di
Greta Privitera
Video terribili da ogni parte dell’Iran: corpi ammassati negli ospedali. Le proteste continuano nonostante le violenze del regime
Una madre sviene e cade per terra. Si fa lo slalom sui marciapiedi. Sono decine. Anzi centinaia. I corpi vengono trasportati dai camion che li rovesciano davanti all’obitorio di Teheran, dove non c’è più un posto libero. Si formano file di sacchi neri lungo il perimetro dell’edificio della morte, nel cortile, tra le aiuole.
Qualche cerniera è mezza aperta e lascia intravedere volti insanguinati. Lembi di pelle, lembi di vestiti. «Cercate i vostri figli», ordinano. Chi l’ha trovato, il figlio, grida in ginocchio. Chi ancora spera che si tratti di un errore, si china sul sacco, lo apre per metà e, se è fortunato, lo richiude. C’è un ragazzo che spicca in mezzo a tutto questo nero. Ha la felpa gialla, è sdraiato per terra con il viso appoggiato su quelli che devono essere i piedi di chi ama, e non c’è più. Man mano che le ore scorrono, i video si moltiplicano: scene simili arrivano da ogni angolo del Paese. Dentro gli ospedali, fuori dagli obitori, nelle strade.
Il massacro
«Stanno uccidendo tutti», scrivono. È il massacro della Repubblica islamica che schiaccia il suo popolo in rivolta, mentre ne invoca la fine. Al quindicesimo giorno di proteste, ecco le strade tornare a riempirsi, nonostante la repressione feroce che assomiglia sempre di più a una guerra. Le ong parlano di 538 morti, ma dentro il Paese dicono «migliaia». La fondazione della premio Nobel Narges Mohammadi — ancora in carcere — scrive di oltre 2.000 persone uccise e quasi undicimila arrestate.
Internet e telefoni sono ancora staccati, ma i manifestanti si stanno attrezzando per aggirare il blocco voluto degli ayatollah, che al buio uccidono meglio. «Chi è connesso a Starlink si mette a disposizione per informare le famiglie degli altri e mandare materiale importante all’esterno», fanno sapere.
Riscrive Samira: «Sono viva». Non avevamo sue notizie da quattro giorni: «I morti sono tantissimi, sono ovunque. Ci sparano dai tetti. Non sappiamo come fare, non possiamo difenderci con le pietre contro le mitragliatrici. Ci faranno fuori tutti se nessuno ci aiuta». Ha paura, soprattutto per i suoi fratelli: «Il loro coraggio mi spaventa».
Le strade straripano di folla e i Guardiani della rivoluzione sparano dritto alla testa. Lo raccontano i manifestanti e i medici del pronto soccorso al collasso. La chiamata disperata di un dottore: «Fate arrivare il nostro messaggio alla tv nazionale, non riusciamo a curare tutti, ci mancano chirurghi e infermieri». Chiede di mandare in onda il suo appello perché nemmeno negli ospedali funzionano i telefoni. Ci inviano le parole di un ragazzo di Shiraz: «Le famiglie delle vittime restano in silenzio, perché solo così possono recuperare i corpi dei loro cari. Per riaverli, alcuni devono pagare migliaia di dollari. I padri e le madri hanno paura di parlare». Leggiamo che «a Rasht c’è un numero infinito di morti, anche a Lordegan. Sono interi paesi in lutto. Nelle città più piccole è un bagno di sangue».
Samira racconta che alcuni agenti si infiltrano tra i manifestanti e fingono di guidarli, spingendoli nella trappola del regime: «Quando una grande folla marcia per le strade c’è bisogno di un leader che indirizzi il percorso. Quei topi di fogna fanno credere di essere delle guide e ci fanno ammazzare negli agguati dei militari». Torna alla lotta, Samira, e quindi al buio di internet. Ma prima ci chiede se il mondo sta parlando di Iran e ci lascia un messaggio, come ha sempre fatto, anche quando partecipava alle proteste del 2022: «Se mi dovesse succedere qualcosa, dite che ero in strada per la libertà».
Di sicuro, il dossier Iran è sul tavolo di Donald Trump. Secondo le indiscrezioni, valuterà diverse opzioni, tra cui quella militare. «Alle opzioni da valutare» risponde direttamente il presidente del Parlamento, l’oltranzista e fedelissimo di Ali Khamenei, Mohammad Bagher Qalibaf: «In caso di attacco all’Iran sia Israele, sia tutti i centri militari, le basi e le navi americane nella regione saranno nostri obiettivi legittimi». Il Wall Street Journal scrive che martedì è previsto un briefing in cui il presidente americano sarà informato sulle opzioni, che includono, oltre a possibili bombardamenti, attacchi informatici, e sanzioni. Il Jerusalem Post racconta che «Trump ha sostanzialmente deciso di aiutare i manifestanti. Ciò che non ha ancora deciso è il “come” e il “quando”».
La marcia
Ieri, a fine serata, gli ayatollah hanno fatto un annuncio, che nel giorno delle pile dei cadaveri davanti agli obitori sembra surreale: tre giorni di lutto nazionale per le vittime della «battaglia di resistenza» contro le proteste. L’agenzia di stampa Tasnim ci fa sapere che il presidente cosiddetto riformista Masoud Pezeshkian è «profondamente commosso» dalle vite perse e convoca alla marcia. Sarebbero 48 i membri delle forze di sicurezza uccisi in due settimane.
Le ong iniziano a raccogliere i nomi e le storie delle persone ammazzate dai fedeli Guardiani degli ayatollah. Tra questi c’è Ahmad Abbasi, attore e produttore di teatro. Gli hanno sparato dritto in fronte mentre protestava disarmato per le strade di Teheran. È stato identificato dalla sua famiglia grazie ai tatuaggi. Era irriconoscibile. Hanno ucciso anche Robina Aminian, una studentessa curda di 24 anni dell’Università di Teheran, originaria di Nowdesheh, nella provincia di Kermanshah. A lei, le forze governative le hanno sparato alla testa da distanza ravvicinata: è morta sul colpo. Le autorità non volevano riconsegnare il corpo alla famiglia.
11 gennaio 2026 ( modifica il 11 gennaio 2026 | 23:56)
© RIPRODUZIONE RISERVATA