È il 1995: il primo scoppiettante Governo Berlusconi si è appena concluso, Forrest Gump fa incetta di premi a un’oscura cerimonia detta “gli Oscar”, Microsoft lancia Windows 95 e muore assassinato Maurizio Gucci, interpretato da un giovanissimo Adam Driver. Incurante di tutto questo, o forse proprio come conseguenza di tutto questo, se ho capito bene come funziona l’effetto farfalla, il 23 dicembre esce in Giappone un film di animazione intitolato Memories.

Perché parliamo oggi di un film di 30 anni fa è presto detto: sta al cinema. Presente, no, il cinema? Quel posto che la vostra piattaforma streaming preferita cerca da anni di uccidere e che, tra tutti, solo Checco Zalone sembra stia facendo uno sforzo per tenere in vita (si scherza amici, sono sicuro che Checco Zalone odia uscire di casa come tutti noi, ‘sta cosa dei film la fa solo per darsi un tono). Dicevo: Memories al cinema – nella fattispecie il 12, 13 e 14 gennaio che, a seconda di quando leggerete questo articolo, potrebbe essere oggi, domani e dopodomani o il 12, 13 e 14 gennaio 2026.
Che motivi abbiamo all’alba del 2026 per vedere in sala un film come Memories? Anche questo è presto detto: è figo. Non basta? Gesummaria che fatica, va bene, scendiamo un po’ più nel dettaglio.
È il 1988 e Katsuhiro Otomo ha appena reso il cinema giapponese la sua puttana con Akira, un film di animazione che possiamo tranquillamente definire un capolavoro seminale e imprescindibile senza che io mi senta obbligato a spiegare ulteriormente. Adattamento cinematografico (monco!) del manga omonimo dello stesso Otomo (che all’epoca dell’uscita del film è ancora in corso e si concluderà solo due anni dopo), Akira costa un bordello di soldi, ma ne guadagna anche, tipo, un bordellissimo. È un successo economico e di critica senza precedenti, rivoluziona e porta l’animazione giapponese sulla scacchiera internazionale, la gente inizia a dare del lei a Otomo, cani e gatti tornano a vivere separatamente.
Grazie ad Akira – un’epopea action/sci-fi bombastica e suggestiva, densa di colpi di scena e riflessioni profonde sul presente – i cartoni animati giapponesi diventano rispettabili e materia di studio anche per chi prima in Occidente li considerava una roba sciocca e dozzinale, buona giusto per riempire i palinsesti di TeleTrezzanoSullAdda. Legittimazione culturale = premi = festival = export. La casa editrice Kodansha e il gruppo Bandai sentono odore di soldi veri e premono affinché Otomo si metta al lavoro su qualcosa di nuovo: ci vogliono sette anni, diversi cambi di rotta e un manciata di altri piccoli progettini nel mezzo, ma alla fine ecco Memories, un film a episodi a carattere più o meno fantascientifico, praticamente un Ai confini della realtà anime, che Otomo produce, supervisiona e parzialmente dirige.
Proprio in virtù della possibilità di girarsi i festival e far trionfare il made in Japan nel mondo, Memories è pagato in grossa parte con fondi statali e si traduce in uno spudorato show-off in cui Otomo e un gruppo di artisti a lui affini flexano a più non posso mettendo in campo tutta la bravura e lo sperimentalismo di cui sono capaci, senza alcuna pretesa di farci dei soldi (e, fidatevi, non ne faranno). Tecnicamente, il risultato è uno spettacolo incredibile; tematicamente – e qui mi rendo conto di assumermi un grosso rischio dicendolo – è il genere di cosa che fai per impressionare quei gonzi degli americani.
E visto che ormai siamo qua, li vogliamo vedere un po’ nello specifico questi episodi?
1. MAGNETIC ROSE

LA TRAMA IN BREVE: un’astronave risponde a un SOS e si trova intrappolata in una casa stregata orbitante.
