Il suo obiettivo è entrare nella top 100. Un’ambizione rilanciata anche durante le Atp Finals di Torino dove – Gabriele Piraino, 22enne palermitano – ha avuto il privilegio di allenarsi con i marziani della racchetta, tra cui Sinner, che ha sfruttato il suo ‘tiro mancino’ per prepararsi alla finale con Alcaraz. Quando lo contattiamo il classe 2003 si trova dall’altra parte del Mediterraneo: Antalya, costa sud-occidentale della Turchia. Un challenger per dare il la alla nuova stagione (questa settimana è stato eliminato agli ottavi, ndr), nella quale tenterà di scalare il ranking (ora è numero 340), dopo un 2025 che lo ha visto trionfare tre volte – a Wetzlar (in Germania), a Gubbio e a Santa Margherita di Pula – e culminato con gli allenamenti con i maestri a Torino.

“Sicuramente quella passata è stata un’ottima stagione, finora la migliore nella mia breve carriera – esordisce Piraino a PalermoToday -. Anche se… devo ammettere che nonostante i buoni risultati ho avuto anche qualche ‘basso’, ho scontato i primi infortuni, un po’ troppi, che non mi hanno consentito di giocare quanto avrei voluto. Ecco, questa è l’unica cosa negativa del mio 2025 tennistico”.

Gabriele Piraino, il momento in cui hai capito che avresti fatto finalmente uno scatto in avanti?
“Non c’è stato un momento preciso. Forse già dall’inizio dell’anno, sin da primi tornei, avevo capito di essere più competitivo rispetto alla stagione precedente. Verso metà 2025, dopo varie buone prestazioni, ho capito che potevo divertirmi e che ero finalmente salito di livello”.

Tra i tornei che hai vinto, qual è quello che senti più tuo rispetto agli altri?
“Forse il torneo che sento più mio è stato il challenger che ho vinto a Wetzlar perché appunto era un posto completamente diverso rispetto a casa, sia come clima che come abitudini. Eravamo in piena estate, sono passato dai 40 gradi della mia Palermo ai 18 della Germania, che sarebbe il nostro inverno. Diciamo che è stato un po’ pesante. Poi anche le condizioni in gioco non erano proprio facilissime, c’era freddo. Secondo me quella settimana è stata forse quella di cui vado più orgoglioso e contento”.

Gabriele Piraino in azione

Voltandoti indietro pensi di essere più cresciuto come tennista o come uomo?
“Quest’anno secondo me sono cresciuto un po’ in tutte e due le cose, perché secondo me sia il tennista che appunto la persona vanno un po’ di pari passo. Quindi per crescere in un aspetto bisogna crescere anche nell’altro, sicuramente”.

Dopo una stagione così positiva, quali sono i tuoi obiettivi?
“Le ambizioni per il 2026 sono sempre le stesse, diciamo che vorrei provare a migliorare il più possibile. Adesso non mi pongo l’obiettivo legato al ranking perché secondo me ho sempre pensato che la classifica è il risultato finale di quello che fai. Se tu fai le cose per bene e migliori, poi il ranking è soltanto una conseguenza. Quindi gioco senza obiettivi di classifica e vediamo di fare il meglio possibile. Come dico sempre vorrei diventare la migliore versione di me stesso. Io non mi sento ancora di avere raggiunto questi risultati”. 

Quanto è difficile mantenere i piedi per terra?
“Ovviamente sono contento e fiero della mia carriera finora, però mi sento ancora di poter raggiungere risultati più importanti. Quindi ti rispondo che è abbastanza facile per me rimanere coi piedi per terra, perché comunque da qui al ‘cielo’ appunto ancora ce n’è… Anche se onestamente, rispetto a qualche anno fa e al 2024, ora mi sento un po’ più vicino a certi palcoscenici che prima sembravano un’utopia. Adesso mi rendo conto che quegli orizzonti non sono così impossibile da raggiungere”.

Gabriele Piraino col suo team

Programmazione: prossimi impegni in calendario?
“Adesso inizierò con i primi tre tornei che saranno sulla terra. Sono arrivato lo scorso weekend ad Antalya, in Turchia, per un challenger. Poi andrò a giocare altri tornei sul veloce, iniziando da Tenerife. Intanto vediamo un po’ come procede qua, ad Antalya, a percepire le vere sensazioni dopo la pausa di fine anno, a capire se fisicamente sono o non sono a posto. La programmazione è mirata al cercare dei miglioramenti, quindi magari a giocare un po’ più sul veloce. Di conseguenza andremo anche vedendo un po’ come vanno i vari tornei, quante partite si giocano e capire quale aspetto poi durante l’anno va migliorato di più rispetto magari ad altri”.

Tanto lavoro quotidiano dunque: ha in mente cosa migliorare subito?
“In questo ultimo periodo abbiamo lavorato tanto sul servizio, che forse è la parte un po’ più carente per ora del mio gioco. Anche se comunque ci concentriamo sempre su un po’ tutto, perché per fortuna ancora ho tantissimo margine di miglioramento su tutti i colpi. Ci siamo soffermati però ultimamente sul servizio e sulle intenzioni al servizio. Poi mentalmente sento di aver ritrovato qualcosa che magari avevo perso o che esibivo in maniera altalenante nel passato. Mi riferisco un po’ alla volontà di soffrire, allo stare sempre presente e attaccato al punto e di provare a trovare una soluzione a tutti i costi per riuscire a fare la partita, a riuscire a stare attaccato nel punteggio e dare il filo del torcere al mio avversario quando ci sono giornate in cui non va bene o non vanno come vorresti, oppure non ti senti bene sia tecnicamente che fisicamente e anche mentalmente. Ecco, secondo me questa è la cosa che ho fatto un po’ meglio l’anno scorso: riuscire a trasformare in buone giornate, delle giornate che partono in modo storto. Fuori dal campo sto provando a cambiare qualche abitudine, per riuscire a crescere ancora un po’, e quindi prendere sempre di più il tennis come lavoro e capire che è una professione che va presa in maniera seria e non più come un gioco”.

