori volle Tito Chelazzi, definito nella prefazione al primo volume I fiori di primavera (1892), «il primo fiorista che vanti adesso l’Italia». In quelle pagine si legge che l’artista «ha trasfuso col magico suo pennello […] la vivacità, la grazia, il mirabile colorito di quei fiori […] che hanno posato, profumati e freschi, ad uno ad uno dinanzi a lui, là nella quiete del suo studio». L’artista sancascianese, scomparso nel 1892, riuscì a completare solo i primi tre volumi, Primavera – Estate – Autunno, mentre la decorazione dell’ultimo, dedicato all’inverno, fu affidato ad Arnaldo Ferraguti (1862-1925). 

* Storico dell’arte,

curatore della mostra


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9 gennaio 2026