CHI L’HA FATTO: tratto da un racconto breve di Otomo, la sceneggiatura è di Satoshi Kon, un altro gigante che negli anni successivi firmerà capolavori come Perfect Blue e Paprika (allegramente saccheggiati da gente come Aronofsky e Nolan che ora fanno gli gnorri). La regia è di Koji Morimoto, all’epoca braccio destro di Otomo, ma anche fondatore dello Studio 4°C, che negli anni successivi farà mezzo The Animatrix, Tekkonkinkreet, i film di Berserk, l’imminente All You Need Is Kill (secondo adattamento del manga che ha già ispirato Edge of Tomorrow con Tom Cruise). Le animazioni sono, appunto, dello Studio 4°C, sotto la direzione di Toshiyuki Inoue, responsabile anche del character design, che continuerà a lavorare con Satoshi Kon in tutti i suoi film successivi. La colonna sonora è di Yoko Kanno, musicista e compositrice eccezionale, oggi strafamosa soprattutto per il lavoro su Cowboy Bebop.

OK MA CHE SUCCEDE? Una nave che si occupa di raccogliere rifiuti spaziali riceve una richiesta di soccorso da una stazione abbandonata che non sembra dare segni di vita. Due membri dell’equipaggio vanno a indagare e si ritrovano all’interno di un sontuoso palazzo in stile europeo che manda musica lirica in filodiffusione. Iniziano a succedere cose bizzarre, apparizioni, sparizioni, visioni e quant’altro finché non diventa chiaro che qualcosa o un qualcuno sta giocando con i loro ricordi e i loro desideri e non intende lasciarli andare.
Berne un paio nella stazione spaziale stregata
GIUDIZIO TECNICO INOPPUGNABILE: è l’episodio che dà il titolo all’intero film, e non è difficile capire come mai: è quello artisticamente più riuscito, il più equilibrato, quello che si barcamena meglio tra stile e sostanza. È il primo lavoro importante dello studio 4°C ed è evidente che hanno dato il massimo: la cura al dettaglio è maniacale, il tratto pulito, le animazioni elegantissime – in un mix quasi impercettibile che unisce tecnica tradizionale e CGI, in anni in cui l’uso del computer (non solo costosissimo, ma anche lentissimo!) era avanguardia vera. Ma la cosa che colpisce di più, vedendolo oggi, è quanto assomigli a Cowboy Bebop, che uscirà solo un paio d’anni dopo e ha in comune più di qualche autore: lo spiazzante connubio tra ambientazione spaziale e musica jazz, l’estetica retrofuturista, il gusto citazionista che mischia i generi e i toni e quella malinconia di fondo che caratterizzeranno l’anime di Watanabe, sono già tutti in Magnetic Rose.
Regaz chillano a gravità zero nella loro astronave scalcinata: momento Cowboybeboppissimo
Il racconto originale di Otomo, evidentemente ispirato da qualche visione di Tarkovskij (Stalker? Solaris?), è a sua volta fortemente influenzato dal trattamento che ne fa Kon, infilandoci a martellate tutti gli elementi e i temi che torneranno ossessivamente nel suo cinema: la memoria, l’identità, il doppio, fantasia e realtà che si confondono fino a diventare indistinguibili eccetera eccetera.
Odio quando non so più se una cosa sta succedendo davvero o sto solo rivivendo i miei ricordi peggiori
CHI FAREBBE UN REMAKE HOLLYWOODIANO ANNACQUATO E INSTUPIDITO? Raga, questa roba ha scritto in fronte a caratteri cubitali C H R I S T O P H E R N O L A N, l’unico motivo per cui non l’ha ancora fatto è che non l’ha ancora visto, anche se in un certo senso l’ha già fatto perché buona parte degli elementi di questo corto li ritrovi in Inception e Interstellar, solo ultra diluiti e spiegati 117 volte perché persino un americano riesca a capirli.
Why hello, anime Daniel Craig
2. STINK BOMB
LA TRAMA IN BREVE: un tizio diventa a sua insaputa un’arma biologica vivente e semina morte e panico mentre le autorità cercano di fermarlo.
