È nata una stella? Chissà. A sentirlo raccontarsi, c’è da andarci cauti: “È successo tutto insieme. Me lo godo, ma so che – è inevitabile – presto anche un calo. Dovrò farmi trovare pronto”. Del resto, alla fine si parla sempre dell’autore di Soltero, termine spagnolo che in italiano sta per “single”, il brano diventato virale durante le Feste su TIkTok, trenta milioni di view in una settimana, a detta di tanti il primo, vero tormentone del 2026, un inno alla disillusione e al restare single, in un mondo dove “le relazioni non son nulla di vero”. Realismo, cinismo, ironia? “Lo penso davvero”, dice lui, Leonardo De Andreis, classe 2000 da Roma, cresciuto a Pomezia, a Sud della Capitale. “E questo singolo”, confessa, “spero sia solo l’inizio”.
Lei quando si è innamorato della musica?
“Sono partito dalla classica – Bach, Chopin, Beethoven – ma la vera folgorazione è stata nel 2009, vedendo il concerto a Bucarest di Michael Jackson, del 1992. Ho capito: è ciò che voglio diventare da grande. Ho cominciato a studiare, a prendere lezioni di canto, avvicinandomi al jazz, al soul, al funk. Generi che amo”.
Da lì – i video stanno girando ovunque – a marzo 2018 approda a Sanremo Young.
“Non ero ancora neanche maggiorenne. Studiavo all’accademia di Massimo Calabrese, a lungo al lavoro con Giorgia e Alex Baroni, si presentò questa possibilità e mi sono buttato”.
Il responso: terzo. Bene, non benissimo, no?
“Resta una bella esperienza, che rifarei. C’era Antonella Clerici, ne ricordo l’affetto. E poi conobbi Toto Cutugno, che m’invitò a scrivere a Milano, da lui. Ho imparato tanto. E ho capito, lì, che per lavorare davvero nella musica bisogna diventare dei professionisti”.
Eppure poi si è spento tutto. I suoi genitori erano dalla sua parte?
“Sempre, anche se mi hanno comunque invitato ad aprire altre strade. La mia università è stata il St. Louis College a Roma, quindi musicale. Poi ho fatto altri lavori: mi occupavo della segreteria nella Croce Rossa, fino a dicembre sono stato al Comune di Pomezia in un programma sulla riduzione del digital divide. Questo è il mio primo mese da musicista full time”.
Aveva smesso di crederci?
“No, mai. Non mi piace neanche la parola successo, parliamo più che altro di ‘soddisfazioni’: ecco, ero certo che le soddisfazioni, come erano arrivate, prima o poi se ne sarebbero andate (e infatti…), ma poi di nuovo sarebbero tornare. Certo, in mezzo un po’ d’amarezza c’è stata”.
È la storia di Soltero: uscita a Natale 2024, è esplosa esattamente un anno dopo. Com’è nata?
“L’ho composta in un pomeriggio, di getto, ma – le giuro – su quel provino che avevo tra le mani avevo zero aspettative. E infatti all’inizio passò inosservato. Il mese scorso l’ho ripreso in mano: con il lavoro ho imparato qualche segreto dei social, l’ho tagliata per TikTok, tenendo i 22 secondi del ritornello e basta, così da farne un nuovo video. A sorpresa, è andata benissimo: mi ha emozionato vedere tanti artisti – Tedua, Alfa, Serena Brancale, gente che stimo – che l’hanno citata. Forse serviva solo il formato giusto”.
La lezione?
“I social fanno anche cose buone, se usati bene: per esempio, aiutare le persone a realizzare i propri sogni. Ma non mi aspettavo niente di tutto ciò”.
A me il suo pezzo sembra rifarsi al pop anni Zero, Luca Dirisio, quel mondo lì.
“Me l’hanno detto. È un genere che mi piace – così come il funk, che credo qui ci sia molto – ma l’ho riscoperto dopo. Un riferimento credo sia Tiziano Ferro, che è delle mie parti, specie quello dei tempi di Xverso (2003)”.
Senta, ma quando dice che “le relazioni non son nulla di vero”, ci gioca un po’ o ne è davvero convinto?
“Ne sono davvero convinto, ma mi permetto di mettere un paio di puntini sulle I. Soltero, oltre che un pezzo auto-ironico, visto che l’autoironia è da sempre la mia salvezza, vuole essere un invito a guardarsi bene dai rapporti che si stringono, in amore come in amicizia. Ho ricevuto un sacco di delusioni, nasce tutto da lì. Ciò che non vuol dire che i rapporti siano tutti falsi: semmai, che quelli veri sono pochi, ergo bisogna sceglierseli con cura”.
Non è che il successo le fa cambiare idea?
“Al contrario (ride). Ora sono subissato di messaggi e di affetto, ma quanto di tutto ciò è davvero sincero e quanto dovuto a questa sorta di successo? Siamo sempre lì. Mi sceglierò le amicizie con ancor più cura”.
In amore è sempre soltero?
“Sì. Che poi, vede, suona anche bene. Avessi detto ‘single’, probabilmente non avrebbe avuto lo stesso effetto. Troppo ‘secco’. ‘Soltero’ un tocco di esotico, di ispanico. Suona meglio. Mi piace tanto parlare spagnolo”.
Comunque, le è cambiata la vita. Vertigini?
“L’altro giorno, al centro commerciale, per la prima volta mi hanno chiesto una foto. È stata la mia prima ‘da cantante’. Lavoro a nuovi pezzi – come sempre, per me, con il mio amico e produttore Francesco Comunale – e non faccio spoiler, ma è ovvio che un po’ d’ansia da prestazione c’è: di deludere chi mi ha appena scoperto, di non replicarmi, di sbagliare. Però, insomma, sono sicuro che se si lavora a testa bassa si è in pace con sé stessi. Inevitabilmente ci sarà un calo, punto sulla perseveranza, la mia”.
Sanremo, le piacerebbe?
“Moltissimo. Mi piacerebbe portare la mia musica sul palco dell’Ariston, in qualsiasi modo: come ospite a febbraio, a Sanremo Giovani a breve, se tutto andasse bene, tra qualche anno, tra i big. Ma per ora mi godo il momento”.
Un sogno a medio termine?
“Sincero? Fare dei concerti jazz, dove omaggio i pezzi con cui sono cresciuto. Mi piacerebbe riportare in auge quel mondo in Italia, magari anche su TikTok”.