di
Sara Gandolfi

La leader, ex vice di Maduro, sotto tutela americana deve soddisfare le richieste di Trump, evitando un colpo di Stato interno e gestendo Cina e Russia

DALLA NOSTRA INVIATA 
CUCUTA (COLOMBIA) – Sette giorni di incertezze, minacce, negoziati dietro le quinte. Sette giorni, soprattutto, di fragile attesa e di doppiogiochismo. Riuscirà l’avvocata Delcy Rodríguez, potente ma non popolare e tantomeno carismatica neo-leader di Caracas, a portare avanti «il nuovo momento politico», come l’ha definito, e a superare indenne il piano in tre fasi di Trump per «ricostruire» il Venezuela senza sfaldare il regime?

Non era scontato che per gestire il post-blitz, il presidente statunitense puntasse su di lei, 56enne numero due del regime, educata in Francia e Gran Bretagna, già ministra delle Comunicazioni, dell’Economia, degli Esteri, delle Finanze e degli Idrocarburi, sempre all’ombra di Nicolás Maduro. Complice un rapporto della Cia, che metteva in guardia dai rischi di instabilità se la leader dell’opposizione, María Corina Machado, avesse assunto il potere, il segretario di Stato Marco Rubio è stato determinante nella scelta di chi avrebbe dovuto governare il Venezuela dopo la cattura di Maduro. Delcy, d’altronde, era un nome conosciuto a Washington e tra i consiglieri di Trump. La spregiudicata Signora del Petrolio che nel 2017, per ammorbidire le relazioni con gli Usa, ha destinato una donazione da 500.000 dollari al primo insediamento presidenziale di Trump attraverso la Citgo Petroleum, allora sussidiaria statunitense della Pdvsa.



















































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Il giuramento

Appena 48 ore dopo l’attacco statunitense del 3 gennaio e la cattura di Maduro, Delcy Rodríguez presta giuramento come presidente ad interim nel primo giorno di lavoro della nuova Assemblea generale, presieduta dal fratello Jorge. È un Parlamento di fatto monocolore, eletto nel maggio 2025 con una manciata di oppositori. «Vengo con dolore per la sofferenza causata al popolo venezuelano a seguito di un’illegittima aggressione militare contro la nostra patria. Vengo con dolore per il rapimento di due eroi che teniamo in ostaggio negli Stati Uniti d’America», dice la nuova lider maxima. Ma poi aggiunge: «Vengo con dolore, ma devo dire che vengo anche con onore a pronunciare questo giuramento». Inizia l’era dei fratelli Rodríguez, la coppia di potere che per anni ha gestito ampi settori economici (e relative finanze) del Paese. È la sorella, avvocato e , la più forte e determinata fra i due, dicono i bene informati. La donna che osò puntare il dito contro i diplomatici Usa ed europei per difendere la repressione del 2014 contro i «terroristi», in realtà perlopiù giovani che manifestavano contro il regime e furono uccisi o arrestati a decine. La ministra che irrompeva ai meeting internazionali dove non era stata invitata. «Le sue tattiche combattive le tornarono utili mentre scalava i ranghi di un governo dominato da uomini». Militari od ex militari, perlopiù, come il ministro della Difesa Vladimir Padrino o il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, i due guardiani della Rivolucion che guidano rispettivamente le forze armate e i famigerati Colectivos. Entrambi, il 5 gennaio, hanno assicurato il loro sostegno alla neo-presidente. E così Nicolasito, il figlio di Maduro, che in aula ha esclamato: «La patria è in buone mani, padre». 

La notte dei misteri

La tregua è durata poco. Una misteriosa sparatoria contro droni «amici» sopra il Palazzo presidenziale di Miraflores e le «spacconate» di Cabello con i suoi sgherri per la strade di Caracas – «Fedeli sempre, traditori mai», gridavano nei video – hanno da subito rivelato la gracilità dell’Era Rodríguez. Questione di ore ed è accorsa in aiuto l’amministrazione Trump che, tramite intermediari, ha avvertito lo scalmanato Cabello di abbassare i toni dello scontro all’interno del regime: se non collabori, fai la fine di Maduro. Minaccia simile a quella lanciata fin da subito a Delcy. Che però, ha più volte assicurato il tycoon, «fa tutto quello che gli diciamo». 

La «luna di miele»

Da lì in poi, è iniziata la luna di miele fra Washington e Caracas. Già domenica sera, Rodriguez invitava Trump a «lavorare insieme su un programma di cooperazione, orientato allo sviluppo condiviso». Il 7 gennaio una nota della compagnia petrolifera statale del Venezuela, Pdvsa, ha confermato l’avvio dei negoziati con gli Stati Uniti sulle forniture di petrolio, «una transazione strettamente commerciale, nel rispetto dei principi di legalità, trasparenza e reciproco vantaggio». Il 9 gennaio Rodriguez ha ricevuto funzionari del Dipartimento di Stato per discutere la riapertura dell’ambasciata Usa a Caracas. Non sarà un percorso facile. La sfida più complessa per Rodríguez sarà probabilemtne gestire i profondi legami del Venezuela con Cina, Russia, Iran e Cuba, collaborando contemporaneamente con Trump.

Il «first gentleman»

La ex rivoluzionaria trasformata in tecnocrate, sopravvissuta ad innumerevoli purghe e alle guerre sotterranee degli altri gerarchi di regime, ha già dato prova di grande equilibrismo politico. Ora deve soddisfare le richieste di Washington, evitando un colpo di Stato interno. Così ieri, visitando una comunità a Sucre, ha ribadito la sua lealtà a Maduro e alla first lady Cilia Flores («Non ci fermeremo un minuto finché non li avremo di nuovo») ma poche ore dopo ha confermato i negoziati con le autorità statunitensi per la riapertura delle rispettive ambasciate, definendoli uno strumento per «ribadire la condanna» dell’intervento militare statunitense.

Stretta fra i voleri di Trump, che pretende di governare il Venezuela «per gli anni a venire», e da innumerevoli forze centrifughe nei palazzi di Caracas, dovrà stabilizzare le istituzioni e tenere in vita un’economia traballante. In attesa del «miracolo» promesso dalla Casa Bianca.

Delcy, d’altronde, sa come maneggiare soldi e favori. Ha corteggiato investitori stranieri e imprenditori venezuelani. Ha domato l’iperinflazione e riavviato la crescita economica. E le cose non vanno male neppure in famiglia. Il compagno di origine libanese Yussef Abou Nassif Smaili, è uno degli uomini d’affari più ricchi del Venezuela. Il «first gentleman», 36 anni, seconbdo il quotidiano messicano Reporte Índigo ha accumulato all’ombra del regime una fortuna di 500 milioni di euro. Forse il tycoon Trump apprezzerà anche questo.

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11 gennaio 2026 ( modifica il 11 gennaio 2026 | 09:24)