di
Lorenzo Cremonesi
Sulle piste ci sono famiglie arrivate da Kiev, Odessa, Leopoli e dai luoghi più vicini alla linea del fronte
DAL NOSTRO INVIATO
BUKOVEL (UCRAINA) – Cannoni sparaneve in funzione sino a sera tarda, sciatori in coda alle seggiovie, bar e ristoranti affollati dove si chiacchiera del freddo e della prossima nevicata, che «finalmente permetterà di aprire tutte le piste»: se non ci fossero il coprifuoco a mezzanotte e il brusio costante dei generatori verrebbe da pensare che la guerra qui non c’è mai stata. «A prima vista Bukovel potrebbe apparire come una qualsiasi località sciistica alpina. Anche sui Carpazi soffriamo per il cambiamento climatico e dell’accorciarsi dell’inverno. Ma è sufficiente guardarsi attorno con più attenzione per scoprire rapidamente che qui siamo nell’Ucraina vittima dell’aggressione russa. E la gente viene certo a sciare, ma soprattutto per dimenticare i bombardamenti, fuggire le paure delle bombe e cercare un poco di tregua dall’incubo del conflitto», ammette la 36enne Tatiana Grigniuc, responsabile del Centro Turistico locale.
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Circa 900 metri d’altezza alla base degli impianti, 17 seggiovie per 65 chilometri di piste che raggiungono quote attorno ai 2.300 metri, una presenza stimata di oltre 30.000 visitatori tra Natale e le feste di Capodanno, che ora si stanno allungando grazie alle nuove nevicate di inizio gennaio: Bukovel non si smentisce, resta il luogo più popolare per gli ucraini che amano la montagna. E tuttavia negli ultimi quasi quattro anni si sono imposti mutamenti importanti. «Prima si veniva per sciare d’inverno e fare trekking d’estate. Bukovel era la capitale dello sport. Specialmente d’inverno sino al febbraio 2022 avevamo anche tanti turisti stranieri, ma ormai sono tutti cittadini ucraini, tra loro gli uomini tra i 18 e 60 anni, che non possono emigrare a causa delle restrizioni per la leva. E adesso la crisi economica limita ulteriormente le possibilità di viaggiare», aggiunge Tatiana.
Sulle piste ci sono famiglie arrivate da Kiev, Odessa, Leopoli e dai luoghi più vicini alla linea del fronte. «Sciare è solo un pretesto. L’importante è che qui finalmente si può dormire in pace e sedere al ristorante senza il terrore delle sirene», dice Yaroslav, un imprenditore cinquantenne di Kharkiv venuto con la moglie e i due figli piccoli. I dati gli danno più che ragione.
Secondo United24, l’agenzia che registra i raid russi, nel 2025 le sirene a Bukovel sono suonate 133 volte, contro le 2020 nella regione di Kharkiv, circa 900 tra Odessa e Mykolaiv, quasi 800 a Kiev. Con un dettaglio fondamentale: dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022 Bukovel non è mai stata colpita e ai tagli cronici della corrente in tutto il Paese si è risposto molto presto con una fitta rete di potenti generatori.
È tra l’altro questa una delle ragioni per cui tra le sue colline coperte di pinete vengono a curarsi i soldati feriti o affetti da traumi psicologici. Il post-traumatic stress è una delle patologie in forte crescita in tutto il Paese. Lo Stato maggiore investe forti somme nel progetto con il contributo di parecchie organizzazioni umanitarie.
Secondo Bogdan Krasavzev, responsabile dell’ufficio regionale dello Sviluppo Sostenibile, oltre 26.000 militari dal 2022 sono venuti tra queste vallate per seguire programmi di riposo e convalescenza. La locale clinica privata Osnova per un anno sino alla fine del 2023 aveva accolto oltre 3.000 soldati, molti di loro per cure di riabilitazione mentale. «Camminare, nuotare, godere dell’aria pura dei boschi, vedere gli animali e fare pratiche respiratorie sono terapie molto efficaci», ci spiega il direttore, il 55enne Alexander Leshina. Però poi è stato deciso di interrompere il programma. «Era sorto il sospetto che i collaborazionisti filo-russi potessero passare le coordinate del nostro ospedale a Mosca e che rischiasse di essere bombardato», aggiunge.
Non sarebbe la prima volta. Sin dai primi mesi di guerra i droni e missili russi hanno preso di mira gli ospedali militari in tutto il Paese.
Il risultato è che adesso i soldati continuano a venire per le cure e la convalescenza, ma i loro centri sono tenuti segreti e pare si trovino al di fuori dalle località turistiche. Sui campi da sci s’incontrano comunque parecchi invalidi di guerra. «Nel gennaio 2023 i droni kamikaze russi mi causarono ferire molto gravi. Stavo combattendo nella regione di Kherson con la 114esima Brigata di fanteria. Ho perso l’occhio destro e la spalla è semiparalizzata. Avrei voluto continuare a combattere dopo le cure, ma i medici mi hanno esentato», dice il 21enne sergente Maxim, che incontriamo mentre sta salendo sulla seggiovia con la fidanzata.
Tra gli sciatori non mancano i commenti sul discorso di fine d’anno di Zelensky e sulla situazione militare. Il senso è noto: l’Ucraina cerca la pace, ma non la capitolazione, se Putin insiste coi suoi diktat, non temiamo di continuare a combattere. «Il presidente pronuncia parole molto coraggiose. Le condivido tutte», dice il 37enne Roman Burdakov, un musicista di Kiev. «Ma la sua posizione è difficilissima. Non vorrei essere nei suoi panni, deve prendere decisioni impossibili. Come trattare la pace con Putin, che tradisce ogni patto, racconta menzogne e in verità mira a conquistare tutta l’Ucraina?».
11 gennaio 2026
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