
voto
9.0
- Band:
EDGE OF SANITY - Durata: 00:40:00
- Disponibile dal: 02/04/1996
- Etichetta:
- Black Mark
Nel 1996, gli Edge Of Sanity decidono di sfidare definitivamente sé stessi e il proprio pubblico con “Crimson”, un’opera che trasforma la loro già proverbiale ambizione in metodo e ridefinisce ciò che il loro death metal può diventare. Un’opera fuori dal tempo, che sfida la forma canzone tradizionale e si presenta come una suite di quaranta minuti, capace però di conservare una sorprendente accessibilità. È questo il paradosso – o forse il segreto – della visione del frontman e principale compositore Dan Swanö: saper tenere insieme l’ambizione più sfrenata e l’istinto melodico più naturale, senza mai sacrificare troppo l’impatto del genere di riferimento. “Crimson” nasce così, come manifesto dell’anima avventurosa del suo autore, ma anche della sua sorprendente sensibilità quasi pop, della sua attenzione alla musicalità e alla memorabilità.
Oltre all’audacia formale e sonora, “Crimson” poggia su un concept sorprendentemente strutturato: la storia immagina un futuro in cui l’umanità, divenuta improvvisamente infertile, è ormai prossima all’estinzione. In questo scenario disperato, il re e la regina riescono miracolosamente a generare una figlia: un evento unico, che trasforma la neonata nell’ultimo baluardo di speranza per il genere umano. Ma la tragedia è tutt’altro che evitata. Rimasta orfana dopo l’assassinio del padre e l’ascesa di un usurpatore, la principessa sceglie di ricorrere a pratiche magiche proibite pur di riconquistare il trono. Lo farà, ma al prezzo di diventare a sua volta un tiranno, schiava delle forze oscure che le hanno permesso di vincere. Il paradosso narrativo – la salvatrice che diventa oppressore – sfocia infine in una nuova ribellione, questa volta contro di lei. È un racconto circolare, intriso di tragedia e ambiguità morale, che rispecchia bene la natura sfaccettata della musica: un viaggio epico in cui speranza e decadenza convivono, proprio come i diversi registri sonori che Swanö intreccia lungo la suite.
Il disco arriva dopo una sequenza di lavori in cui gli Edge Of Sanity hanno progressivamente allargato i confini del proprio linguaggio. “Purgatory Afterglow” è il riferimento più immediato, non soltanto per il successo ottenuto, ma anche per il modo in cui aveva già messo in chiaro la volontà del gruppo di contaminare, sperimentare, osare. Non meno importanti, per comprendere “Crimson”, sono alcune intuizioni sparse tra “Unorthodox” e “The Spectral Sorrows”, due album in cui le prime incursioni in una vaga vena prog, nelle tastiere, nei passaggi acustici e nelle aperture più ariose lasciavano intravedere possibilità ancora inespresse. Con “Crimson”, tutto questo materiale confluisce in un’unica, enorme struttura a stanze, dove ogni elemento viene puntualmente recuperato, riassemblato e rifinito.
Sulle prime, affrontare un unico brano di quaranta minuti può sembrare un’impresa complessa: fino a quel momento, il death metal non è esattamente il territorio più praticato per simili, vaste, escursioni narrative, e la tentazione di avvicinarsi all’album con diffidenza è abbastanza comprensibile. Eppure la forza del disco risiede proprio nell’equilibrio che Swanö riesce a instaurare tra esplorazione e forma. Sin dai primi minuti vengono presentati tutti i principali ingredienti della ricetta: la spina dorsale death metal, con riff affilati e un’aggressività che in qualche passaggio non rinuncia a qualche accenno black metal; le tastiere atmosferiche; le chitarre acustiche poste a segnare snodi cruciali; le linee vocali pulite; una tensione melodica che non esplode mai in ritornelli convenzionali, ma che si insinua costantemente negli arrangiamenti. È quasi come se Swanö, prima di condurre l’ascoltatore nel labirinto strutturale della suite, gli fornisse una mappa generale, un glossario degli elementi che torneranno nel corso del viaggio.
