di
Francesco Bertolino

Il Napoli, capace di chiudere in utile 12 dei 21 bilanci dell’era De Laurentiis non può muoversi liberamente sul mercato

Il Napoli ha oltre 170 milioni depositati in banca, ma sul mercato invernale non potrà spendere un euro in più di quanto incassa. Per il ds del club, Giovanni Manna, è «un grandissimo paradosso». Mentre altre società indebitate si muoveranno i liberamente a gennaio, la commissione di controllo sui conti dei club ha imposto il «saldo zero» al Napoli, capace di chiudere in utile 12 dei 21 bilanci dell’era De Laurentiis.

Perché? Tutto dipende dal cosiddetto costo del lavoro allargato, il nuovo «termometro» della salute finanziaria del calcio. Questo indice comprende gli stipendi dei calciatori, le commissioni pagate agli agenti e gli ammortamenti dei cartellini. La Figc ha stabilito che per la stagione 2025/26 la somma di queste tre voci non dovesse superare l’80% dei ricavi di un club (scenderà al 70% per il 2026/27). Sei-sette società di serie A hanno sforato il tetto, ma gran parte dei loro azionisti ha messo mano al portafoglio per rimpinguare le casse e così evitare la sanzione.



















































Non così la proprietà del Napoli che è andato oltre il limite per almeno due ragioni. Nonostante la maxi-plusvalenza ottenuta dalla cessione di Kvara, le entrate sono diminuite a causa dell’assenza dalla ricca Champions League. Le uscite sono poi salite non solo e non tanto per l’ambizioso mercato estivo quanto per una strategia contabile peculiare utilizzata dal Napoli per gli ammortamenti.
 
L’ammortamento serve a spalmare il costo di un bene acquistato, tenendo conto a bilancio della graduale perdita di valore. Un’auto o un computer, per esempio, si svalutano di anno in anno per l’usura e per l’obsolescenza. Nel caso del cartellino di un calciatore la sua «vita utile» coincide con la durata del contratto e, quindi, i club procedono di norma a ripartirne il costo in quote annuali di pari importo (poniamo 5 milioni per un giocatore pagato 15 e legato da un contratto di tre anni). Il Napoli, invece, anticipa da sempre il grosso (fino all’80%) degli ammortamenti nei primi due anni perché considera la «vita utile» del cartellino più breve. Dal terzo — è il ragionamento — cresce progressivamente la necessità di trovare un acquirente (o di procedere a un rinnovo) per non perdere il giocatore a zero alla scadenza del contratto.

Questo metodo consente, fra l’altro, al Napoli di massimizzare le plusvalenze alla vendita, ma comporta un aggravio degli ammortamenti negli anni di ricco calciomercato, come l’ultimo. Da qui lo sforamento del rapporto fra ricavi e costo allargato della rosa che costringerà il Napoli a un mercato molto oculato: a ogni acquisto dovrà corrispondere una cessione di pari importo, ancora meglio se superiore. Se al prossimo controllo di maggio l’indice sarà peggiorato, infatti, il rischio è di incorrere nel blocco totale del calciomercato estivo che impedirebbe al club non solo di comprare nuovi calciatori ma anche di convincere gli attuali al rinnovo con aumenti di stipendio.

11 gennaio 2026 ( modifica il 11 gennaio 2026 | 07:07)