di Chiara Amati

Palermitano, classe 1979, noto per aver denunciato più volte i suoi estorsori, Giunta lancia dai social una provocazione: respingere i «maranza», auspicando che l’iniziativa venga seguita anche da altri locali

«Ciao. Esce il divieto ufficiale di “CitySea”. Spero che tanti colleghi aderiscano a questa iniziativa: “Io non posso entrare”. No maranza, occhiali Cartier, barba da delinquente, collanona. Tu qua non sei gradito. Non devi entrare. C’è il divieto assoluto. No maranza. Ciao».

Questo è il video che Natale Giunta, chef palermitano noto per le sue battaglie contro la mafia – «Temo per la mia vita, ma vado avanti», disse in una intervista a Cook Corriere della Sera – ha postato sul proprio profilo Instagram con tanto di testo a corredo: «La tua presenza non è benvenuta, il tuo stile non è ammesso. Vesti con tuta lucida di imitazione Armani, occhiali Cartier falsificati, un borsello Gucci fake, e una collana di provenienza incerta. Il tutto accompagnato da una barba che richiama stili discutibili di gomorrista. Pertanto, ti invitiamo a non entrare nei miei locali».



















































Una presa di posizione che non è certo passata inosservata e che sta scatenando molte polemiche: a Palermo — città in cui chef Giunta concentra le sue attività, tra queste proprio il «CitySea», complesso ristorante-bistrot galleggiante — e nel resto d’Italia.

Giunta, a ’sto giro l’ha sparata grossa.
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Sto soltanto cercando di difendermi da tanti delinquenti che entrano nei locali solo per fare rissa».

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Chiariamo subito: per l’articolo 187 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps) gli esercenti di bar e ristoranti non possono rifiutare persone.
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Vero, ma questo è un locale di pubblico spettacolo. Per l’articolo 90 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza se scoppia una rissa — da una discussione all’interno per, poi, proseguire all’esterno — l’episodio può comunque essere ricondotto all’attività. In questi casi scatta la chiusura del locale e, alla reiterazione, si può arrivare alla revoca della licenza. È una responsabilità enorme: conosco colleghi con i sigilli alle porte. A questo punto ci si chiede quale debba essere il nostro ruolo: gestori e imprenditori o controllori dell’ordine pubblico? È possibile che un episodio nato da un alterco tra clienti si traduca, dopo giorni, nella chiusura di un’attività con decine di dipendenti, e relative famiglie, a spasso? Chi legge il mio post e vive questi contesti lo sa bene, anche se dall’esterno tutto ciò non è immediatamente visibile e condivisibile».

Lei ha usato un termine preciso: «maranza». (Da vocabolario: «giovane che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi, caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga, riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente e dal linguaggio volgare»). Non trova che sia discriminante?
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La discriminazione colpisce le persone per ciò che sono. Io mi riferisco a comportamenti. Contrastare la delinquenza non significa prendere di mira un’identità, ma proteggere chi lavora e chi frequenta i locali nel rispetto delle regole. In questo senso, l’esclusione di chi mette a rischio la sicurezza altrui non è discriminazione, ma una misura di tutela».

Insiste: «La barba, gli occhiali, l’abbigliamento»… Molti hanno ritenuto il suo identikit inappropriato, a tratti offensivo.
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Volevo solo descrivere un fenomeno che, per chi lavora nella notte, è diventato ricorrente: gruppi di ragazzi — da 15 a 20 persone tra i 20 e i 35 anni — che arrivano nei locali con un atteggiamento di prevaricazione e prepotenza. Il punto non è l’estetica: è la dinamica che spesso si porta dietro».

Però è partito proprio dall’estetica. Perché ha scelto una rappresentazione identitaria?
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Perché è una evidente forma di emulazione da serie televisive criminali. E chi frequenta certi contesti la riconosce. Ma ribadisco: non è l’abbigliamento in sé a essere “colpevole”. È ciò che talvolta accompagna quell’emulazione: mancanza di rispetto, atteggiamenti arroganti e provocatori, conflittualità, ricerca dello scontro per il gusto di fare rissa».

