di
Gaia Piccardi
Per fortuna domenica 18 gennaio comincia l’Australian Open. Oggi il primo allenamento di Jannik a Melbourne
Vince Carlitos, ma non entra negli annali. Il ventesimo Sinneralcaraz della storia contemporanea — considerati anche il Challenger di Alicante e le tre amichevoli — finisce con belle parole (da contratto) per l’evento, i tifosi locali, la Corea. Adesso però ridateci il tennis, quello vero.
Un match a media intensità punteggiato di qualche ricamo prezioso e molti sorrisi, consegna la prima vittoria della stagione a Carlos Alcaraz (7-5, 7-6): fa bene al morale, come un brindisi di Capodanno. La premiata ditta Sinner&Alcaraz, ormai in grado di produrre fatturati importanti, conquista la Corea del Sud sulla strada dell’Australian Open, al via domenica (giovedì il sorteggio), il torneo dove — finalmente — si giocherà per la coppa, i punti, l’onore e, in ultima analisi, la leggenda. Il tono della sfida di Incheon è dichiaratamente ludico: manca il killer instinct che inietta di pathos gli incroci ufficiali tra i due predestinati (Spagna-Italia 10-6), abbonda il buonumore.
Il campo indoor è rosa, lo stadio gremito, Jannik e Carlos si affacciano sul 2026 vestiti alla vecchia maniera, come li avevamo lasciati alle Finals: l’italiano color mattone, lo spagnolo verdeoro. Gli outfit nuovi del comune sponsor americano debutteranno a Melbourne, dove le teste di serie n.1 e n.2 si alleneranno già oggi: decollo per l’Australia subito dopo l’esibizione, primo assaggio dei campi di Flinders Park come strategia per smaltire fuso orario e immobilità del lungo volo. L’accordo coreano sembra essere: spassiamocela nel primo set, facendo divertire i tifosi; poi si gioca. E allora alla prima palla break nel game d’avvio annullata da Alcaraz con il servizio (rinfrescato nell’off season senza Ferrero), seguono momenti di stallo sulla diagonale del rovescio in back (con Jannik che sghignazza in corso d’opera), serve and volley sinneriani senza troppa convinzione, cortesie a rete (un duello di rovesci sempre più stretti, a sfidare le leggi della geometria), scambi prolungati con lo scopo di tenere la palla in campo, come per allungare il brodo, insaporito dalla carota del lauto ingaggio (1,5-2 milioni di dollari a testa). Per la cronaca, c’è una seconda palla break per Jannik sul 3-3, cancellata con un superbo dritto insideout da Carlitos, che poi ottiene il 6-5 con un colpo tra le gambe, fa il break decisivo (6-5) grazie a un dritto steccato dall’azzurro, e chiude 7-5.
Sbrigati i convenevoli, si comincia a fare (quasi) sul serio, come a Riad. Anzi no. Sul 2-2 c’è spazio per il teatrino dello spettatore fatto entrare in campo per giocare un punto con il campione (Jannik, nel frattempo, si accomoda in tribuna) ma il problema è che il punto attribuito al tifoso, in seguito al quale Alcaraz deve annullare una palla break, inficia totalmente la partita. Come potremo considerare Incheon un incontro valido per i precedenti «amichevoli»?
Mah. Poiché nel secondo set nessuno perde la battuta, interviene il tie break: un dritto fuori misura di Sinner provoca un doppio minibreak e manda l’avversario 4-2, poi un nastro rimette le cose in parità (4-4); un erroraccio di rovescio di Alcaraz offre al rivale il set point, ma Carlitos si redime con il servizio (6-6) e si issa al match point. Se lo annette buttando fuori dal campo l’avversario, che mette il dritto in rete (7-6). Accademia. Nel tennis vero quel set point Sinner l’avrebbe sbranato.
11 gennaio 2026
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