Dopo Kafka a Teheran, il regista Ali Asgari torna a parlare coi toni della commedia assurda e surreale del suo paese (che speriamo tutti di vedere presto libero) Con un occhio a Woody Allen, uno a Moretti, e tanta passione per il cinema. La recensione di Divine Comedy.
Bahram, il regista quarantenne protagonista di Divine Comedy, assomiglia molto a un noto psicologo dell’Instagram, ma è anche un po’ un giovane Woody Allen moro e barbuto, e nel suo modo di fare c’è molto del primo Nanni Moretti. Bahram gira per Teheran su una specie di Vespa rosa guidata da Sadaf, che è la sua produttrice ma anche la sua fidanzata, e che quando toglie il casco ha i capelli tinti di blu (tipo Adèle nel film di Kechiche) e non indossa l’hijab. È per questa sua disinvoltura che, quando Bahram deve andare a parlare con funzionario governativo per ottenere il permesso di proiettare il suo ultimo film – che come gli altri ha girato i festival di tutto il mondo, ma che in Iran nessuno ha mai visto – Sadaf lo aspetta fuori.
Fatto sta che l’incontro col potere di Bahram – raccontato da Ali Asgari con la stessa modalità di Kafka a Teheran, ovvero tenendolo, il Potere, sempre fuori campo – avrà esito fallimentare e a quel punto lui e Sadaf inizieranno una piccola, strana odissea, o forse un tour attraverso paradossali gironi infernali dell’Iran di oggi: incontrando esercenti, star del cinema, sedicenti profeti di strada, ricche borghesi animaliste e pure minacciosi e oscuri figuri emissari del governo nel tentativo di proiettarsi da soli, autarchicamente, il loro film.
Ecco allora che Divine Comedy parla della resistenza dell’arte di fronte al Potere, lì dove si vuole e si può (e non sempre si vuole e si può: non a caso Bahram ha un fratello gemello che si chiama Bahman, regista pure lui, dalla vita assai più semplice e agiata perché dirige solo film commerciali che non fanno alzare un sopracciglio al regime. Da notare che Bahram e Bahman sono realmente gemelli, si chiamano proprio così, e nella vita reale sono registi osteggiati dal potere). E, come Kafka a Teheran, parla con amaro umorismo dell’assurdo burocratico, politico e ideologico che – nel migliore dei casi, quando non diventa brutale e sanguinaria repressione – rappresenta la realtà quotidiana dell’Iran contemporaneo.
Di fronte a tutto questo quella di Bahram è una sorta di resistenza gentile, i suoi modi sono sempre pacati, lui è un Bartleby turco-persiano che di fronte a quel che gli viene chiesto dal potere o da chi lo vorrebbe prendere altre strade risponde semplicemente: “Avrei preferenza di no” (per dirla con Celati), e poi procede con testardaggine per la sua, di strada, che poi è semplicemente la strada che vorrebbe lo portasse a mostrare un film a un po’ di persone.
Ma in fondo – anzi, nemmeno troppo in fondo – col suo citazionismo, con il suo essere così esplicitamente metacinematografico, col suo aggrapparsi alla realtà che viene anche dalla scelta degli attori, di due fratelli registi che recitano nei panni di due fratelli registi (e molto tenera e intensa è una estemporanea sequenza di vere foto dei due nel corso degli anni, e della nipote del regista che si chiama Sadaf e veste i panni di Sadaf, ecco che Divine Comedy è anche un film sul cinema, che per certi versi ha qualcosa a che vedere col Filmlovers! di Desplechin. Perché si parla di amore per il cinema, certo, e di come questo amore si trasformi qui in qualcosa che – complice anche una comicità surreale e tagliente – dentro e fuori al film, riesce a squarciare la cappa di oppressione della realtà e a cambiare la vita e le il corso degli eventi.
Mentre scrivo l’Iran è in blackout digitale, e il regime degli Ayatollah sta cercando di reprimere nel sangue una rivolta che in molti sperano possa essere definitiva per abbattere la dittatura. E mi perdonerete allora se spoilero il finale, e mi auguro che come di Divine Comedy si chiude con la caduta di Bashar al-Assad, tutti noi presto si possa uscire dal film col sorriso con le labbra perché anche in Iran è successa la stessa cosa.