«Mi diceva sempre “Mairita calmati, andrà tutto bene”. Lui era sempre così, tranquillo e sorridente. Non aveva paura di nulla. Invece». Maira Pachón, 36 anni, ha lavorato per mesi spalla a spalla con Alberto Trentini, finché la Ong Solidarités ha chiuso la missione a Pamplona. Lei era la responsabile della sicurezza alimentare, lui era «il migliore capo che abbia mai avuto».
Come lo ricorda?
«Prima che arrivasse lui, a Pamplona eravamo come dimenticati. Ci mancava sempre il supporto. Poi è subentrato lui, ed era fantastico perché era sempre molto buono con noi. C’era fiducia, ogni volta che veniva a trovarci cercavamo di stargli sempre accanto.
Lo portavamo per ristoranti, anche se lui voleva sempre mangiare solo pizza. Alla fine siamo riusciti a trovare due posti dove servivano cibo italiano. E lui era felice».
Era felice anche di lavorare qui alla frontiera? Non le è mai sembrato che avesse paura?
«È sempre stato una persona molto calma, contenta di essere in Colombia. Gli piacevano le persone, diceva sempre che siamo così aperti e allegri».
Qual era il suo lavoro?
«Dirigeva le attività ed era il nostro supporto. Con me era sempre disponibile. Mi autorizzava a fare tutto il possibile.
Facevamo giri per consegnare cibo ai migranti venezuelani, e c’erano sempre situazioni in cui dovevamo intervenire, anche per fornire supporto emotivo. E lui era sempre accanto a noi. A Pamplona ha fatto un ottimo lavoro. Ci lasciava parlare, ci ha ascoltati e ha sempre riflettuto molto attentamente prima di prendere delle decisioni».
C’è un aneddoto particolare che ricorda su di lui?
«Tanti. Forse il più divertente è quando noi della squadra alimentare abbiamo deciso di fare una sfida tipo Masterchef . Lui ha accettato di fare il giurato. È stata una bella esperienza di team building .
Era molto coinvolto, faceva domande, osservava il lavoro di squadra».
Quale piatto gli è piaciuto di più?
«Una cosa un po’ all’italiana, con tante verdure».
Poi che cosa è successo?
«Lui ha lasciato Solidarités a dicembre, è andato a lavorare a Nariño, per il Consiglio norvegese per i rifugiati, e poi da lì in Venezuela con un’altra ong. Io l’ho visto l’ultima volta il 30 dicembre, abbiamo cenato tutti insieme per salutarlo.
Abbiamo cercato di assicurarci che trascorresse una bella giornata, gli abbiamo cucinato cibo colombiano, in modo che per una volta invece della pizza apprezzasse le hallacas e altri piatti di qui. Poi l’ho sentito spesso e anche se non lavoravamo più per la stessa ong mi dava consigli, mi aiutava a calmarmi e a riflettere.
Con lui le cose trovavano sempre una soluzione».
Ma poi è arrivata la notizia del rapimento, le ha mai detto se aveva timori ad andare in Venezuela?
«No, ma forse non ce n’è stato il tempo. Perché lo hanno arrestato quasi subito. Una notizia molto triste. Non è giusto che lui sia rinchiuso lì».
Le ha mai parlato dell’Italia, della sua famiglia?
«Era molto riservato, ma una volta gli abbiamo chiesto dell’Italia, del perché fosse qui e quanto tempo sarebbe rimasto. Lui ci ha risposto che amava conoscere altre culture e lavorare nel campo umanitario. È così, ed era pronto a fare molti sacrifici, tra cui lasciare la famiglia».
Lei non ha pensato di andare in Venezuela?
«No, avevo troppa paura.
Molti colleghi sono stati portati via, troppo pericoloso».
Se potesse dire qualcosa ad Alberto?
La voce alla fine si spezza.
Maira piange. «Ti aspettiamo.
Spero che potremo recuperare tutto il tempo che hai trascorso in carcere. E ricordati che per te a Pamplona le porte sono sempre aperte, ti salutano tutti».
12 gennaio 2026 ( modifica il 12 gennaio 2026 | 06:54)
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