di
Federico Fubini

La linea dura della Casa Bianca sul petrolio. Il gigante Exxon: «Garanzie o non investiamo»

Washington è quel posto dove nel giro di pochi giorni si renderanno in visita due venezuelane. La prima è leader del partito che avrebbe vinto le ultime elezioni (se solo fossero state regolari), ha vinto il premio Nobel per la Pace e nei palazzi di Caracas non conta niente. La seconda era numero due di un regime che Donald Trump descrive come una rete di terroristi e narcotrafficanti; ora invece guida il Venezuela — con lo stesso regime, meno Nicolás Maduro — e il presidente degli Stati Uniti la definisce «un alleato».
Di Maria Corina Machado e dell’attuale presidente Delcy Rodríguez, si è parlato però pochissimo venerdì nell’incontro tra Trump e gli uomini — praticamente tutti uomini bianchi dai 60 in avanti — di Big Oil. 

Trump ha fatto il suo ingresso nella East Room della Casa Bianca al ritmo di una musica marziale, ha controllato dalla finestra alle sue spalle i lavori per la colossale «ballroom» («garantirà le cerimonie di inaugurazione dei presidenti», ha detto), ma ai manager in sala non ha fatto sconti. Per loro, più avvertimenti che incoraggiamenti. Il primo: «Decideremo noi quali imprese andranno in Venezuela, stiamo gestendo il Paese e abbiamo il potere di fare gli accordi». Di conseguenza, ha detto Trump ai manager, «dovete avere a che fare con noi direttamente e noi gestiamo i venezuelani. Non vogliamo che parliate con loro». 



















































L’Eni, quanto a questo, ha già un delicato argomento di conversazione. Il gruppo italiano dell’energia è, con l’americana Chevron e la spagnola Repsol, fra i pochissimi occidentali in Venezuela. Eni e Repsol gestiscono il gigantesco giacimento di gas di Perla a 50 chilometri dalla costa. Con quello, assicurano oltre metà dell’energia elettrica del Paese e attraverso di essa una parte vitale del suo funzionamento. Ma di fatto una nuova ondata di sanzioni contro Caracas lanciate da Trump a marzo scorso costringe i due gruppi europei ad operare senza ricavi, mentre le attività dell’americana Chevron — 240 mila barili di petrolio estratti al giorno — continuano ad essere remunerate. 

La chiave è nei sistemi di pagamento: poiché le banche e l’uso del dollaro sono sotto sanzioni, Eni e Repsol fino a marzo erano pagate dalla compagnia Petroleos de Venezuela in barili di greggio. I due gruppi europei poi li rivendevano, soprattutto a raffinerie americane. Da marzo Trump ha bloccato il sistema — facendo un’eccezione solo per l’americana Chevron — mentre Eni ha accumulato crediti insoluti per circa tre miliardi di dollari e Repsol per sei. Sarà anche una partita politica, che mette alla prova il senso per l’Italia di avere una linea di governo particolarmente aperta a Trump. Certo alla Casa Bianca il presidente ha avvertito i gruppi presenti, rivolto in particolare a Conoco Phillips (che ha crediti verso Caracas per 12 miliardi di dollari): «Non guarderemo a quello che la gente ha perso in passato, è colpa loro. Faremo un sacco di soldi, ma non si torna indietro». 

Il clima dell’incontro, come sempre più spesso con Trump, era di imbarazzata soggezione. Sembrava che tutti temessero di lasciarsi sfuggire una parola che potesse increspare l’umore del presidente. Uomini navigati come il vicepresidente di Chevron Mark Nelson o miliardari come il petroliere e segretario dell’Energia Chris Wright e il magnate immobiliare Doug Burgum, segretario agli Interni, si sono sperticati in ringraziamento e enfatici elogi («a Caracas l’azione americana più stupefacente vista in America Latina da 125», cioè dalla guerra con la Spagna, secondo Burgum). 

Più sobrio per stile e sostanza il soggetto industrialmente più forte, l’amministratore delegato di ExxonMobil Darren Woods. Anche perché il campione di Big Oil è stato espropriato già due volte dai regimi di Caracas. «In Venezuela oggi non si può investire — ha detto — ma abbiamo fiducia che l’amministrazione possa cambiare il quadro». Se non è una richiesta alla Casa Bianca di garanzie (anche finanziarie), poco ci manca. E benché gli altri presenti non osavano dirlo di fronte a Trump, il capo di Exxon ha parlato anche per loro.

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11 gennaio 2026 ( modifica il 11 gennaio 2026 | 11:55)