Diverse persone si sono riconosciute nella sua descrizione, ma rivendicano una vita normale: «Ho la barba, gli occhiali, mi vesto così e lavoro onestamente». Come la mettiamo?
«Capisco e mi spiace: è evidente che non mi riferisco a loro. Così come è evidente che molti non comprendono la realtà in cui siamo costretti a vivere qui a Palermo. Il mio messaggio è rivolto a individui ben precisi: li identifichiamo lontano un miglio. Ora so di poter essere frainteso, allora mi spiego una volta per tutte: io non voglio dire che chi ha la barba non è benvenuto. Io punto il dito contro personaggi malavitosi che arrivano in branco, senza il minimo rispetto: per chi lavora, per chi garantisce sicurezza ai clienti, per chi vuole divertirsi in tranquillità e ha il sacrosanto diritto di farlo, senza rischi per la propria incolumità».

Rischi concreti?
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Ovvio che sì. Non avrei fatto quel che ho fatto. A Palermo sono successe cose pesanti e continuano ad accadere: liti dentro e fuori i locali, accoltellamenti, uso di armi, Kalašnikov incluso. Io ho voluto lanciare un messaggio forte perché la situazione è degenerata. Ma sa quante zone rosse ci sono in città?».

Dica.
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A dicembre 2025 almeno quattro. Quattro aree a vigilanza rafforzata per prevenire illegalità e degrado legati alla movida. Non c’è più sicurezza. O meglio: c’è una percezione di insicurezza totale, alimentata da episodi gravi. Palermo è un esempio, ma non l’unico: dinamiche simili si vedono anche altrove. Io ho parlato di ciò che conosco, che vivo e che mi viene riportato ogni giorno da colleghi e addetti ai lavori».

Cioè?
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Mi riferisco alla difficoltà concreta di far rispettare regole elementari, dall’ordine alla convivenza civile. Anche una tensione inizialmente minima può precipitare drammaticamente. Ribadisco: per chi ha la responsabilità di un locale, ogni episodio può diventare un problema grave, con conseguenze rilevanti».

Le forze dell’ordine?
«Ci sono e al bisogno le chiamiamo. Sabato scorso, ad esempio, ho dovuto richiedere l’intervento dei carabinieri. La prima pattuglia disponibile è arrivata dopo una mezz’oretta. Attenzione: non è un’accusa, tutt’altro. Le forze dell’ordine fanno quello che possono, spesso in condizioni difficili. Il problema è strutturale e va affrontato a monte».

In che modo?
«Buttando un occhio a ciò che è stato fatto altrove, per esempio in Spagna. Esistono locali che accolgono migliaia di persone senza che accada nulla di paragonabile. Non è una questione culturale, ma di regole chiare e applicate».

A cosa si riferisce concretamente?
«A sistemi di controllo e responsabilità individuale: identificazione all’ingresso, tracciabilità dei biglietti, provvedimenti immediati per chi sbaglia. In altri Paesi funziona perché chi commette un reato viene sanzionato direttamente, non perché si chiude il locale».

Sta proponendo una sorta di Daspo anche per i locali?
«Sì, senza esitazioni. È uno strumento che funziona».

Perché ritiene che sarebbe efficace?
«Perché sposta la responsabilità su chi commette l’atto violento. All’estero, davanti ai locali, ci sono controlli, telecamere, forze dell’ordine e soccorsi. Se scoppia una lite, le immagini consentono di individuare i responsabili e punirli in modo rapido e proporzionato. In Italia, invece, spesso il primo a pagare è l’esercente, con la chiusura dell’attività. E questo non è giusto, né efficace».

Chef, ma lei non è che cerca pubblicità?
Sorride. «Dopo tutto quel che ho passato per avere denunciato il pizzo sarei un folle a mettermi in mostra. No! Sono un cittadino onesto, con senso civico granitico, orgoglioso di essere italiano, siciliano e palermitano. La Sicilia e Palermo, le assicuro, non sono questa roba qui».

Ha paura?
«
Ne ho avuta. Oggi ho rabbia, ma soprattutto sete di giustizia. Non mi fermo».

11 gennaio 2026 ( modifica il 11 gennaio 2026 | 09:31)