di
Allegra Ferrante
Pasquale Collura è tra i 2.500 operatori ecologici della municipalizzata: «Prima di scoperchiare un bidone, attendo un attimo: anni fa trovammo un feto abbandonato». La routine sono «clochard tra i cartoni, portiere spalancate, monopattini negli angoli ciechi»
«Prima di scoperchiare un bidone, attendo un secondo». È una pausa brevissima: sollevare, controllare, scaricare. «La paura è quel momento in cui il peso non torna». Pasquale Collura in Amsa è un veterano. Mani grandi, consumate. Trent’anni di turni. Eppure, ogni mattina, controlla i cartoni uno ad uno. Il suo mestiere ha un nome antico: spazzino. A Milano, se ne contano circa 2.500. «È la parola giusta — dice —Non c’è niente di cui vergognarsi». La chiama «la gialla», la divisa fluorescente: è un segno di appartenenza, quasi una piccola missione civile. Nel 2010, svuotando un cassonetto in Stazione Centrale, un suo collega trovò un feto abbandonato. «Da allora, penso sempre: e se ci fosse qualcosa che non voglio vedere?». I movimenti degli operatori ecologici sono automatici: un passo indietro, un colpo al gancio, il piede piazzato dove la lamiera non morde. È una danza. Sporca, meccanica, ma perfetta. Ogni rumore è un’informazione. Ogni odore, un’allerta. Il Corriere ha trascorso un turno all’alba con una squadra del dipartimento Zama, uno dei quattro centri operativi che scandiscono la pulizia della città.
«Essere donna qui?» sorride Ednairan Feitosa da Silva, 44 anni. «Ogni giorno dimostri che non sei di vetro». Alle 4.50 il tornello ruota lento. Sul display, la x rossa si spegne a ogni ingresso. Negli spogliatoi femminili— neon che tremano, odore di detersivo— la «Brasiliana», così la chiamano, agita una paletta in un bicchiere d’acqua che si fa arancione. «Vitamina C» spiega. «Se ti ammali, rallenti tutti». Gli orecchini ampi oscillano mentre indossa il gilet giallo rifrangente; una fascia le contiene i capelli. È una vanità rapida, fatta senza specchio, che non le toglie ritmo. «Sono stata assunta per l’area verde, ma ti insegnano a fare tutto». Svuota cestini, raccoglie mozziconi e cartacce con la pinza, sposta sacchi, segnala criticità sul report di fine turno. Compaiono notifiche sul suo telefono: due frasi brevi dei figli, 12 e 16 anni. Risponde con un audio in portoghese. «Chiudi il gas, controlla il portone, accompagna a scuola tuo fratello». La sua giornata inizia ben prima che si rischiari. «Lascio la colazione pronta, le sveglie impostate». È una mamma single, in Italia da vent’anni. A San Paolo studiava biologia, poi ha seguito un amore. «Ho lasciato tutto: università e lavoro. Oggi non lo rifarei. È stata una rinuncia a me stessa». Nel mezzo almeno venti lavori: lavapiatti, portinaia, segretaria, addetta agli scaffali. «Mi sono stancata di essere quella che si adatta. Qui decido io: se c’è da fare, faccio. Se c’è da pulire, pulisco. Non mi spaventa niente, nemmeno i clochard quando urlano».
Una fila diagonale di guanti e pettorine si assottiglia davanti allo sportello che distribuisce le zone: una cartellina, l’itinerario del giorno, e le squadre pronte a sparpagliarsi per Milano. Il piazzale è un anfiteatro di compattatori verdi e bianchi. I mezzi a metano sono attaccati ai tubi, la scritta «Trasformiamo i rifiuti in risorse» corre sul fianco di un camion in uscita. «Oggi zona dei cartoni: via Vetere, Molino delle Armi, De Amicis», dice Andrea Amico, 33 anni, l’autista della squadra. Prima vendeva polli da Giannasi, contratti di pochi mesi, la sensazione di «essere in gabbia».
«Milano cambia ogni giorno. Io volevo esserci dentro, migliorarla pezzo per pezzo. Siamo noi che la leggiamo per primi». La mattina non si dilunga. «Timbro il cartellino, mi cambio e ispeziono il mezzo». Unica parentesi: le discussioni sul Milan con i colleghi. «Quelle non finiscono mai». Poi scivola nella sua «vita fuori»: odori pungenti e rumori metallici. Un turno che corre parallelo al mondo degli altri. «Sacrificante, ma è il lavoro giusto per me». Andrea è entrato in Amsa nel 2017. «Ho imparato dai vecchi». Il motocarro nei mercati, i camion più piccoli. «Con la patente C, mi hanno messo sugli autocompattatori». In cabina, non stacca gli occhi dagli schermi laterali. Li controlla di continuo. Una mano sul volante, l’altra pronta sul freno di stazionamento. Le manovre sono chirurgiche. Dà priorità alle vie che si riempiranno di traffico: prima le strettoie, poi gli incroci. Con la squadra basta un urlo breve per segnalare un’auto che stringe, un pedone che sbuca. «Non è un lavoro per tutti» dice. «Può capitarti di tirare su un sacco e trovarci una pistola smontata. A me è successo».
