di
Fabrizio Caccia
Il cooperante italiano è stato liberato all’alba del 12 gennaio: era stato arrestato in Venezuela e tenuto in cella senza che fossero mai state formalizzate le accuse contro di lui. La sua storia
È la fine dell’incubo. Gliel’aveva detto quel giorno, addirittura in dialetto, per rompere il ghiaccio, nello stanzino del carcere di El Rodeo 1: «Ti auguro presto di tornare sul Listòn», era stato questo l’auspicio formulato in veneto dall’ambasciatore italiano a Caracas, Giovanni Umberto De Vito, nato a Verona, ad Alberto Trentini, veneziano del Lido, in cella senza un perché dal 15 novembre 2024. Ora il sogno della scarcerazione si è avverato.
Il «Listòn» è la tradizionale passeggiata in piazza San Marco, a Venezia, tanto amata da veneziani e turisti. Un augurio di libertà.
Si videro in carcere per la prima volta il 23 settembre scorso (la seconda volta due mesi dopo): con Trentini e l’ambasciatore c’era anche l’imprenditore torinese Mario Burlò, anche lui in attesa di notizie dal giorno in cui il governo venezuelano ha deciso di aprire le porte delle celle a molti detenuti stranieri. «Io e lui abbiamo familiarizzato molto tra noi durante l’ora d’aria quotidiana», aveva raccontato Alberto al nostro rappresentante diplomatico.
Trentacinque minuti di colloquio, incontro videoregistrato dalle autorità venezuelane dall’inizio alla fine, loro tre insieme in una stanza normale, senza divisori o vetrate. Trentini lo sapeva dal giorno prima, così si era presentato all’appuntamento sbarbato, un po’ dimagrito ma comunque in salute, con indosso una divisa pulita color celeste e un paio di occhiali da vista «ma non sono della gradazione giusta, qui dentro mi sono dovuto arrangiare», aveva spiegato lui, che porta di solito le lenti a contatto.
Un ragazzo di 46 anni, compiuti in cella lo scorso 10 agosto, serio, studioso, impegnato, da 10 anni in prima linea nella cooperazione internazionale.
Dopo la laurea in Storia a Ca’ Foscari e il servizio civile, Trentini si è specializzato come assistente umanitario a Liverpool e ha preso un master in sanificazione dell’acqua a Leeds, decidendo poi di trasferire sul campo le sue conoscenze: 6 mesi in Perù nel 2017 per aiutare i paesi colpiti dalle inondazioni. E poi ancora: Ecuador, Paraguay, Bosnia, Etiopia, Nepal, Grecia, Libano, fino all’ultimo incarico assunto con la ong francese Humanity and Inclusion, premio Nobel per la pace 1997, specializzata nell’assistenza di persone con disabilità.
Era in Venezuela con loro dall’ottobre 2024: pochi giorni dopo, il 15 novembre, lo arrestarono ad un posto di blocco mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito per una missione.
L’ambasciatore De Vito in questi mesi ha cercato di farlo capire in tutti i modi alle autorità venezuelane: «Alberto è un ragazzo che non hai mai fatto del male a nessuno, semmai ha sempre fatto del bene agli altri».
Già, un ragazzo d’oro, sensibile, attaccatissimo ai suoi genitori, Armanda ed Ezio, preoccupato quasi più per loro che per se stesso.
Quando l’estate scorsa quelli del penitenziario gli diedero per la prima volta la possibilità di chiamare casa, lui ricordò alla mamma che l’utilitaria di famiglia — con lui recluso a El Rodeo 1 — era ormai sprovvista di revisione, perciò sarebbe stato meglio non circolare per non prendere multe.
E in una lettera da far recapitare a mamma Armanda, consegnata nelle mani dell’ambasciatore prima di salutarsi, si era raccomandato con lei di «fare la ricarica al telefonino». In modo che se avesse avuto un’altra possibilità di richiamarli, avrebbe potuto sentire ancora le loro voci.
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12 gennaio 2026 ( modifica il 12 gennaio 2026 | 09:54)
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