Ultimo schiaffo, di Matteo Oleotto

Il film vira dai toni della commedia verso le tinte più oscure, addentrandosi nelle atmosfere di un delirio nero. Ma conserva un calore profondo




Petra e Jure cercano di guadagnarsi da vivere come “tuttofare”, ma è un continuo stentare. Pochi soldi, una roulotte per casa, piatto e dispensa perennemente vuoti. Sono sorella e fratello, ma hanno due caratteri opposti. Lei è istintiva, energica, animata da una tensione rabbiosa, vitale e dispersiva. Lui è un ingenuo dal cuore buono, un puro “idiota”. Lei è la “mente”, lui il suo braccio fidato. Il grande piano di Petra è di trovare l’occasione per svoltare e andar via da quel posto di “merda” in cui vivono, un paesino di minatori tra le montagne del Friuli. Insieme a Jure, certo, perché i due sono una coppia inseparabile, uniti da un affetto sincero e viscerale. Ma senza curarsi della madre, che ormai non ci sta più con la testa e vive in una casa di riposo. L’ opportunità offerta dal destino sembra a un certo punto materializzarsi in Marlowe, un cane smarrito e disperatamente ricercato dalla sua padrona, la signora Ines. Basterebbe ritrovarlo e pretendere un bel “riscatto”, pensa Petra. Ma le cose non sono così semplici.

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Siamo sotto Natale. C’è la neve, si preparano gli alberi, le strenne e i pranzi in parrocchia. Ma c’è ben poco di “favoloso”, ne Ultimo schiaffo. Anche la suggestione delle montagne innevate si staglia su un orizzonte di fatica. I due protagonisti, al di là della loro simpatia e tenerezza, portano addosso i segni della sconfitta, di ferite mai rimarginate. Ma, in generale, è tutto questo mondo sperduto di provincia a sembrare sospeso tra la perfezione della cartolina e la maledizione del vuoto e dell’insoddisfazione. Così, la storia messa a punto da Matteo Oleotto con Pierpaolo Piciarelli e Salvatore De Mola slitta progressivamente dai toni della commedia verso le tinte più oscure, addentrandosi nelle atmosfere di un delirio nero, tra minacciose bische clandestine, spacciatori senza scrupoli, personaggi ossessionati dalle scommesse o dai misteri morbosi dei grandi delitti irrisolti.

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Matteo Oleotto torna al cinema dodici anni dopo l’esordio di Zoran, il mio nipote scemo. Nel frattempo ha lavorato a lungo tra serie e film per la tv. E se ha avuto modo di assorbire certi meccanismi narrativi, ha mantenuto vivo il respiro dello sguardo. Che ritrovi innanzitutto nella capacità di far parlare il paesaggio, di riconoscere nell’ambiente non solo la cornice delle storie, ma un vero e proprio spirito che informa di sé le persone e le cose. Anche al di là dei canoni ormai abituali del cinema da nord-est… Perché, oltre il cliché dei luoghi, cova un calore profondo, una scintilla che vive nel rapporto tra Jure e Petra, che s’incarna nei volti dei protagonisti Massimiliano Motta e Adalgisa Manfrida.

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Ed è per questo che il nero non raggiunge mai la desolazione più cupa. Rimane sempre un’ironia che gioca con con la precisione assoluta dei personaggi secondari (capitanati da Giuseppe Battiston), con i riferimenti dell’immaginario (a cominciare dal cane Marlowe, “che cazzo di nome è?”), con le tracce di un cinema anni ’90, con certe ossessioni del presente (come la passione true crime di Giovanni Ludeno). Un’ironia che, soprattutto, non diventa mai cattiva, sprezzante, nichilista. Dopo tutto, verso l’orizzonte c’è ancora speranza.

 

Regia: Matteo Oleotto
Interpreti: Adalgisa Manfrida, Massimiliano Motta, Giuseppe Battiston, Giovanni Ludeno, Davide Iacopini, Carla Manzon, Rossana Mortara
Distribuzione: Tucker Film
Durata: 101′
Origine: Italia, Slovenia 2025

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi

Il voto dei lettori

2.71
(7 voti)

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