di
Andrea Nicastro
Sull’intervento statunitense restano molti dubbi. La Cia mette in guardia: il regime appare ancora saldo
DAL NOSTRO INVIATO
TEL AVIV – È possibile difendere i rivoltosi nelle strade dell’Iran senza subire troppi danni? Avrebbero più effetto le bombe, gli assassinii mirati o i sabotaggi? Oppure è meglio usare tecniche di guerra ibrida? Quanti missili sono rimasti agli ayatollah?
Domande sui tavoli di pianificazione militare negli Stati Uniti e Israele. L’occasione per abbattere il regime di un Paese nemico dal 1979 appare ghiotta. Tanta gente è per le strade, l’economia è al collasso, la repressione per l’ennesima volta disgustosa. Ma l’ingordigia è pericolosa. Il boccone potrebbe essere ancora troppo grosso. La Cia mette in guardia: il regime appare ancora saldo.
Lo Stato ebraico ha posto il livello di allerta delle sue forze aeree a livello alto. Cosa comporti non si sa, ma indica timore per la risposta iraniana a un eventuale attacco. Durante la Guerra dei 12 giorni a giugno la cupola protettiva di Iron Dome non è stata perfetta. Tel Aviv è stata ferita dai missili iraniani. In questi mesi Teheran ha diffuso l’idea di aver combattuto senza usare i pezzi migliori del proprio arsenale missilistico. Nel frattempo, i russi avrebbero portato in Iran nuovi ordigni balistici e contraerea.
Stesse sensazioni sull’arsenale di Hezbollah, la milizia filo-iraniana in Libano. Le continue violazioni del cessate il fuoco con il Libano da parte israeliana sono state giustificate dal riarmo dei miliziani. Hezbollah ha nuovi missili? Prima dei bombardamenti israeliani erano la miglior deterrenza dell’Iran contro un attacco. Avere le armi per rispondere o far credere di averle ha più o meno lo stesso valore. Almeno fino a che non si devono usare. Mossad e Cia studiano per capire cosa c’è di vero.
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Secondo i media americani, il Pentagono ha già esposto alla Casa Bianca le opzioni per dare seguito alla promessa di Donald Trump di aiutare chi chiede libertà in caso di bagno di sangue. Sabato il segretario di Stato Marco Rubio ha telefonato al premier israeliano Benjamin Netanyahu proprio per parlare di «come» attaccare Teheran, non «se». Il New York Times parla di raid su obiettivi non militari. Uccidere la stessa Guida suprema Ali Khamenei? Secondo il Wall Street Journal le agenzie federali hanno l’ordine di proporre obiettivi e strategie. Il presidente avrebbe in agenda una riunione con gli apparati militari per domani. I problemi da risolvere sono sostanzialmente due.
Il primo è politico. L’attacco non deve dare l’idea di un golpe per riportare il Paese sotto controllo coloniale. Non deve insomma risvegliare il patriottismo persiano col risultato indesiderato di stringere la gente attorno agli ayatollah. In questo senso la dissidenza all’estero, gli influencer persiani in America e in Europa sono l’arma migliore. Permettere a loro di comunicare mentre si zittisce il regime è un’opzione. Poi c’è la carta Reza Pahlavi. Il figlio dell’ultimo scià scrive sui social ai manifestanti: «Presto sarò al vostro fianco». Intanto ha un appuntamento alla Casa Bianca.
Il secondo problema è più pratico. Il ministero della Guerra americano non ha abbastanza armi puntate contro la Repubblica Islamica. La portaerei USS Gerald R. Ford ha di recente lasciato il Mediterraneo per unirsi al blocco navale del Venezuela. In questo modo mancano cacciabombardieri in Medio Oriente non tanto per colpire (per quello basterebbero gli F35 israeliani e i B-2 americani) quanto per difendere i soldati Usa di stanza in Iraq, Siria, Arabia, Qatar e via elencando. Il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Qalibaf è stato cristallino: «In caso di attacco considereremmo gli americani nella regione come obbiettivi legittimi».
Gli israeliani potrebbero colpire con il solo aiuto degli aerei cisterna Usa che già sono stati spostati nell’area. Ma in questo caso sarebbe un raid più contenuto, simile alla Guerra dei 12 giorni. Si continua a studiare. Nel frattempo il dipartimento di Stato avvisa su X: «Non fate giochetti con Trump. Quando dice che farà qualcosa, lo fa».
11 gennaio 2026 ( modifica il 12 gennaio 2026 | 07:56)
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