CHI L’HA FATTO: la sceneggiatura è di Katsuhiro Otomo, sempre tratta da una sua storia breve di alcuni anni prima. Inizialmente Otomo chiese di dirigere l’episodio a Yoshiaki Kawajiri, un gigante del settore, membro fondatore dello storico studio Madhouse e regista di Wicked City, Ninja Scroll e Vampire Hunter D. Kawajiri gli rispose “lol no, non mi piace”, si ritagliò un ruolo da “supervisore” e passò la palla al suo allievo Tensai Okamura. Praticamente nello stesso periodo Okamura stava lavorando a Evangelion (ci sono un paio di sequenze in Stink Bomb che sembrano prese di peso dai primi episodi di Eva), Ghost in the Shell e Cowboy Bebop (e in futuro una paccata di altra roba super popolare, tipo Naruto o My Hero Academia), ma l’episodio di Memories è il suo esordio alla regia. Le animazioni sono di Madhouse con la direzione di Hirotsugu Kawasaki (tre anni dopo dirigerà il film di Spriggan, sempre prodotto da Otomo) e la direzione artistica di Tatsuya Kushida (collaboratore storico di Hideaki Anno e quindi da 30 anni incatenato al brand di Evangelion). Le musiche sono di Jun Miyake, compositore e trombettista jazz di fama internazionale che si è prestato solo poche altre volte al cinema (e incredibilmente, uno di questi casi è la colonna sonora di Mangia prega ama!!).

OK MA CHE SUCCEDE? È davvero tutto qui: un impiegato di una ditta farmaceutica prende quella che crede sia una medicina per il raffreddore e invece è un’arma batteriologica in via di sviluppo. Il suo corpo inizia a emettere un odore così insopportabile che la gente che lo respira muore. Non rendendosi conto che sta uccidendo tutte le persone che gli si avvicinano troppo, si reca a Tokyo per conferire coi suoi superiori, mentre l’esercito – giapponese e americano – impiega tutte le sue risorse per neutralizzarlo prima che sia troppo tardi, con scarsi risultati
GIUDIZIO TECNICO INOPPUGNABILE: a seconda del tipo di spettatore che sei, puoi trovarlo esilarante o snervante, nella sua non particolarmente sottile satira dell’industria bellica (i militari si dividono tra pagliacci incompetenti e cinici incompetenti) e della cultura del lavoro giapponese (il protagonista è l’epitome del salary man, un impiegato troppo stupido per essere vero che mette il lavoro davanti all’incolumità sua e degli altri ed esegue ottusamente qualsiasi ordine gli arrivi dall’alto. È probabilmente una coincidenza, dato che il racconto originale di Otomo è di diversi anni prima, ma è difficile non vedere, nella storia di un idiota che fa una strage spargendo un gas mortale, un eco dell’attentato alla metropolitana di Tokyo avvenuto appena pochi mesi prima dell’uscita del film.
“Olfa il gas nervino del santone”
Pare che questo sia il corto che ha richiesto più tempo per essere completato e non è difficile crederlo: le animazioni sono davvero fuori scala. Alla precisione formale che abbiamo visto nell’episodio precedente, si aggiunge una ricchezza, un’esuberanza che diventerà negli anni un marchio di fabbrica della Madhouse: tutto è esagerato – dalle scene d’azione, che vedono un dispiego bellico sproporzionato, a quelle di massa ultra dettagliate, passando per le espressioni e la mimica dei personaggi, eccessive e caricaturali con quel look un po’ vintage che ricorda le serie comiche degli anni 80.
Splosioni
È generalmente l’episodio dell’antologia che piace di meno perché non ha una trama “profonda” ma è puro sfoggio di tecnica e stile al servizio di quella che è poco più di una barzelletta. È vero, eh, ma non è che gli altri due episodi siano davvero così profondi…
Faccioni
CHI FAREBBE UN REMAKE HOLLYWOODIANO ANNACQUATO E INSTUPIDITO? Partiamo dal presupposto che in un eventuale adattamento live action gran parte della storia andrebbe riscritta e ridimensionata perché il livello di distruzione che mette in scena questo corto non può essere replicato “dal vero” a meno di non avere il budget di un film Marvel. Tolto quello, questo tipo di humor nero e beffardo sarebbe perfetto per i fratelli Coen, se stessero ancora insieme e avessero mai dimostrato un po’ più di interesse per la commedia action… No, ce l’ho, questa è 100% materia per un regista coreano che ha mega successo in patria e fa il suo primo film mediocre in America.