Mentre la città è ancora una somma di finestre spente e portoni chiusi, il camion solleva il cassonetto e lo ribalta dentro il vano. Un colpo secco, poi il ronzio della compressione. Solo ambulanze, pattuglie, la 90 che passa regolare. In tre chilometri di turno, può succedere di tutto. «In via Mezzofanti ho dato un colpo di clacson per avvisare un ragazzo in scooter. È sceso, ha aperto la giacca e mi ha fatto vedere un’arma. In silenzio». La squadra funziona come cautela. È una piccola compagnia fissa: uno conduce, i due aggrappati ai maniglioni posteriori intercettano. Il camion verde avanza a passo d’uomo. La velocità è tarata sui comandi della macchina. «Il tempo di vuotatura lo fa il compattatore», spiega.
L’alba, vista dal retro, è una luce che si riflette nelle pozzanghere. «In questo lavoro non bisogna mai abbassare la guardia» ripete Pasquale. I clochard che dormono tra i cartoni, portiere spalancate all’improvviso, monopattini che spuntano negli angoli ciechi. Ogni giro ha la sua parte scomoda: la periferia. Ha il suono dei sacchi tagliati da chi ci rovista dentro. Corvetto, Gratosoglio, alcune vie della vecchia cintura: «Un massacro». Vetri sparsi nell’umido, cartone nell’indifferenziato, frigoriferi in mezzo al marciapiede. «Devi spalare, spazzare, litigare. È frustrante, ma noi restiamo».
«Non siamo invisibili», sottolinea Emilia Verderio, 48 anni, due figli adolescenti. «Se non passiamo noi, Milano si impunta». I cassonetti restano pieni, l’umido fermenta, i rifiuti diventano disordine. «Non è solo pulire. È far funzionare una città di due milioni di persone che transitano». La spazzatrice lascia Ednairan sotto i portici: è stata assegnata alla zona del centro. «Duomo all’alba è un miracolo» dice, mentre prende la pinza, controlla i guanti. «A volte entro un minuto in cattedrale a pregare. Sono da sola, la mia voce rimbomba ovunque». Con i colleghi si dividono piazza e vie laterali. Ogni dieci passi i segni del delivery: cartoni di sushi, box di poke, vaschette di insalata. «Molti non sanno che siamo noi a togliere le cose che non devono stare lì».
Il rapporto con i cittadini è fatto di estremi. «C’è chi ti blocca e urla “lavoriamo anche noi”» racconta Pasquale. «Qualcuno ti insulta pure». Lui incassa. «Lo capisco: la gente è di fretta». Ednairan ai clacson più aggressivi risponde con le mani a cuore. «In corso Venezia, Dorotea ci aspetta ogni martedì con una tazzina di caffè». Sono i portinai storici, «un bene prezioso». Li conoscono per nome, scambiano due parole sul meteo. Altri invece si tappano il naso, commentano «che puzza», e un attimo dopo domandano: «Mi dà una mano a buttare questo?». «La collaborazione quotidiana tiene insieme Milano più di quanto sembri», precisa Pasquale. Custodi che anticipano il turno, negozianti che lasciano bidoni pronti, condomìni che imparano gli orari giusti. «Li tiro fuori adesso», «Le lascio questo sacco», «Passate dopo le nove». Piccole intese che evitano ingorghi, sacchi esplosi, lamentele. Ogni tanto qualcuno si ferma davvero: «Grazie». «Ci fa effetto» assicura Emilia. «Di solito ci notano solo quando qualcosa non va». Poi c’è il freddo, l’unico limite che non ascolta nessuno: taglia le mani, rallenta i movimenti, toglie respiro. «Ma il turno non aspetta».
«Il mio sogno è diventare accertatrice». Ednairan costruisce l’idea di una carriera. L’azienda ha corsi interni, patentini, avanzamenti: «Se dimostri che sai lavorare, ti fanno crescere». Quando i camion rientrano, in pedana si resta attaccati ai maniglioni finché il mezzo non si ferma dentro la piazzola. Il compattatore mastica carta e sputa odore di suolo bagnato. «Si dorme poco, ma il primo turno mi piace: la città è tutta nostra e la sera sono con la famiglia», spiega Emilia. I portelloni si chiudono, la pedana smette di vibrare. Nessun applauso, solo il rumore metallico di un gancio che si chiude.
Pasquale guarda le scarpe impregnate di fango. Andrea chiude la cabina, sistema la cartellina con il report. «Quando la città si riempie noi siamo già stanchi», dice. «Milano è bella così. Quando si accende pezzo per pezzo». Le serrande si sollevano, i tram si riempiono, i primi pendolari li guardano scivolare fuori. Poco prima di mezzogiorno lasciano il turno e il mondo si riallinea a quello degli altri: commissioni, scadenze, compagni da avvisare. Ednairan scrive a suo figlio Mattia: «Per l’una sono a casa». Andrea attraversa la mensa. Si passa una mano sul viso. «Chissà cosa hanno trovato, stanotte».
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12 gennaio 2026 ( modifica il 12 gennaio 2026 | 08:53)
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