di
Paolo Lepri

Il celebre scrittore spagnolo: «L’Europa non vuole vedere la realtà, reagisca. Un federalismo pragmatico è una necessità concreta con questa alleanza nei fatti tra Stati Uniti e Russia»

Chi meglio di uno scrittore può capire quanto, a volte, sia eloquente il silenzio? E’ il primo pensiero che viene in mente quando Javier Cercas finisce di raccontare quello che chiama «un aneddoto» con il quale ha voluto iniziare la nostra conversazione. Viaggia con la memoria ad Amsterdam, dove ha partecipato in novembre alla Nexus Conference, una sorta di prestigioso talk-show che si svolge al Teatro dell’Opera. Tra i cinque protagonisti anche Mike Pence, l’ex vice presidente di Donald Trump che si è poi distanziato dal grande destabilizzatore seduto nello Studio Ovale, pacchianamente riarredato, della Casa Bianca.

«Ho detto a Pence – ricorda l’autore di Soldati di Salamina – che ammiravo molto la sua ferma posizione contro l’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 e mi sono congratulato per il coraggio da lui dimostrato. Poi gli ho chiesto, così, davanti a tutti: “Ma Trump crede nella democrazia?”. Non mi ha risposto, ha taciuto. Questa non-risposta è una risposta». La passione civile di Cercas – che si definisce «un federalista pragmatico» dell’Europa – è difficile da arginare, come un fiume gonfiato dalle piogge, mentre parla al «Corriere» dal suo studio di Barcellona, nel quartiere di Gràcia. Non era mai accaduto, da quando ci conosciamo, che dimenticasse i libri e che mettesse da parte il suo lavoro di scrittore: un lavoro sempre più circondato da stima, successo e considerazione in una platea sterminata di lettrici e lettori che, l’anno scorso con Il folle di Dio alla fine del mondo, hanno scoperto in lui l’uomo capace di riflettere e fare riflettere – tra ateismo e fede, nel viaggio in Mongolia con papa Francesco – anche sui più grandi dubbi dell’esistenza. «Sono molto preoccupato», annuncia, dopo aver rievocato l’episodio di Amsterdam, quasi senza aspettare le domande. «Oggi – continua – si vive nel mondo una lotta, a volte cruenta, con guerre, tra autoritarismo e democrazia. Bisogna vedere la realtà: Trump e Putin non sono dalla parte della democrazia. Sono dalla stessa parte, quella dell’autoritarismo». 



















































«L’unica possibilità certa della vittoria della democrazia, che oggi è in pericolo, è che l’Europa si unisca. Perché l’Europa è il luogo in cui la democrazia è ancora viva, è più solida. Per questa ragione Trump e Putin vogliono disarticolarla. Per il presidente americano l’Europa è il nemico, vuole farne una colonia per i suoi amici grandi imprenditori come Elon Musk. Tutto questo è evidente, ma in Europa non vogliamo vedere la realtà. Soffriamo di dissonanza cognitiva. Dobbiamo decidere se essere indipendenti dagli Usa e creare un’Unione vera. Se l’Europa è veramente unita può competere con gli Stati Uniti e la Russia, da tutti i punti di vista. Ma dobbiamo decidere se lo facciamo o non lo facciamo».

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Se le cose stanno così, c’è un modo per fermarli? 
«L’unica possibilità certa della vittoria della democrazia, che oggi è in pericolo, è che l’Europa si unisca. Perché l’Europa è il luogo in cui la democrazia è ancora viva, è più solida. Per questa ragione Trump e Putin vogliono disarticolarla. Per il presidente americano l’Europa è il nemico, vuole farne una colonia per i suoi amici grandi imprenditori come Elon Musk. Tutto questo è evidente, ma in Europa non vogliamo vedere la realtà. Soffriamo di dissonanza cognitiva. Dobbiamo decidere se essere indipendenti dagli Usa e creare un’Unione vera. Se l’Europa è veramente unita può competere con gli Stati Uniti e la Russia, da tutti i punti di vista. Ma dobbiamo decidere se lo facciamo o non lo facciamo».
 
La sua visione dei rapporti Trump-Putin riduce le speranze di una pace giusta in Ucraina? 
«Una soluzione diplomatica mi sembra molto difficile, vista la posizione del presidente americano. E’ in corso una lotta tra chi vede il mondo tenendo conto delle regole del diritto internazionale, che prevedono il rispetto delle sovranità dei Paesi, o chi vuole un mondo senza regole dove chi ha la forza può fare ciò che vuole. Bisogna reagire». 