3. CANNON FODDER
«Babbo spiegami di nuovo cosa viviamo a fare?» «Per soffrire, figliolo, per soffrire»
LA TRAMA IN BREVE: la vita di una famiglia – padre, madre e figlio – in una città-fortezza dove tutto ruota attorno alla guerra.
CHI L’HA FATTO: è il one man show di Otomo, che l’ha ideato, scritto, disegnato e diretto. Le animazioni, sempre sotto la supervisione di Otomo, sono di nuovo dello Studio 4°C con un piccolo contributo dello Studio Ghibli.
OK MA CHE SUCCEDE? In un mondo distopico e un po’ steampunk, c’è una grottesca città-fortezza dove lo sforzo bellico è la ragion d’essere dei suoi cittadini, schiacciati sotto il tacco di un regime violento e autoritario. Seguiamo la giornata-tipo di una famiglia dove la madre lavora alla fabbrica di munizioni, il padre si occupa della manutenzione di un cannone e il figlio va a scuola, ma tutto quello che viene insegnato ai ragazzi è il funzionamento delle armi. Tra sirene ed esplosioni, la giornata procede monotona in un clima di grigia disperazione. Tutto ciò di cui si parla, anche nel tempo libero, è l’annientamento del nemico: un nemico invisibile che, a ben guardare, forse non esiste nemmeno…

GIUDIZIO TECNICO INOPPUGNABILE: Otomo si sceglie il segmento più sperimentale, artistoide e meno commerciale dei tre. Cannon Fodder è realizzato in unico lungo (finto) piano sequenza dal tratto sgraziato, respingente e decisamente poco “manga” che si rifà esplicitamente all’animazione dell’Est Europa, tanto nel tono quanto nei temi (il regime che schiaccia e spersonalizza, i cittadini trasformati in zombie dalla propaganda e dal lavoro alienante, il nazionalismo vuoto e fine a sé stesso…). È lungo appena 20 minuti, la metà degli altri due episodi e va benissimo così, tutto molto bello, ma se fosse durato un minuto di più credo che mi sarei ammazzato.

CHI FAREBBE UN REMAKE HOLLYWOODIANO ANNACQUATO E INSTUPIDITO? Lo sguardo del bambino e l’attenzione quasi feticistica a macchinari, ingranaggi e meccanismi vari, senza contare il messaggio politico e la parabola antimilitarista mi fanno pensare a Del Toro. In alternativa, se nessuno gli dice che è una satira, Michael Bay.
Obvious The Wall reference is obvious
CONSIDERAZIONE FINALE IN VOICE OVER: lo dicevo all’inizio, non vado pazzo per questo tipo di cinema. Ho sempre preferito narrazioni story-driven, come diciamo noi del mestiere (che mestiere?), con personaggi complessi o trame avvincenti, mentre gli episodi di Memories sono storie brevi, con personaggi archetipici e dove tutto è finalizzato al colpo di scena, la rivelazione finale, l’effetto wow. Nulla in contrario, just not my cup of miso soup – specie quando sai di cos’è capace la gente che ha lavorato a questo film. Ma se lo guardiamo dal punto di vista dello spettacolo puro, a 30 anni di distanza è ancora una delle cose più impressionanti mai fatte, un monumento al picco raggiunto dall’animazione giapponese negli anni 90, e non vedo un solo motivo per non vederselo in sala. Fidatevi, non mi pagano per dirlo. Gliel’ho chiesto. Mi hanno detto che non c’era budget.
Sala-quote:
“Cazzo wow perbacco che roba”
Quantum Tarantino, i400calci.com
Dove guardare Memories