Ci sono artisti che parlano attraverso la materia, e altri che la materia la ascoltano. Antonio Violetta appartiene a questa seconda, rarissima specie: quella di chi non impone una forma, ma attende che la forma decida di venire alla luce. Le sue opere sembrano non nascere da un gesto, ma da un’attenzione. Come se la terra stessa, attraversata dal calore del forno e dal peso delle stagioni, trovasse in lui qualcuno disposto ad accoglierne la voce più segreta.
Nella sua ricerca convivono la delicatezza del frammento e la solidità dell’origine; la pagina che si apre e il corpo che resiste; la fragilità della crepa e la pazienza del tempo. Ogni opera di Violetta è una soglia: un luogo in cui ci si affaccia e si resta sospesi, non per indecisione, ma per rispetto. Perché la sua scultura, che sia torsione, superficie o reperto chiede un’attenzione che oggi appare quasi un atto politico: fermarsi, guardare, lasciarsi trasformare.
Antonio Violetta non scolpisce soltanto forme: scolpisce distanze, memorie, strati, silenzi. Le sue ceramiche e i suoi corpi incompiuti parlano dal margine di un mondo che non si accontenta della velocità, ma rivendica il diritto alla profondità. In un’epoca che misura tutto in istanti, lui continua a lavorare con il tempo lungo: quello che plasma e consuma, che restituisce e sottrae.
In questa conversazione abbiamo scelto otto domande come otto aperture nel suo paesaggio interiore: luoghi fragili e densissimi, capaci di restituire la sostanza del suo sguardo sul presente, sulla materia e sul futuro.
Antonio Violetta – “Pagina 2025”
C’è una terra precisa, non simbolica, ma reale, che ti ha insegnato qualcosa poi confluito in un’opera? Raccontami quel luogo come fosse un ricordo che continua a lavorarti dentro.
Il mio luogo è il mare. Il mare, come materia luminosa e oscura, in infinita metamorfosi, è scultura dell’anima.
Nei tuoi lavori si avverte una tensione costante tra pagina e corpo, fra il leggere e il toccare. Se dovessi spiegarla con tre sensazioni, non concetti quali sceglieresti?
Vedere con gli occhi del cuore. Percepire con il tatto il suono del mondo. Rendere pace al movimento della forma con la quiete del suo compimento nell’opera.
La ceramica e la scultura sono territori pieni di imprevisti: una crepa, uno smalto che scivola, un fuoco che decide altro. Ricordi un errore che si è rivelato più vero dell’intenzione? Che cosa ti ha insegnato?
Nel lavoro accadono errori che possono illuminare nuove vie.
I tuoi “torsi” riflettono sulla frammentazione. In un presente ipervisivo, dove il corpo è continuamente esposto e spettacolarizzato, come pensi che il frammento possa ancora dire la verità?
C’è, nel frammento, un senso di totalità a volte più profondo dell’opera intera, perché suggerisce e invita a immaginare l’inesplicato.
Hai attraversato cambiamenti di materiali, tecniche, sistemi espositivi e logiche di mercato. Qual è il rituale non negoziabile che mantiene autentico il tuo lavoro?
Il lavoro.
Se dovessi mandare nel mondo uno dei tuoi materiali — argilla, carta, metallo — accompagnandolo con una lettera di raccomandazione, cosa gli diresti? Come lo istruirresti ad attraversare gli sguardi?
La terra che educa gli occhi e scalda il cuore e le mani.
Il tuo lavoro dialoga spesso con il tempo lungo: patine, usure, permanenze. Che tipo di relazione vorresti che il pubblico avesse con la durata delle tue opere?
Vorrei che l’osservatore sapesse correre con la fantasia stando fermo davanti all’opera.
Guardando al futuro, qual è il “problema” artistico più urgente da affrontare nei prossimi dieci anni? Non personale, ma collettivo: una questione che richiede un gesto o una voce.
Antonio Violetta – “Pagina 2025”
In tutti i tempi, in quelli passati e, suppongo, anche in quelli futuri l’artista non ha mai affrontato “problemi”, ma si è sempre posto delle domande. Se sono quelle giuste, la risposta la dà e la darà sempre l’opera: solo questa scopre il senso vero della domanda, e non può falsificare la risposta.
Le parole di Antonio Violetta non sono semplici risposte, ma superfici sensibili: trattengono il tempo, lasciano passare la luce, restituiscono profondità. Questa conversazione non è soltanto la testimonianza di una ricerca artistica, ma la traccia viva di un pensiero che si muove fra terra e memoria, fra forma e durata.
Un piccolo atlante del suo modo di stare nel mondo, prezioso per chi osserva e per chi crea.
Grazie ad Antonio Violetta per aver attraversato con noi questo spazio di ascolto e di silenzio.