“Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare i manifestanti iraniani. Lottano per la libertà”. Ad annunciarlo è stato il presidente degli Usa Donald Trump su Truth. Intanto – nonostante il blackout di internet e un bilancio di diversi morti e migliaia di arresti – il popolo iraniano non si ferma. E torna in piazza per portare avanti una protesta giunta ormai al suo quattordicesimo giorno, che per numeri e portata non ha precedenti negli ultimi tre anni.

Intanto fonti informate al Wall Street Journal riferiscono che funzionari dell’amministrazione di Donald Trump hanno avuto discussioni “preliminari” su un eventuale attacco contro l’Iran, qualora fosse necessario dare seguito alle minacce del presidente e sarebbero già stati individuati i possibili obiettivi.

Una delle opzioni in discussione è un attacco aereo su larga scala contro diversi obiettivi militari iraniani. Secondo le fonti non c’è ancora un consenso sulla linea d’azione da intraprendere e non sono stati ancora mobilitati né equipaggiamenti militaripersonale in preparazione di un eventuale attacco. Le fonti hanno precisato che queste conversazioni rientrano nella normale pianificazione e non ci sono segnali di un raid imminente contro l’Iran.

Nel frattempo qualche analista inizia a parlare di “rivoluzione”, quasi a voler sottolineare che “stavolta è diverso” rispetto alle scorse mobilitazioni. Tanto che il regime ha deciso di alzare la posta minacciando la forca per tutti i rivoltosi in quanto “nemici di Dio”, mentre la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei ha posto i pasdaran in uno stato di allerta persino più elevato di quello adottato per la guerra dei 12 giorni con Israele, a giugno 2025. Misure che se da una parte fanno crescere il timore di una ancora più brutale repressione del dissenso, dall’altra infiammano le tensioni con l’Occidente e in particolare con Washington, da dove il presidente Donald Trump aveva ribadito l’invito a “non iniziare a sparare” sui manifestanti. “Altrimenti, inizieremo a sparare anche noi”.

Intanto anche l’Ue ha chiesto di fermare la repressione e la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, ha proposto di sanzionare il Corpo delle guardie della rivoluzione. Ma intanto, dalla Repubblica islamica trapelano le notizie sulle proteste e la repressione in tutto il Paese, da Tabriz a Teheran fino a Shiraz. Il blackout di internet ormai va avanti da 48 ore. A raggiungere i cittadini sono solo gli sms della polizia che li invitano a non unirsi alle proteste.

Una censura e una propaganda che va di pari passo alle violenze che accompagnano le manifestazioni e la conseguente repressione delle autorità: secondo l’ong Human Rights Activists News Agency, l’ultima notte di proteste avrebbe portato ad almeno 65 il numero delle vittime – tra cui 49 civili -, l’agenzia Hrana fino a poche ore fa ne segnalava 72, ma alla rivista Time un medico di Teheran, in condizione di anonimato, ha dichiarato che in sei ospedali della capitale sono state registrate 217 vittime tra i manifestanti, “la maggior parte a causa di proiettili veri”.

Secondo questa versione, la maggior parte delle vittime erano giovani, alcuni dei quali uccisi fuori da una stazione di polizia nel nord di Teheran, dove le forze di sicurezza hanno sparato con le mitragliatrici. Un medico e un assistente sociale di due ospedali in Iran si sono messi in contatto con la Bbc denunciando che le loro strutture sono ormai “sopraffatte” dai feriti. Le testimonianze parlano di caos nella capitale, con atti di violenza sia da parte dei manifestanti sia della polizia. Ad infiammare ulteriormente la crisi anche le notizie, non confermate, dell’arrivo di miliziani iracheni in Iran con lo scopo di sommarsi alle forze dell’ordine. Indiscrezioni che – stando a quanto riferito – hanno portato a un aumento delle aggressioni nei confronti della popolazione irachena.

La tensione è alle stelle e sembra non voler accennare a diminuire: si attendono infatti ulteriori mobilitazioni, spinte anche dagli appelli di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia, a sfruttare il momento per rovesciare il regime degli ayatollah. “Sono certo che, rendendo la nostra presenza in piazza più concentrata e interrompendo i canali finanziari, rovesceremo la Repubblica Islamica”, ha affermato, prima di “invitare i lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell’economia ad avviare uno sciopero nazionale“. E a “scendere in piazza” oggi e domani “con bandiere, immagini e simboli nazionali e occupare gli spazi pubblici”.

In risposta, le autorità iraniane continuano ad accusare i manifestanti di portare avanti “una guerra orchestrata dall’estero“, puntando il dito su Stati Uniti e Israele. E mentre l’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim ha annunciato per lunedì pomeriggio una grande contromanifestazione a Teheran per “condannare le azioni dei rivoltosi”, il procuratore generale del Paese, Mohammad Movahedi Azad, ha ribadito la minaccia secondo cui tutti i rivoltosi rischiano la forca in quanto accusati di essere “mohareb”, vale a dire “nemici di Dio“.

Di fronte a questo quadro, fonti di intelligence e diplomatiche dei Paesi dell’area sono d’accordo nell’indicare che i prossimi giorni saranno cruciali. Se infatti la risposta delle autorità è stata finora giudicata dura ma più “disciplinata” rispetto al passato, il protrarsi delle manifestazioni e il vandalismo rischiano di spingere il regime a cambiare passo. Dando il via a una vera e propria stagione di repressione della popolazione nel sangue.