di
Tommaso Labate
La riforma elettorale imporrebbe l’indicazione del premier. E il tempo stringe
Ci sono i sondaggi riservati su un ipotetico turno di elezioni primarie tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, che per la stragrande maggioranza premiano la prima, anche se i rapporti di forza non sono quelli del divario abbastanza ampio tra Pd e 5 Stelle (per alcune rilevazioni, l’ex presidente del Consiglio potrebbe persino prevalere nel testa a testa).
C’è un braccio di ferro invisibile tra i due leader, destinato a durare a lungo. Ma soprattutto, sulla scelta definitiva di chi sarà il candidato premier del centrosinistra del centrosinistra destinato a sfidare Giorgia Meloni alle elezioni politiche, c’è la «variabile Giorgia», nel senso della presidente del Consiglio in persona; perché la tempistica sulla scelta definitiva del leader unico dell’opposizione sarà determinata, e sul punto convergono a microfoni spenti sia i vertici del Pd che il gotha pentastellato, proprio da Palazzo Chigi.
Non a caso ieri mattina, quando ha iniziato a rimbalzare di smartphone in smartphone l’editoriale di Paolo Mieli (sul Corriere) sulla necessità di accelerare la scelta del candidato premier per consentire anche alla sinistra italiana di giocarsela e vincere come ha fatto Pedro Sánchez in Spagna, dentro Pd e 5 Stelle c’è chi ha messo in fila i puntini di un percorso a ostacoli. Partendo, per l’appunto, da Meloni. Perché, come spiega una delle personalità che fa da anello di congiunzione tra Schlein e Conte, che raramente si parlano, «se la legge elettorale rimane questa, allora il problema è contemporaneamente rinviato e risolto: il candidato premier si sceglierà dopo le elezioni, nel senso che tutti i partiti del campo largo, in caso di vittoria, si impegneranno ad andare al Quirinale col nome del leader del partito che ha preso più voti». Com’è accaduto a Giorgia Meloni e al centrodestra nel 2022.
Ma è un’opzione che praticamente nessuno prende più in considerazione, vista l’accelerazione di Palazzo Chigi su una riforma col premio di maggioranza che finisca per aggirare anche le resistenze della Lega (circola uno schema secondo cui i seggi aggiuntivi, quelli del «premio», verrebbero assegnati tramite un «listino di coalizione»). Con la riforma, è quello che si sentono dire un giorno sì e l’altro pure sia Schlein che Conte, ci sarebbe l’obbligo di indicare il candidato premier prima del voto. E quindi tocca sbrigarsi. Optando per le primarie, che Schlein vorrebbe ma su cui Conte temporeggia, in attesa di capire se può vincerle oppure no, magari agevolandosi sulla presenza di due candidati del Pd che si ostacolino tra loro (la persona a cui tutti pensano, la sindaca di Genova Silvia Salis, continua a smentire in tutti i modi un suo interesse per la competizione); o magari, come qualcuno dentro i 5 Stelle comincia a far trapelare, proponendo un candidato terzo «che costringa anche Schlein a ritirarsi in nome dell’unità del campo largo» e che si faccia benedire da una consultazione senza rivali che non siano di bandiera.
Sembra una partita a shangai, quel vecchio gioco cinese in cui il giocatore di turno deve sollevare un bastoncino evitando di smuovere gli altri. «Io sono ottimista», continua a ripetere ai suoi Schlein, che ha visto nella conferenza stampa di inizio anno una Meloni in difficoltà. E quando giorni fa — praticamente unico in tutto il gruppo dirigente del Pd — l’ex ministro Roberto Speranza si è dimostrato «molto fiducioso» sull’ipotesi di rovesciare alle urne i sondaggi del referendum sulla giustizia, al Nazareno qualcuno ha corretto la tabella di marcia. Dando ragione a quell’accelerazione sulla scelta della leadership di cui parla da settimane Matteo Renzi. Che dice, con la sicurezza di chi ci è già passato, «che se Meloni perde il referendum, il governo cade e quindi tocca sbrigarsi…».
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11 gennaio 2026
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