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Max Cavallari non ha mai dimenticato Bruno Arena. Un amico scomparso nel 2013 dal quale per colpa della malattia è stato costretto a separarsi prima ancora. Insieme, con I Fichi d’India, sono esplosi a Zelig, hanno fatto divertire un po’ tutti, bambini compresi.

Oggi Max tiene ancora i capelli sparati in alto. Proprio come faceva Bruno. «Lui li aveva sparati ai lati e io in alto, come fossero le spine del frutto: eravamo pungenti fuori, ma dolci dentro», racconta al quotidiano Libero. E ad Alessandro Dell’Orto confessa di «aver rinunciato a molte proposte che non fanno per me, tipo il Grande Fratello. No, i reality non li sopporto: a me piace far ridere i bambini». Ma anche con il cabaret ha smesso «Perché è come una bella donna: va lasciato prima che ti lasci lui. Molto meglio il teatro, che resta fedele fino alla vecchiaia. L’ho riscoperto ed è il mio grande amore».


APPROFONDIMENTI

La carriera teatrale

E a teatro gira anche con uno spettacolo tutto suo «anche se non è stato facile ripartire da solo dopo la malattia e il ritiro di Bruno nel 2013.

Molti amici sono scappati, non sapevo cosa fare. Ad un certo punto avevo deciso di mollare tutto, smettere». Ma è stato Bruno a fargli cambiare idea «Quando era in coma, con gli occhi, mi ha fatto capire che dovevo proseguire e poi i fan: grazie a loro sono ripartito anche se non è stato facile. Ci ho messo più di quattro anni prima di risalire su un palco». Perché? A Libero svela che: «Avevo paura, i tempi comici a due sono diversi da quando sei tutto solo. Però piano piano ce l’ho fatta. Sa quale è il segreto? Che con me c’è sempre, ancora, anche Bruno». E così a teatro «racconto la nostra storia, gli aneddoti. Piace molto e, per fortuna, non mancano richieste».Gli inizi

Al quotidiano Max ricorda i suoi inizi nella fabbrica del padre dove organizzava anche gli scioperi contro di lui e come ha conosciuto Bruno a Varese. «In quel periodo abita a 50 metri da me: ha sei anni in più ed è il ras dell’oratorio. però si comporta da bastardo con me, è una vera merda umana: non mi fa mai giocare a calcio, a basket e nascondino. Io lo odio, mi sta sulle palle». Poi «nell’estate del 1988 va a fare l’animatore in un villaggio Touring a Palinuro e, coincidenza incredibile, anche io sono là in un’altra struttura. Ci incrociamo e gli dico: “Tu sei quel cretino che non mi fa mai giocare all’oratorio”. Poi andiamo a fare una passeggiata in spiaggia tra i fichi d’india e decidiamo di provare a fare qualcosa insieme. È lì che nasce il nome del duo». Amici e poi cognati. «Cognati perché conosco la sorella di sua moglie con la quale metto al mondo la mia prima figlia». Dalle barzellette a Radio Deejay insieme a Marco Baldini al posto di Amadeus e Fiorello. Intanto «presenti sempre al teatro Ciak di Milano, che riempiamo ogni lunedì sera con uno spettacolo chiamato “Cabarap”».

Il successo

Spettacolo dopo spettacolo arriva anche Zelig: «Ci arriviamo dopo un provino davanti a Paolo Rossi, che ci prende perché resta affascinato dalla nostra follia». A farvi amare da tutti, però, sono soprattutto due tormentoni: “Ahrarara” e “Tichi tic”, ricorda ancora Libero: «Una notte, su una tv privata, vediamo Sergio Baracco, un televenditore di quegli anni, che propone gioielli di ogni tipo e lo fa con una erre moscia arrotatissima. Ci affascina e così nasce l’idea di fare i commercianti di pseudo-pietre preziose».

Ma c’è un problema: Baracco all’inizio non capisce l’imitazione e «si arrabbia e minaccia querele. A salvarci è Maurizio Costanzo che ci invita tutti al suo “Costanzo Show” e spiega a Baracco che gli facciamo solo tanta pubblicità. E così i rapporti diventano ottimi, tanto che poi diventerà la guest star del nostro film». E grazie ad “Ahrarara” e “Tichi tic” «mi costruisco la casa. Anche perché poi arriva il cinema».

«All’apice del successo, tutti i più grandi produttori ci vogliono far fare un film offrendo cifre incredibili. Alla fine accettiamo la proposta di De Laurentiis e ci incontriamo in una suite di un hotel a Milano per la firma. Il compenso totale è 6 miliardi di lire e, come acconto, ci dà a testa un assegno da un miliardo e mezzo. Bruno corre in bagno per chiamare di nascosto la moglie e dirglielo, ma dall’emozione quasi se la fa addosso».

La mancanza di Bruno Arena

Poi però il 17 gennaio 2013 finisce tutto.. «Numero maledetto, il 17, per Bruno: nel 1984 il primo incidente, quello in auto che gli aveva lasciato le cicatrici sulla fronte, era avvenuto il 17 e da allora sulle agende il 17 di ogni mese era cancellato». È il giorno del malore durante la registrazione di una puntata di Zelig. «Forse avrei potuto capire qualcosa: la sua giacca in quel momento è intrisa di sudore, ha litigato con uno degli autori che ci chiede i ritmi di “Ahrarara” anche se ormai abbiamo un’altra età. Bruno sale sul palco carico, forse troppo. Deve fare il dinosauro, cade a terra e il pubblico pensa a una gag, ride. Poi inizia a sbattere un braccio. Silenzio. Qualcuno chiede se c’è un medico, dicono di no. “Sarà una congestione”, l’ambulanza parte in codice giallo e invece … è un aneurisma e Bruno va in coma».

Max non lo lascia mai solo, almeno all’inizio. «Gli tengo la mano, gli parlo. Lui me la stringe, come per dimostrarmi che sente tutto, che capisce anche se non è presente». Poi il risveglio e la riabilitazione e la sofferenza. «E il mio grande rimpianto: in quel momento non riesco più a incontrarlo frequentemente perché mi fa stare troppo male. Soffro. Così ci vediamo poco: potessi tornare indietro ci andrei tutti i giorni». Perchè oggi «mi manca tutto di lui».


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