Il punto fondamentale è proprio questo: “Crimson” non prosegue per accumulo inarrestabile, non è una spirale in cui ogni stanza ne introduce una nuova, diversa e scollegata dalla precedente. Al contrario, il materiale iniziale diventa un canovaccio continuamente rielaborato, ricontestualizzato, talvolta appena modulato, talvolta completamente rilanciato con variazioni ritmiche o armoniche. Le parti si richiamano l’una con l’altra, si rispondono a distanza, si incastrano con una logica interna appunto quasi narrativa. L’effetto non è quello di uno “stream of consciousness” incontrollato, né tantomeno di un esercizio di stile eccessivamente compiaciuto: “Crimson” sembra invece concepito per essere ricordato, per scolpire nella memoria dell’ascoltatore alcuni snodi melodici e tematici in modo naturale, quasi sottotraccia. L’orecchio di Swanö, la sua passione per strutture formalmente più vicine alla forma canzone che al prog rock cerebrale, fa sì che anche nel contesto più esteso e impegnativo della suite emerga un senso di familiarità.
Certo, esiste una sezione corale, dopo la mezz’ora, in cui Swanö e compagni si prendono più spazio per rallentare, rarefare, introdurre un’atmosfera quasi sospesa. È l’unico vero momento di rottura rispetto alla presentazione iniziale, ma anche qui il minimalismo controllato serve al discorso generale: un respiro, un’illuminazione intermedia, un passaggio che prepara il rilancio dei temi e dei crescendo successivi. La capacità di dosare tensione e rilascio, aggressione e lirismo, è uno dei grandi pregi dell’album: “Crimson” si muove come un’onda lunga e costante, un saliscendi dove ogni vertice e ogni pausa sono calcolati con una misura che non diventa mai rigida. Il flusso è naturale, spontaneo, perché lo è la mentalità di Swanö: aperta, curiosa, ma mai tronfia, mai intenta a dimostrare qualcosa a tutti i costi.
Il contributo di Mikael Åkerfeldt, chiamato a fornire lo screaming nelle parti più feroci, aggiunge un’altra sfumatura importante. È curioso che Swanö abbia deciso di affidargli proprio le sezioni più estreme, considerando la bravura di Åkerfeldt nel pulito. Ma la scelta funziona alla perfezione: la voce ospite non disturba, anzi si integra nel tessuto narrativo della suite, sottolineando alcune delle sue sezioni più feroci e drammatiche. Swanö resta comunque uno straordinario cantante – caratteristica talvolta sottovalutata – e il continuo scambio tra growl, scream e parti pulite, su vari registri, contribuisce a rendere la composizione ulteriormente dinamica.
Il risultato è un’opera che scorre con un’agilità sorprendente: i quaranta minuti passano senza che ci si accorga della loro durata, complice quella tensione melodica sotterranea che lega tutto insieme e quel modo di riprendere i temi senza ridondanza. “Crimson” dimostra che si può aspirare a un formato espanso senza perdere identità né ritmo, purché la scrittura sia abbastanza solida da sostenere l’impalcatura.
A trent’anni dalla sua pubblicazione, resta un album citato spesso, saccheggiato qua e là, ma raramente celebrato come meriterebbe presso il grande pubblico metal. Eppure, la sua importanza è notevole: non soltanto per ciò che rappresenta nella carriera degli Edge Of Sanity, ma per l’impatto che ha avuto sul concetto stesso di death metal progressivo o anche solo contaminato. Ricordarlo, ogni tanto, è un atto dovuto. Con “Crimson”, Swanö e compagni hanno dimostrato e dimostrano che la contaminazione può essere una virtù, che un minimo di coraggio può convivere con l’immediatezza, che la complessità può essere emozionale e non soltanto tecnica. Una lezione che, ancora oggi, molti inseguono senza catturarne del tutto l’essenza.
Crimson (Remaster 2025) by Edge Of Sanity