Piraino dopo il torneo vinto in Umbria

Giri il mondo ma la tua base è sempre Palermo: radici, identità e orgoglio…
“Secondo me in tutti noi siciliani – e a giocare a tennis siamo in tanti – c’è sempre dentro qualcosa che ci accomuna, perché siamo molto ‘focosi’. Mi sento di dire che siamo tutti molto ‘vivaci’, dei lottatori in campo. Lo dico da palermitano, è la storia della nostra città, ma anche della nostra regione”.

Quanto c’è di Palermo nel tuo modo di stare in campo?
“Crescere a Palermo mi ha aiutato parecchio in certe cose, mentre magari in altre cose mi ha svantaggiato, soprattutto dal punto di vista logistico, perché ovviamente non è facile raggiungere gli altri posti nel mondo, come per esempio può essere da Roma o Milano. Però essere palermitani sicuramente ha un vantaggio, perché secondo me c’è una qualità di vita nettamente superiore. Il cibo è il migliore che c’è e anche il clima: abbiamo almeno 20 gradi tutto l’anno, è una cosa che non si vede da nessuna parte, come camminare a Natale in maniche corte. Quindi sicuramente questo ha aiutato tantissimo per lo sport che faccio”.

Cosa significa rappresentare Palermo?
“Sicuramente è un vanto. Mi sento di dire che spesso noi palermitani siamo un po’ troppo duri con la nostra città, mentre io ultimamente, soprattutto viaggiando sempre di più e vedendo altri posti mi rendo conto che comunque Palermo è la città più bella del mondo, o una delle migliori. Noi abbiamo cose che non ci sono da nessuna parte e me ne rendo conto ancora di più adesso che viaggio sempre. C’è grande differenza tra noi e il resto del mondo. Anche la gente, lo stile di vita, è tutto diverso e migliore. Sono molto orgoglioso appunto di rappresentare la città”.

Primo posto in cui vai quando torni a casa dopo i tornei in giro per il mondo?
“Quando torno a Palermo vado a fare subito un bel pranzo dai nonni. Anzi, dalla nonna, che rimette tutto a posto. Ecco, questa è la prima cosa che faccio”.

Gabriele Piraino durante un servizio

Nel circuito hai più amici o rivali?
“Siamo tutti amici, ma allo stesso tempo rivali. Perché nel tennis magari succede che anche il tuo migliore amico poi un giorno probabilmente giocherà contro di te, quindi si viene a creare un rapporto particolare. Da un giorno all’altro l’amico con cui ci si scambia consigli, poi diventa tuo avversario e quindi quello che ci siamo detti può ‘ritorcersi contro’. Però mi sento di dire che ho molti più amici che rivali ma anche che c’è più una lotta secondo me contro noi stessi. Sì, la vera rivalità ce l’hai contro te stesso. Nel senso che se ti migliori, poi gli altri li batti. Almeno, questo è il mio caso”.

Ci racconti un aneddoto curioso?
“Una volta dovevo partire per la Lituania per un torneo ma mi si era rotto il documento. Allora ho dovuto fare di fretta e furia la nuova carta d’identità all’aeroporto di Roma. Però ero minorenne e ho dovuto chiamare i miei genitori. Per farla breve sono arrivato in Lituania alle due di notte: era tutto buio e mi sono dovuto mettere a cercare hotel. Per fortuna ho trovato un tassista buonissimo che mi ha aiutato. Alle tre di notte ho trovato un albergo ma mi si è rotto il cellulare e quindi non avevo come mettere la sveglia perché la mattina dopo dovevo salire su un treno. Non ho dormito tutta la notte, mi sono fatto trovare in stazione un’ora e mezza prima perché avevo paura che non mi trovassero. Più che un viaggio curioso, è stata un’esperienza traumatica, che ancora oggi ricordo molto bene”.

Gabriele Piraino si difende da fondocampo

Compagno di tornei con cui condividi più spesso tornei, allenamenti o momenti fuori dal campo?
“Non ce n’è uno solo. C’è il gruppo di ragazzi siciliani, ovvero i fratelli Tabacco, Pietro Marino, Luca Potenza, ma anche i fratelli Caruso. Soprattutto Salvo negli ultimi anni mi ha aiutato, lui è stato un grandissimo giocatore. Ma anche con tutti gli altri ragazzi ci aiutiamo, siamo cresciuti insieme, ci conosciamo da quando abbiamo 8-10 anni. Insomma, è un po’ come se fossimo quasi una piccola grande famiglia allargata”.

Hai qualche rito?
“Certo. Faccio cambiare i grip delle racchette al mio allenatore, almeno per ora. Sia perché li mette molto meglio di me, sia perché ogni volta che li metto io puntualmente poi perdo. Insomma, questo è sicuramente un rito che non cambierà assolutamente mai, proprio questa abitudine non si può toccare…”.

Hai 22 anni ma hai già fatto tanta strada. Un messaggio ai giovani palermitani che sognano il tuo percorso?
“Devono divertirsi sapendo che comunque c’è da fare del sacrificio, ma sempre godendosi tutto: il viaggio e anche la sofferenza. Secondo me ne vale la pena. Bisogna avere il piacere di stare lì, affrontare i sacrifici in quei momenti un po’ complicati. Sono sicuro che così si va lontani. Non solo nel tennis, ma nella vita in generale. E così poi i momenti più belli magari sono ancora più belli”.