Come? 
«Se non mi sbaglio il budget militare dei Paesi europei che fanno parte della Nato è quattro volte superiore a quello della Russia. Se esistesse un esercito europeo, Mosca non potrebbe fare quello che sta facendo. Ogni giorno è più urgente capire che gli Usa non sono più un alleato. Al di là di chi sarà il prossimo presidente americano. O andiamo verso un’Europa unita, indipendente, con una forza militare con una politica estera unica, oppure tutto andrà sempre peggio». 

I governi sono pronti ad uno scenario di così grande cambiamento? 
«Se i governi non vogliono cedere sovranità possono essere i cittadini ad andare al di là delle mentalità nazionaliste». 

E ai leader europei che cosa chiede Javier Cercas? 
«Di camminare insieme, di pensare agli interessi di tutti. Mentre invece sembrano spesso pensare solo alle prossime elezioni. Ci sono tante cose che si possono risolvere andando insieme. La Groenlandia non è un problema danese ma europeo, l’immigrazione non è un problema italiano, ma europeo. La Catalogna non è un problema spagnolo, ma europeo. 

E’ necessario quindi superare le vecchie logiche politiche? 
«Assolutamente sì. L’Europa è stata fatta da liberal-conservatori e dai socialdemocratici. . Queste due forze non devono combattersi a vicenda. Le cose che li uniscono sono maggiori di quelle che li dividono». 

Ne saranno capaci? 
«Vedremo. Certo, esiste il rischio che i conservatori inseguano la destra più radicale. E che la sinistra – è quanto succede in Spagna – preferisca che l’estrema destra sia forte per indebolire i conservatori e riuscire così a governare. Si tratta di una posizione irresponsabile». 

Sono sicuro che qualcuno la definirà «un sognatore». 
«Un federalismo pragmatico non è un sogno. E’ una necessità concreta, insisto, con questa alleanza nei fatti tra Stati Uniti e Russia che hanno interessi diversi ma anche tante cose in comune. All’inizio di questo secolo molti analisti pensavamo che fosse il secolo dell’Europa. Dobbiamo ritrovare la fiducia in noi stessi. Dobbiamo decidere se l’Europa sia – come diceva Sartre della vita – «una passione inutile». Dobbiamo decidere, è nelle nostre mani. Non so se siamo all’altezza di questo progetto, ma non vedo alternativa. Abbiamo un signore alla porta dell’Europa che ritiene la guerra uno strumento legittimo. L’Europa ha ancora oggi un potere molto forte di attrazione. Certo, è duro dopo tanti anni pensare che gli Stati Uniti non sono più con noi». 

Intanto le questioni da affrontare nel breve periodo sono tante. Come gestirlo, questo «problema» Trump? 
«Sarebbe ridicolo andare alla guerra con lui. La diplomazia è l’unica strada nel rapporto con gli Stati Uniti. Dall’altra parte, bisogna lavorare molto più intensamente per diventare completamente indipendenti in tutti i sensi dagli Stati Uniti. L’Europa deve emanciparsi». 

Al di là degli interrogativi che il blitz americano suscita, lei è contento che Maduro non sia più al suo posto? 

«Ovviamente sì. Era un tiranno, un dittatore. E’ una vergogna che una parte della sinistra europea lo abbia appoggiato. Il discredito della sinistra viene proprio da cose come queste, lo dico da elettore di sinistra. Ma quello scelto dall’America non era il modo giusto di agire. Il regime venezuelano era una cleptocrazia dal linguaggio rivoluzionario e Trump, che non ha nessun problema con le cleptocrazie, vuole soprattutto controllare la situazione». 

Quale dovrebbe essere la strada migliore per assicurare un futuro giusto ai venezuelani? 
«L’ideale sarebbe che il potere sia restituito al popolo, ma il proposito di Trump purtroppo non è questo. Anche gli ex collaboratori di Maduro non credono alla democrazia. Il brutto è che potrebbero essere destinati a capirsi benissimo, con gli americani, restando al potere con il loro permesso. Il Venezuela è un altro capitolo, molto particolare, di quello scontro tra democrazia e autoritarismo di cui ho parlato prima. Non credo che sia un discorso sulle storiche sfere di influenza. Ciò che abbiamo visto a Caracas è completamente nuovo. E’ un’altra cosa, è la volontà di intimidire il mondo che non ti piace».

11 gennaio 2026 ( modifica il 11 gennaio 2026 | 09:25)