di
Valerio Cappelli

«Troppi politici narcisi, pensano solo ai muscoli
La mia vita? Un miracolo, sono cresciuto senza libri. Zalone mi diverte, sì ai film che riempiono le sale»

Dici Toni Servillo e pensi alla disciplina, all’ossessione del fare teatro e cinema. In La grazia, per cui ha vinto la Coppa Volpi a Venezia, il suo settimo film per Paolo Sorrentino (dal 15 gennaio nelle sale dopo le anteprime) interpreta Mariano De Santis, un presidente della Repubblica di formazione cattolica e di profonda dirittura morale. Deve prendere decisioni importanti e delicate, prima di congedarsi dalla vita pubblica: la concessione di due grazie e la firma di una legge sul fine vita.

Il suo pensiero sull’eutanasia?
«Il nostro Paese fa tre passi avanti e due indietro. Ogni nazione civile dovrebbe dotarsi di una legge che consenta alle persone che soffrono di andarsene nel modo più giusto, autonomo e meno doloroso possibile».



















































Lei il 17 è candidato agli Oscar europei.
«Andrò a Berlino, il giorno dopo recito a teatro a Padova, lo prendo come auspicio. Ho vinto due volte, come migliore attore, e Stellan Skarsgård, protagonista di Sentimental Value, ancora mai. Penso che abbia più chance lui di me».

L’Europa politica annaspa, quella culturale c’è.
«L’Europa vive un momento di tale smarrimento… L’Italia dovrebbe riconoscere che il nostro maggiore contributo è legato alla cultura, che è un investimento, non un capitolo di spesa».

Il cinema cosa può fare?
«Nulla. Dobbiamo sperare in politici sensibili. Spero che ci sia una rivolta dei ceti più illuminati e colti per ristabilire un po’ di civiltà».

Il punto, per il suo presidente, era di mantenere in equilibrio credibilità istituzionale e aspetto emotivo?
«Sì, esatto. L’emotività nasce dal semestre bianco, negli ultimi sei mesi del suo mandato, e nel rapporto con la figlia (Anna Ferzetti) che rappresenta il presente».

Il cinema e i teatri d’opera se la passano male, fra tagli e prossima riforma.
«Gli amministratori e i politici hanno la responsabilità di saper riconoscere la qualità. Devono favorire la nascita di nuovi talenti. Quando ho cominciato questo mestiere a teatro, se non avessi sentito lo Stato e la sensibilità del Comune di Napoli, avrei smesso anche prima di farlo. Ho avuto l’opportunità di non gettarmi nelle grinfie del mercato».

Lei in quale mondo culturale è cresciuto?
«La mia è una bellissima famiglia, ma sono cresciuto a Caserta in una casa senza libri, dove non esisteva la cultura. Tutto ciò che ho vissuto è stato un miracolo».

Un libro che l’ha aiutata?
«Tendo a essere prosastico nella vita, a volte pesante, perciò mi piace la poesia, Giorgio Caproni, Giovanni Giudici, Attilio Bertolucci».

Sorrentino ha nostalgia di quando la politica era vocazione e non occasione. E lei?
«Più che nostalgia, vedo persone con responsabilità così alta che mostrano muscoli e interpretano la scena politica come un palco su cui esercitare il proprio narcisismo. Arroganti e fuori dalle regole. È così forte la satira intorno ai politici, al punto da sconfinare nella burletta, che poi trovo importante se ci imbattiamo in una persona che comunica sacralità istituzionale».

Lei deve molto a Jep Gambardella de «La grande bellezza» e a Andreotti de «Il divo». Il suo presidente della Repubblica che posto ha?
«Mi auguro che sugli spettatori incida la sua capacità di restare umano, in questo senso lancia un segnale di profonda umanità. La cosa più interessante è la complessità di un personaggio che tiene insieme, dialogando tra loro, il tempo, la memoria e la responsabilità soggettiva».

Presidente in un mondo che ha capovolto valori, certezze, riferimenti…
«Un mondo che si è disumanizzato. Sopraffatto dal mercato, rischia di diventare davvero una cosa».

Mariano De Santis non si ispira a Mattarella.
«No, abbiamo avuto diversi presidenti cattolici e di formazione giuridica. Non sappiamo nemmeno se abbia visto il film, ha talmente tante cose da fare, non lo chiediamo per rispetto».

Cosa la sorprende ancora di Sorrentino?
«Dopo sette film insieme… Non è solo uno straordinario creatore di immagini ma un dialoghista e sceneggiatore notevole: una prateria in cui si sono mossi Michael Caine, Jude Law, Diane Keaton, Jane Fonda».

Ma cosa la sorprende?
«La sua capacità di regalare a un attore un personaggio che ha la responsabilità di irrorare un film. Senza di lui, la mia vita cinematografica non sarebbe stata la stessa. Ma è la vita che dispone per noi».

Il cinema italiano salvato da Zalone?
«I film di Paolo sono sempre andati bene. Il cinema non vive di sola autorialità, è sempre stato anche intrattenimento, e ai film di Zalone (questo non l’ho visto) mi sono divertito. Ben vengano opere che riempiono le sale intrattenendo in modo non banale».

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10 gennaio 2026