di
Giampaolo Chavan

Giancarlo Franchini, 67 anni, si era fatto promettere soldi da un imprenditore che voleva togliere un vincolo da un’area appena acquista a Verona. La tangente non c’era mai stata. «Con la nuova legge non c’è più il reato»

La riforma del ministro della Giustizia Carlo Nordio salva l’architetto Giancarlo Franchini, 67 anni, accusato di traffico d’influenze. Il professionista è stato assolto «perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato» nell’ambito dell’inchiesta legata ai permessi per costruire all’ex Tiberghien (area industriale dismessa di Verona) tra il 2011 e il 2018. L’architetto era accusato di essersi fatto promettere dall’imprenditore Alessandro Arcamone 75 mila euro come prezzo «per la propria mediazione verso i pubblici ufficiali» per togliere un vincolo di archeologia industriale nell’area di Borgo Venezia da lui acquistata.

Una tangente, secondo i giudici, che però non si è mai concretizzata. Per questo l’architetto era stato accusato di traffico di influenze, che punisce chi sfrutta le proprie relazioni per farsi promettere indebitamente denaro. Ma a parere della giudice Giulia Zecchinon, la legge 114 del 2024 «ha dato luogo ad un’ulteriore parziale abolizione del reato».



















































L’inchiesta

L’inchiesta della Finanza, coordinata dalla pm Maria Beatrice Zanotti, parte dall’esposto di Arcamone, poi costituitosi parte civile nel processo con Thomas Dal Fior, depositato alla guardia di finanza il 20 marzo 2017. In un primo momento, erano stati coinvolti anche l’ex assessore Vito Giacino e la moglie Alessandra Lodi con l’accusa di concussione in concorso con Franchini, commessa ai danni Arcamone. A parere dell’accusa, avrebbero chiesto 75 mila euro per ottenere il permesso edilizio. Il 17 maggio 2018, l’udienza preliminare si era conclusa con una sentenza di non luogo a procedere a carico dei tre per l’accusa di concussione ma la gip Livia Magri aveva inviato gli atti alla procura per valutare l’esistenza del reato di millantato credito, poi modificato in traffico d’influenze, a carico del solo Franchini.

La vicenda

La vicenda ha inizio nel 2006 quando Arcamone acquista l’area dell’ex Tiberghien per costruire un edificio residenziale di quattro piani. Nel 2008 incontra in Comune l’allora assessore Giacino al quale illustra il progetto. Uscito dall’ufficio, entra in ascensore e incontra l’ingegnere Luciano Barana, poi sentito in aula in qualità di testimone, che lo mette subito in guardia. Se avesse voluto ottenere una variante per l’area di Borgo Venezia, «avrebbe dovuto tirare fuori qualcosa (soldi, ndr), passando dall’avvocata Lodi (moglie di Giacino, ndr) o dall’architetto Giancarlo Franchini», riporta la sentenza. Il titolare della Fai immobiliare si reca così da Lodi e la sua richiesta lo lascia senza parole: «All’esito di tre incontri tra fine 2010 e inizio 2011 la moglie di Giacino dice che servono 50 mila euro per effettuare la variante», si legge. Arcamone rifiuta la proposta. Si rivolge così a Franchini nell’ottobre 2011. E qui inizia una lunga trattativa conclusasi solo nel 2018.
Nei colloqui tra imprenditore e architetto, riporta la motivazione della sentenza, «a fronte delle esplicite affermazioni del suo interlocutore» sulle tangenti richieste, Franchini «non nega né obietta nulla». Zecchinon poi rincara la dose: «Se davvero non vi fosse stata alcuna prospettazione di tangenti per ottenere la “liberazione dell’area ex Tiberghien” Franchini avrebbe decisamente negato di aver chiesto danaro alla vittima per la rimozione dei vincoli».

Il processo

A insospettire l’accusa, anche la sentenza del giudice civile che in primo grado e in appello ha rigettato la richiesta di Franchini di ottenere 75 mila euro da Arcamone. Nel giudizio civile, il magistrato si è avvalso di un consulente tecnico d’ufficio, che, «aveva quantificato in soli 2.990 euro (a fronte del 98.155 euro richiesti da Franchini, ndr) la somma richiedibile dall’architetto alla controparte per l’attività prestata». La conclusione del giudice è che «data la cifra richiesta da Franchini ad Arcamone, enormemente superiore rispetto all’incarico svolto dall’architetto, non vi è chi non veda come il contratto di prestazione d’opera non potesse che celare la dazione di danaro a tutt’altro titolo».

Durante il processo, la difesa di Franchini, rappresentata dagli avvocati Alessandro Avanzi e Marco Panato, ha contestato ad Arcamone di aver ritardato la denuncia. Una scelta comprensibile per il giudice: l’imprenditore aveva «una lucida consapevolezza di essere entrato “bussando all’ufficio delle tangenti a far parte di un sistema delinquenziale”. In più, in quel periodo, Arcamone aveva una grande necessità di danaro e “se avesse denunciato il sistema di tangenti” non avrebbe potuto ottenere più alcun vantaggio economico.


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11 gennaio 2026